CAP. LXXXII. Come i Veneziani domandarono pace al re d’Ungheria.
I Veneziani vedendo che il re d’Ungheria gli guerreggiava in Trevigiana, e in Ischiavonia e in Dalmazia con grave guerra, e ch’egli avea preso ordine da poterla senza spesa e senza pericolo della moltitudine degli Ungheri, usati di generare confusione, continuare, conobbono che a loro era cosa incomportabile; e però elessono solenni ambasciadori, e mandarli al re per addomandare pace, volendosi ritenere Giadra, e renderli l’altre terre della Schiavonia, e darli per tempi danari assai per l’ammenda; e fra l’altre terre che dare gli voleano, nominarono Trau e Spalatro. I cittadini di quelle terre sentendo ch’e’ Veneziani gli voleano dare al re d’Ungheria per loro vantaggio, si accolsono insieme, e presono per consiglio di volere accattare la benivolenza del re, e non attendere ch’e’ Veneziani ne volessono fare loro mercatanzia; e però liberamente si diedono al re, e ricevettono la sua gente e’ suoi vicari con grado in pace, e’ rettori e la gente che v’era pe’ Veneziani rimandarono a Vinegia sani e salvi, e il re con gli ambasciadori non volle accordo se non riavesse Giadra e l’altre terre del suo reame.
CAP. LXXXIII. Come il legato ebbe la rocca di Brettinoro.
Il legato, ch’avea presa la terra di Brettinoro, e stretti quelli della rocca per modo che poco si poteano tenere per la molta gente che dentro v’era racchiusa, non ostante che vedessono l’oste della compagnia da cui attendeano soccorso presso a tre miglia, feciono accordo, e diedono stadichi, che se la domenica vegnente, a dì 23 di luglio anno detto, e’ non fossono soccorsi, s’arrenderebbono, salvo le persone, e l’arme e ’l loro arnese. Il capitano che v’era per lo legato, messer Galeotto, provvide sì sollicitamente il dì e la notte che ciò non si potesse fare, che non valse ingegno del capitano di Forlì, nè forza ch’avesse la compagnia, che fornire o soccorrere la potessono; e valicato il giorno, la sera medesima, ch’era il termine, s’arrenderono, con onorevole vittoria del legato, e abbassamento della fallace fama della compagnia, e della pertinace superbia del capitano.
CAP. LXXXIV. Come si bandì la croce contro la compagnia.
Seguita, che per tema della compagnia, la quale ogni dì crescea, il legato avea oltre al processo della croce bandita mandato a richiedere aiuto contro alla compagnia a tutti i Toscani, e più confidentemente dal comune di Firenze, e mandovvi suo legato un vescovo di Narni Fiorentino chiamato frate Agostino Tinacci de’ frati romitani, buono Altopascino; costui con grande solennità fece tre dì ogni mattina in Firenze processione, e acconsentitagli da’ signori, per reverenza della Chiesa sonate tutte le campane del comune a parlamento, in sulla ringhiera de’ priori fatta sua predica, pubblicò il processo fatta contro alla compagnia, e pronunziò l’indulgenza a chi prendesse la croce, e allargò che dodici uomini potessono concorrere al soldo d’uno cavaliere, e raccorciò il tempo del servigio in sei mesi ov’era in dodici; e ancora più, che prenderebbe ciò che gli uomini e le femmine gli volessono dare, e dispenserebbe con loro; e divolgato il fatto, tanto fu il concorso degli uomini e delle donne della nostra città, che senz’altra provvisione di suo mandato gli portavano i danari per modo, ch’e’ non potea resistere di potere ricevere e di porre la mano in capo: e trovossi di vero, ch’e’ ricevea per dì mille, e milledugento, e millecinquecento fiorini d’oro, e in non molti dì raunò più di trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Il comune per sè avea diliberato di volere mandare aiuto al legato, ma avvedendosi tardi per gli suoi cittadini ch’aveano già piene le mani agli accattatori, vide co’ savi, che ’l comune per tutto il popolo potea avere l’indulgenza, volendo servire di prendere l’aiuto della Chiesa, per avere il beneficio dell’indulgenza; e però convertì la sua gente a fare il servigio per tutto il comune, acciocchè ogni uomo avesse il perdono; e così fatto, il detto vescovo, a dì 26 di luglio anno detto, pronunziò il perdono a tutti i cittadini, e contadini e distrettuali di Firenze, i quali fossono confessi e pentuti de’ loro peccati, o che fra tre mesi avvenire si confessassono. E nota, che in nove anni tre volte si concedette questo perdono; nel 1343, quando fu la generale mortalità, e l’anno del cinquantesimo, e in questa guerra romagnuola.
CAP. LXXXV. Aiuti mandarono i Fiorentini al legato.
Il comune di Firenze, a dì 20 di luglio anno detto, fatto capitano messer Manno di messer Apardo de’ Donati, e datogli il pennone del comune, il mandarono in Romagna con settecento barbute di buona gente, e con ottocento balestrieri, affinchè la battaglia si prendesse colla compagnia; e oltre a ciò v’andarono singulari masnade di cittadini e’ contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè. E contando la raccolta de’ danari, e la spesa del comune e de’ singulari uomini, più di centomila fiorini costò la beffa al comune di Firenze a questa volta. È vero che ’l tutto s’intendea a combattere la compagnia, e però vi mandò il comune un confidente cittadino popolare, il quale in segreto si dovesse strignere col legato, e con autorità di promettere ventimila fiorini d’oro per lo comune a’ soldati se vincessono la compagnia; ed era tanta la buona gente ch’avea il legato, e quella del comune di Firenze, e de’ crociati che v’erano di volontà, ch’assai se ne potea sperare piena vittoria. Il legato n’avea dato di prima al comune buona speranza, e ancora poi il suo ambasciadore, ma appresso, o che il legato invilisse, impaurisse di mettersi a partito, o che non si confidasse de’ soldati, dissimulò il fatto, e tennelo pendente, e mantennesi in riguardo, dando ardimento agli avversari, e viltà alla sua parte che gli tornò in poco onore.
CAP. LXXXVI. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia.
Di questo mese di luglio, tenendosi la città di Ventimiglia per i figliuoli e consorti di messer Carlo Grimaldi, e non ubbidivano il comune nè ’l doge di Genova, per la qual cosa il doge diede boce di volere fare guerra a’ Catalani, e per questo fece armare venti galee: e avendo alcuno trattato in Ventimiglia, costeggiando la riviera, come furono a una punta di mare presso alla terra di Ventimiglia feciono scendere masnade e balestrieri con un capitano, il quale gli menò copertamente sopra la città da quella parte dove era il trattato, e dove non si prendea piena guardia, e le galee andarono per mare; e giunte nel porto, volendo prendere una galea armata di quelli di Monaco che v’era dentro, i terrazzani per difendere la galea tutti trassono alla marina; e in questo, l’aguato de’ Genovesi ch’erano smontati sopra la terra scesono alla porta, e senza contasto entrarono nella città, e presono la guardia della porta, e feciono il cenno ordinato alle galee, le quali si strinsono alla terra. I cittadini di presente conobbono ch’alla difesa non avea riparo, e però ricevettono i Genovesi come maggiori, ed eglino, senza alcuna novità fare nella città, presono la signoria della terra per lo comune di Genova e per lo doge, e’ Grimaldi che la teneano se n’andarono colle persone e coll’avere a Monaco, e le galee si ritornarono a Genova.