CAP. LXXXVII. Come l’arciprete con compagnia entrò in Provenza.
Essendo in alcuno sollevamento delle guerre il reame di Francia per la presura del re e de’ baroni, molti uomini d’arme non avendo soldi, per alcuna industria, secondo che la fama corse, del cardinale di Pelagorga zio del figliuolo del duca di Durazzo, i quali erano dal re Luigi e da’ suoi fratelli male stati trattati, essendo messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi in Provenza, mosse l’arciprete di Pelagorga, uomo bellicoso e di mala fama, il quale si fece capo d’una parte de’ Guasconi acconci a fare ogni male, e di volgo il nome di fare compagnia. E con lui s’accostò messer Amelio del Balzo e messer Giovanni Rubescello di Nizza, e molti uomini d’arme ch’aveano voglia di rubare s’accozzarono con loro, sicchè in pochi dì accolsono ed ebbono nelle contrade di Ponte di Sorga di là dal Rodano più di duemila cavalieri, e stesonsi inverso Oringa e Carpentrasso, standosi per le villate e a campo senza rubare o far danno al paese, ma per paura i paesani davano loro vittuaglia. Messer Filippo di Taranto, ch’era in Provenza, volendo riparare che non entrassono nella Provenza del re di qua dal Rodano, accolse suo sforzo di Provenzali, e fece, capo a Orgona, e stese la guardia sua su per lo fiume della Durenza. Ma la sua gente era poca, e mancava, e la compagnia cresceva, perchè il papa e tutta la corte ne cominciò forte a temere. Ma i capitani della compagnia ammaestrati della corte medesima, mandarono ambasciadori al papa per assicurarlo, che contro della corte e alle terre della Chiesa non intendeano fare alcuno male, e per sicurtà offeriano i saramenti de’ caporali, e stadichi, se gli volesse, ma la loro intenzione era d’andare contro a messer Filippo di Taranto, il quale aveano per loro nemico, e di guerreggiare le sue terre e del re Luigi. E ivi a pochi dì valicarono il Rodano ed entrarono in Provenza, che messer Filippo, non avea forza da campeggiare con loro, e cominciarono a correre il paese, e a guastarlo, e a uccidere e a predare in ogni parte; e presono Lallona buona terra e piena d’ogni bene, e poi andarono infino a san Massimino, e anche il presono, e più altre castella. Le buone terre s’armarono alla difesa, e ’l papa fece afforzare Avignone, e guardare la città, e d’altro non s’intramise: e così tutta la state consumarono quel paese.
CAP. LXXXVIII. Come il conte di Fiandra rendè Brabante alla duchessa facendo pace.
Noi dicemmo poco addietro che la duchessa di Brabante era tornata, e ’l conte di Fiandra pazientemente l’avea comportata, perocchè era sua cognata, e perchè sapea la natura de’ Brabanzoni, che non si potrebbono tenere sotto la signoria de’ Fiamminghi, e già parecchi buone ville aveano accomiatati gli uficiali del conte; e avvegnachè fortuna l’avesse fatto signore di Brabante, la sua intenzione non era di volere altro che Mellino, ch’egli s’avea comperata con giusto titolo. E però, essendo trattato della pace nella festa che fece l’imperadore, il conte si dichinò benignamente alla cognata, e rendelle la signoria di tutto Brabante, con patto, ch’alcuno lieve omaggio ella ne facesse alla compagna sua sirocchia, e che a lui rimanesse libera la signoria di Mellino. E fermata la concordia, con gran piacere de’ Fiamminghi e de’ baroni si pubblicò la pace del mese di luglio del detto anno.
CAP. LXXXIX. Come il legato s’accordò colla compagnia per danari.
Tornando a’ fatti della compagnia, seguita a contare poco onore di santa Chiesa e di due comuni di Toscana. Messer Egidio cardinale di Spagna legato avendo, com’è detto, da sè molta buona gente d’arme, e accoltane per l’indulgenza della croce maggior quantità, sicchè assai si trovava più forte che non era la compagnia per poterla combattere, e promesso l’avea alle comunanze di Toscana e nelle prediche della croce, e se alla fortuna della battaglia non si volea abbandonare per senno, almeno standosi a riguardo si conoscea manifesto, che dov’elli erano poco poteano soggiornare che non aveano vivanda, e volendosi partire, avendo tanti nimici a petto, male il poteano fare senza loro gran danno. Tanto invilì la loro vista l’animo del legato, che infino allora era da pregiare sopra gli altri baroni, ch’e’ si mise in trattato col conte di Lando capitano della compagnia, e fecelo più volte venire a sè: e in fine prese accordo, ch’e’ si dovesse partire colla sua compagnia e tornarsene in Lombardia, e liberare tre anni le terre della Chiesa, e la città di Firenze, di Pisa, di Perugia, e di Siena, avendo la compagnia dal legato e da’ detti comuni cinquantamila fiorini d’oro, e cominciasse il termine di calen di novembre 1357. Il comune di Perugia e quello di Siena se ne feciono beffe, e non vollono attenere quello che il legato n’avea ordinato. I Fiorentini furono contenti, e pagarono per la loro rata sedicimila fiorini: e’ Pisani anche s’acconciarono, e pagarono la loro rata e il legato la sua. E avuto il tributo della Chiesa, e de’ maggiori comuni di Toscana, ove si conoscevano essere a mal partito, baldanzosi e lieti si tornarono in Lombardia, in grande abbassamento dell’onore del legato; e se senno fu, troppa codardia vi si nascose dentro.
CAP. XC. Ricominciamento dello studio in Firenze.
Del mese d’agosto del detto anno, i rettori di Firenze s’avvidono, come certi cittadini malevoli per invidia, trovandosi agli ufici, aveano fatto gran vergogna al nostro comune, perocchè al tutto aveano levato e spento lo studio generale in Firenze, mostrando che la spesa di duemila cinquecento fiorini d’oro l’anno de’ dottori dovesse essere incomportabile al comune di Firenze, che in un’ambasciata e in una masnada di venticinque soldati si gittavano l’anno parecchie volte senza frutto e senza onore, e in questo si levava cotanto onore al comune; e però ordinarono la spesa, e chiamarono gli uficiali ch’avessono a mantenere lo studio; e benchè fosse tardi, elessono i dottori, e feciono al tempo ricominciare lo studio in tutte le facoltà di catuna scienza. E di questo mese nacquono in Firenze due leoni.
CAP. XCI. Come si trovarono l’ossa di papa Stefano in Firenze.
In questo mese d’agosto, cavandosi a lato all’altare di san Zanobi nella chiesa cattedrale di Firenze, per fare uno de’ gran pilastri per la chiesa nuova, vi si trovò uno monumento verso tramontana, nel quale erano l’ossa di papa Stefano nono nato di Lotteringia, e così diceano le lettere soscritte nella sua sepoltura; e in sul petto gli si trovò il fermaglio papale con pietre preziose e con lo stile dell’oro, e la mitra in capo e l’anello in dito; e raccolto ogni sua reliquia, si riserrarono appo i canonici per fargli al tempo onorevole sepoltura. Questi sedette papa mesi dieci; e morì gli anni 1088.