CAP. LXXVII. Come s’arrendè la rocca di Cesena al legato.
Sentendo il legato la compagnia soggiornare in sul Bolognese, abbandonato ogni altra cosa, con sommo studio si diè a volere vincere la rocca di Cesena, facendola cavare per abbattere le mura e le torri, e traboccarvi dentro grandi pietre con otto trabocchi, e oltre a ciò spesso la faceva assaggiare di battaglia; ma tanto era la severità di madonna Cia, e la sua sollecitudine di dì e di notte alla difesa, che per cosa che si facesse quell’animo non si cambiava; e già essendo per le cave caduto parte delle mura e l’una delle torri, la donna in persona facea riparare con isteccati e con fossi, oltre alla considerazione de’ più fieri e de’ più valenti uomini del mondo, non dimostrando alcuna paura. Ma i valenti conestabili ch’erano con lei, sapendo che la mastra torre della rocca si mettea in puntelli, e vedendo la pertinace costanza della donna, ebbono madonna Cia a consiglio, e dissono: Madonna, e’ si può sapere e conoscere manifestamente che per voi è mantenuta la difesa della murata e della rocca infino agli ultimi stremi, e di noi avete potuto conoscere intera e pura fede, mentre che alcuna speranza s’è per voi e per noi potuta conoscere, ma ora non ne resta via da potere campare la sepultura de’ nostri corpi sotto la ruina di questa rocca. E perocchè questo non dobbiamo comportare per alcuna ragione, siamo disposti, o di vostra volontà, o contro al vostro volere, rendere la rocca per salvare le nostre persone. La valente donna per questo non cambiò faccia, nè perdè di sua virtù, e conobbe ch’e’ soldati aveano ragione di così fare, e però disse a’ conestabili: Io voglio che lasciate fare a me questo accordo; e i conestabili conoscendo il grande animo della donna, dissono che di ciò erano contenti; e mandato al legato, e avuti da lui uditori con pieno mandato secondo la sua volontà, trattò che tutti i conestabili colle loro masnade, e tutti gli altri soldati fossono franchi e liberi, e potessonne portare ciò che volessono in su’ loro colli: ed ella rimanesse prigione del legato col figliuolo, e con una sua figliuola, e con due suoi nipoti madornali e uno bastardo, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque sue damigelle. Per sè e per la sua famiglia non cercò grazia, potendo salvare i soldati che lealmente l’aveano atata. E fatti e fermi i patti, a dì 21 di giugno gli anni domini 1357 rendè la rocca al legato, e fu signore di tutto con gran gloria della sua punga, ma non con mancamento di chiara fama del forte animo di quella donna: la quale per alcuno caso avverso, per alcuna intollerabile fatica, mentre ch’era in sua libertà, mai non cambiò faccia, o mancò di consiglio o d’ardire. E menata in prigione dov’era il legato nel castello d’Ancona, così contenne il suo animo non vinto e non corrotto, e in aspetto continente come se la vittoria fosse stata sua. E il legato maravigliandosi della costanza di questa donna, benchè la ritenesse prigione a fine di piuttosto domare l’alterezza del capitano, assai la fece stare onestamente, e bene servire.
CAP. LXXVIII. De’ fatti di Costantinopoli.
L’imperadore di Costantinopoli avendo perduta la speranza di vincere la città di Foglia vecchia, mutò consiglio, e trattò con quello Greco che la tenea, e confermogliele in feudo, e aggiunseli alla baronia, e diegli sessantamila perperi; e la primavera vegnente ebbe da lui il figliuolo d’Orcam signore de’ Turchi, il quale egli avea prigione, come addietro abbiamo contato. E per costui l’imperadore riebbe tutte le terre che Orcam gli avea tolte, e oltre a ciò molti danari, e stadichi per mantenere la pace che feciono insieme quando gli rendè il figliuolo.
CAP. LXXIX. Come il legato prese Castelnuovo e Brettinoro.
Vinta la punga di Cesena, i cavalieri del legato baldanzosi per la vittoria di subito cavalcarono a Castelnuovo di Cesena, e trovandolo male provveduto alla difesa, vi s’entrarono dentro. E appresso si dirizzarono al nobile castello di Brettinoro, il quale era fornito di suoi terrazzani, e d’assai soldati a cavallo e a piè, e di molta vittuaglia, sicchè poco se ne potea sperare o per forza o per assedio. Nondimeno la gente del legato vi s’accampò intorno: e poco stante vi si cominciò un badalucco tra quelli della terra e la gente della Chiesa, della quale messer Galeotto Malatesta era capitano; il badalucco durò molto, e per questo s’ingrossò da ogni parte, e per lo soperchio della gente della Chiesa, quella del castello fu rotta. Messer Galeotto, ch’era in ordine co’ suoi cavalieri, perseguitò quelli che fuggivano verso la terra, e mescolossi con loro per modo, che giunti alle porte, entrarono con quelli del castello insieme, combattendo continovamente; e avendo seguito presso de’ loro cavalieri e masnadieri, presono la porta e le guardie di quella, per la qual cosa la loro gente vi s’ingrossò di subito, e venne bene a bisogno, perocchè tutti i terrazzani e’ soldati che v’erano francamente li combatteano, e colle pietre delle case per difendere la terra. Ma il soperchio che vince ogni cosa, dopo la lunga e aspra battaglia, essendo multiplicata la gente della Chiesa, e molti morti dall’una parte e dall’altra, i terrazzani e i loro soldati furono costretti a fuggire nella rocca; e la gente del legato presa la terra e rubata, la tennero vittoriosamente, essendo tenuta grande maraviglia per la fortezza del castello. Alcuni dissono, che tra’ terrazzani ebbe divisione, che se fossono stati interi alla difesa non si potea perdere. E questo fu l’ultimo dì di giugno detto. Presa la terra, il legato mandò di presente molti dificii a tormentare la rocca, e cavatori per cavare e abbattere le mura, com’altra volta avea fatto il capitano; ma avea molto rafforzati i fondamenti con gran pietre, e molte stanghe e cinghie di ferro, ma poco valse, che in assai breve tempo quelli della terra feciono i comandamenti del legato, come appresso racconteremo.
CAP. LXXX. Di processi fatti contro la compagnia per lo legato.
Avendo a questi dì la compagnia tentato di volere entrare in Toscana, e trovati tutti i passi dell’alpe occupati e in guardia de’ Fiorentini, e il più largo dello Stale afforzato da non mettersi a prova, con molto sdegno contro al comune di Firenze valicarono in Romagna, e a dì 6 di luglio furono a Villafranca a tre miglia di Forlì con quattromila cavalieri, i più bene armati e bene montati, e milleseicento masnadieri e balestrieri, e grandissimo numero di ribaldi e di femmine al comune servigio, seguitando la carogna della compagnia, e ivi a pochi dì si misono al ponte a Ronto e posono il campo e afforzarlo. Il legato vedendosi la compagnia presso, ristrinse tutta la sua gente in Cesena e in Brettinoro, senza mettersi a campo o fare assalto contro a loro. E per avere aiuto da’ fedeli di santa Chiesa, fece sopra la compagnia il processo ch’avea fatto sopra il capitano di Forlì come suoi fautori, e pronunziolli incorsi in quella medesima sentenza; e fece in Italia bandire la croce sopra loro con maggiore istanza, e con maggior mercato dell’indulgenza, e con minore termine del servigio che dato avea contro al capitano, e mandò di nuovo i predicatori e gli accattatori a sommuovere i popoli, e fece grande commozione, e raunò tesoro e gente assai, come al debito tempo racconteremo,
CAP. LXXXI. Della gravezza facea il tiranno a’ Bolognesi.
Quando la compagnia fu valicata in Romagna, i duemila cavalieri che messer Bernabò tenea sul Modenese, e appresso a Sassuolo in su quello di Bologna, senza fare alcuna novità di guerra pur facea stare i collegati in sospetto, e anche il legato, e però i Lombardi della lega accolsono gente, e ’l tiranno bolognese fece a’ suoi Bolognesi, per avere danari, sconvenevoli gravezze sopra l’usate. Perocchè ogni mese volea da catuno de’ suoi sudditi soldi cinque di bolognini per bocca di sale, e soldi quattro per macinatura la corba del grano, oltre all’usata mulenda, e per ogni tornatura di terra soldi venti di bolognini l’anno sopra l’altre gabelle delle porti, e del vino, e dell’altre cose ch’entravano con some e con carra, che tutte erano gabellate, e per questo modo traeva loro delle coste e de’ fianchi libbre seicentomila di bolognini l’anno. E oltre a ciò, avendo tolto loro l’arme, in questo tempo mandò bando, che chiunque l’amava andasse nell’oste. Il popolo sottoposto al duro giogo, per ubbidire il tiranno, si mosse con bastoni e con lanciotti in mano, ch’altr’arme non avea, e andò dove fu il comandamento del tiranno, e nel campo stette due dì senza mercato di vittuaglia a grande stretta di loro vita, e non osò fiatare. La gente della lega era uscita fuori, e ingrossatasi, per contastare la cavalleria di messer Bernabò, che si stava a Sassuolo, avvenne, a dì 21 di luglio del detto anno, che trovandosi insieme parte dell’una gente e dell’altra per scontrazzo, si combatterono tra loro, e furono rotti quelli di messer Bernabò; gli altri suoi cavalieri, sentendo quella rotta, si partirono, e tornarsi sani e salvi a Milano. Dappoichè furono partiti si scoperse un trattato, che dovea essere data loro la porta del castello di Bologna, e furono presi i traditori, e giustiziati.