CAP. LXVII. Trattato tenuto per li Fiorentini in accordare il capitano di Forlì con il legato.
In questi medesimi dì, vedendo i Fiorentini la durezza del capitano di Forlì, e temendo che l’avvenimento della compagnia e d’altra nuova gente d’arme in Romagna non rimbalzasse in loro dannaggio, mandarono ambasciadori allegato, i quali voleano essere mezzani a trovare accordo e pace intra lui e ’l capitano di Forlì; e intesisi col legato, il trovarono grazioso per amore de’ Fiorentini alla concordia, e con buona speranza andarono al capitano di Forlì, il quale li ricevette onorevolmente; e udita l’ambasciata, ringraziò gli ambasciadori, e disse ch’era contento d’avere pace col legato e con santa Chiesa, rimanendo egli signore di Forlì, e di Cesena, e di tutte le terre che tenea, volendole riconoscere da santa Chiesa, e per omaggio pagare ogni anno quel censo alla Chiesa che fosse convenevole; per altro modo non voleva che se ne parlasse, e a questo era fermo; e per questo modo si tornarono a Firenze senza frutto alcuno.
CAP. LXVIII. Come il legato ebbe la murata di Cesena.
Trapassate le parole del trattato, il legato, ch’avea l’animo sollecito a vincere sua punga, innanzi che ’l soccorso giugnesse a’ nemici, a dì 28 di maggio anno detto, ordinata sua gente e molti dificii da combattere la murata, fece d’ogni parte cominciare la battaglia aspra e forte, e avendo provveduto alcuna parte del muro si poteva per cave abbattere, il fece rovinare, e que’ dentro subitamente ripararono con steccati; e aggravando la battaglia d’ogni parte, rinfrescandosi spesso per quelli di fuori nuovi combattitori, e dove il muro era caduto, quivi senza arresto si continova va sì aspra battaglia, che quelli ch’erano alla difesa, per lo soperchio affanno di loro corpi, senza potere avere rinfrescamento, conobbono di non potere sostenere, e l’altre parti erano ancora sì strette da’ combattitori che non poteano soccorrere alle più deboli parti; e vedendosi non potere più resistere, benchè assai avessono morti e fediti e magagnati de’ loro avversari, diedono segno tra loro, e abbandonarono la murata, e ridussonsi nella rocca, e la gente del legato di presente vittoriosamente la si prese. Madonna Cia avendo fatto maravigliosamente d’arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con quattrocento tra cavalieri e masnadieri nella rocca, acconci a’ comandamenti della donna per singulare amore infino alla morte.
CAP. LXIX. De’ fatti di madonna Cia donna del capitano di Forlì.
Racchiusa madonna Cia nella rocca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, e con due suoi nipoti piccoli fanciulli, e con una fanciulla grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano e cinque damigelle, ed essendo cinta stretta d’assedio, e combattuta da otto dificii che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento d’alcuno soccorso, e sapendo che le mura della rocca e delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, Vanni da Susinana degli Ubaldini suo padre, conoscendo il pericolo a che la donna si conducea, andò al legato, e impetrò grazia d’andare a parlare colla figliuola, per farla arrendere al legato con salvezza di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre, e uomo di grande autorità, e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dei credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo onore. Io conosco e veggo, che tu e la tua compagnia siete agli stremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rocca al legato. E sopra ciò l’assegnò molte ragioni perch’ella il dovea fare, mostrando, ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna trovandosi in così fatto caso. La donna rispose al padre, dicendo: Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste, che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente, e così ho fatto infino a qui, e intendo di fare infino alla morte. Egli m’accomandò, questa terra, e disse, che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcuno segreto seguo che m’ha dato. La morte, e ogni altra cosa curo poco, ov’io ubbidisca a’ suoi comandamenti. L’autorità del padre, le minacce degl’imminenti pericoli, nè altri manifesti esempli di cotanto uomo poterono smuovere la fermezza della donna: e preso comiato dal padre, intese con sollicitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rocca che rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre, e di chi udì la fortezza virile dell’animo di quella donna. Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbono lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singulari lode per la loro costanza.
CAP. LXX. Novità fatte in Ravenna.
Essendo venuta in Ravenna la novella, come la gente del legato aveano per forza vinta la murata di Cesena, il signore di Ravenna, ch’allora era all’ubbidienza del legato, comandò che i cittadini ne facessono festa di fuoco e di luminaria. E però domenica, a dì 28 di maggio, i cittadini si radunarono insieme per le contrade e per le piazze, e festeggiavano: e nelle loro radunanze cominciarono a mormorare contro a messer Bernardino da Polenta loro signore per le gravezze che faceva, perocchè in breve tempo avea fatto pagare dell’estimo loro in tre paghe libbre sette soldi dieci per libbra, onde generalmente i cittadini erano mal contenti. E cominciato il bollore negli animi, riscaldato col fuoco della festa, e facendosi alcuno caporale, cominciò a gridare: Viva il popolo, e muoia l’estimo, e le gabelle. E crescendo la boce, e multiplicando la gente al romore, il popolo corse all’arme, e cominciossi a riducere in sulla piazza, e multiplicare le grida. Il signore sentendo le grida mandò là due suoi famigli, l’uno appresso l’altro, i quali giunti alla piazza furono morti dal popolo. Il tiranno sentendo procedere la cosa da mala parte s’armò con sua famiglia, e montato a cavallo corse alla piazza. Il popolo si rivolse coll’arme contro a lui per modo, che per campare la persona si ritornò nel castello; e accolto maggiore aiuto, da capo tornò alla piazza per modo di volere acquetare il popolo: ma crescendo più il furore, fu costretto per altra via ritornare a una postierla del castello; ma i vili servi di quello popolazzo, avendo la libertà nelle proprie mani, non la seppono per propria pigrizia seguitare, che al tutto erano signori. E però, come si venne facendo notte, senza ordine e senza capo cominciarono ad abbandonare la piazza, e tornarsi a casa, come si tornassono da uno giuoco, e pochi furono quelli che vi rimasono, e male provveduti. Per la qual cosa nella mezza notte uno fratello bastardo del signore con venticinque masnadieri sì fedì di subito in quel popolo stordito, e il signore con pochi a cavallo stava alla porta del castello per riscuotere i suoi; ma i vili popolari, essendo ancora in grande numero, senza fare resistenza si lasciarono percuotere, e uccidere, e cacciare da que’ pochi assalitori, e abbandonata la piazza, si tornarono a casa. La mattina vegnente il signore mandò per certi cittadini, i quali come usciti d’ebrietà, e assicurati v’andarono; e avendo i primi, mandò per anche, e raunonne in sua forza, centoventi e più, i quali messi in prigione corse la terra; e appresso per diversi modi gran parte ne fece morire, e degli altri fece danari. E da indi innanzi fu più fortemente dal suo popolo ubbidito, temuto, e ridottato.
CAP. LXXI. Novità di Grecia, e presura di loro signori.
In questo medesimo tempo, Orcam grande signore de’ Turchi, avea lasciato in Gallipoli un suo figliuolo primogenito per guardare le terre dell’imperio di Costantinopoli, ch’egli avea acquistate quando furono i grandi tremuoti nel paese. Il giovane prendendo vaghezza di vedere pescare, follemente si mise in una barca, e valicando legni armati di Greci, presono la barca; e conosciuto il figliuolo d’Orcam, il condussono a Foglia vecchia, una terra che l’imperadore avea data a un suo barone, e ’l figliuolo l’avea tolta al padre; capitando questi Greci a lui, e sapendo cui eglino aveano preso, il ritenne a se, e a’ marinai diede cinquemila perperi. L’imperadore volle il prigione, e non lo potè avere. E però prese accordo col Cerabì, uno de’ signori de’ Turchi, che ’l verno appresso venisse per terra con sua forza ad assediare la città di Foglia, ed egli vi verrebbe per mare, con patto, che racquistata la terra l’imperadore farebbe rendere a Orcam il suo figliuolo che ivi era preso. Il Cerabì vi venne con grande oste, e l’imperadore con sei galee e con assai legni armati. E stati lungamente all’assedio, e non potendo vincere la terra, l’imperadore per consiglio di messer Francesco di.... di Genova suo cognato, a cui egli avea dato in dota l’isola di Metelino, stando l’imperadore in un’isoletta che fa porto a Foglia, invitò il Cerabì ed egli fidandosi dell’imperadore andò a lui; e trovandosi tradito, innanzi che altra novità gli fosse fatta, disse all’imperadore: Io so ch’io sono prigione, ma tu non fai quello che fare ti credi se tu non seguiti il mio consiglio. Se questo s’intende tra’ miei Turchi, uno mio fratello prenderà la signoria, e sarà contento ch’io sia prigione, e troppo più ch’io fossi morto; ed io so che tu hai bisogno di moneta, e per questo modo non avresti mai una dobla. Ma fa’ com’io ti dirò, e arai la tua intenzione. Fa’ palese ch’io abbi tolta la tua sirocchia per moglie, e facciamo di ciò festa; e io manderò per lo mio fratello e per otto miei grandi baroni, i quali si sforzeranno di venire alla festa per farmi onore, e come ci saranno, terrai loro tanto ch’io ti mandi i danari di che saremo in accordo. E fatta la convegna della moneta, l’imperadore conoscendo ch’e’ diceva il vero, fece come il Cerabì il consigliò, ed ebbe di presente gli stadichi venuti sotto il titolo della festa del parentado, e lasciato il Cerabì, come fu nelle terre della sua signoria di presente mandò la moneta promessa, e liberò il fratello e’ suoi baroni dall’imperadore, e per savio provvedimento liberò se dal fortunevole caso di perdere la sua signoria, e per lo poco senno della sua confidanza, aggravando però nondimeno la vergogna dell’infedele imperadore.