CAP. XCII. Leggi fatte sopra i medici.
Cominciossi di questo mese d’agosto nel Valdarno di sotto, e in Valdelsa, e in Valdipesa, e in molte parti del contado di Firenze e nel suo distretto, un’epidemia d’aria corrotta intorno alle riviere che generò molte malattie, le quali erano lunghe e mortali, e grande quantità d’uomini e di femmine mise a terra, e assai cavalieri di Firenze stati in contado morirono, che fu singolare cosa, e durò fino a mezzo ottobre; e in Firenze morirono assai uomini e donne, ma de’ cinque i quattro tornati di contado malati. Fece allora il comune per riformagione, che niuno medico dovesse andare a vicitare alcuno malato da due volte in su, se il malato non fosse confessato, avendo di ciò degna testimonianza, sotto pena di libbre cinquecento, e che di ciò catuno medico dovesse fare ogni anno saramento alla corte dell’esecutore. La legge fu buona, ma l’avarizia de’ medici e la pigrizia de’ malati, mescolata colla cattiva consuetudine, fece perdere l’esecuzione di quella, che se fosse messa in pratica, e tornata in consuetudine, era gran beneficio dell’anime e santa de’ corpi.
CAP. XCIII. Come i Genovesi ebbono Monaco.
Avendo avuto il doge di Genova onore d’avere racquistata la città di Ventimiglia, fece armata di quattordici galee, e sei ne mandarono i Pisani ch’erano in lega col loro comune; e queste venti galee misono nel porto ch’è sotto il castello, e sopra Monaco di verso la montagna misono quattromila fanti armati, tra’ quali avea di molti balestrieri, che di notte guardavano i passi della montagna; e tenutolo così assediato un mese, e tentatolo con loro danno alcune volte di battaglia, perocch’era troppo forte, vi si stavano. I Grimaldi che ’l teneano pensarono che a lungo andare e’ non potrebbono contastare al comune, ed essendo preso in Genova un figliuolo di messer Carlo Grimaldi, trattarono di volere dare il castello di Monaco al doge e al comune per danari, e riavere il figliuolo di messer Carlo libero di prigione, ed essere ribanditi; e venuti a concordia, ebbono contati fiorini sedicimila d’oro, e quattromila ne scontarono per la prigione, e renderono Monaco al comune di Genova; il quale aveano tenuto trentadue anni in loro balía, che rade volte aveano ubbidito al loro comune, e sempre corseggiato e tribolato i navicanti di quel mare, e fatto del luogo spilonca di ladroni; e questo fu il dì di nostra Donna a mezzo agosto del detto anno.
CAP. XCIV. Come il cardinale assediò Forlì.
Avendo, come detto è, il cardinale fatta partire la compagnia di Romagna, e trovato il capitano di Forlì ostinato e indurato di non volere venire all’ubbidienza di santa Chiesa, e volendo il cardinale tornarsene a corte; innanzi la sua partita ordinò coll’altro legato, ch’era l’abate di Giugni, d’assediare la città di Forlì, e all’uscita d’agosto vi posono il campo con duemila cavalieri e con gran popolo, e cominciarono a dare il guasto intorno alla città, e ’l capitano con grande animo si ristrinse con pochi soldati a cavallo, e co’ suoi cittadini alla guardia della terra, e provvedutosi delle cose bisognevoli alla vita, si mise francamente alla difesa: e spesso a sua posta usciva fuori con sua gente, e assaliva i nemici al campo e danneggiavali, e per savia condotta si ricoglieva a salvamento. E a suo diletto inducea i giovani garzoni all’esercizio della guerra, e tornando nella terra, tutti li facea venire innanzi, e giocandosi con loro dicea delle loro valantrie, e raccontava com’eglino avien fatto, e a quelli ch’erano più iti innanzi dava a catuno uno grosso, o due o tre bolognini. E per queste lusinghe, e per queste lievi provvisioni, movea i giovani a seguitarlo senza richiesta di grande volontà, e per sperimentarli nell’arme. E con questo si faceva tanto amare da loro, che non gli bisognava guardia per alcuno sospetto, e ’l tedio dell’ozio degli assediati mitigava con alcuno diletto del continovo esercizio; e guida vali sì saviamente, ed era sì ubbidito da loro, che niuno ne perdea, e poca speranza dava a’ nemici di vincere la città.
CAP. XCV. Come il re d’Inghilterra ruppe i patti della pace.
Tornando alquanto nostra materia al fatto de’ due re, ed avendo narrata la festa che fu fatta a Londra quando vi giunse il re di Francia, credendosi per tutti che la pace fatta tra’ legati e ’l duca di Guales a Bordello per lo re Adoardo si dovesse confermare, essendo però valicati nell’isola i cardinali e molti baroni di Francia, strignendo il re e ’l suo consiglio a dar fine e fermezza all’opera, il re d’Inghilterra, mostrandosi a ciò volonteroso, mantenea la cosa sospesa, oggi con una cagione e domani con altra, e però non rompea il trattato; e spesso infingea cagione a’ Franceschi, e dimostrava che ’l fallo fosse loro, e poi l’acconciava, a facevane muovere un’altra. E per questo modo maestrevolmente e per sua astuzia ritenea il re e ’l figliuolo, e’ baroni e’ cavalieri ch’avea prigioni in Inghilterra, come egli desiderava; e tanto avvolse questa materia, che straccò i legati e i baroni ch’erano di là valicati; i quali vedendosi menare al re con queste simulazioni senza frutto, all’uscita del mese d’agosto anno detto abbandonarono il trattato, e tornarsi nel reame di Francia, e per tutto la boce corse che la pace era rotta, e che al primo tempo il re d’Inghilterra dovea venire a Rems e farsi coronare del reame di Francia, e non fu senza cagione revelata del segreto: ma indugiossi più, e il trattato della pace senza il suo effetto poco appresso si riprese, e tornarono nell’isola i legati.
CAP. XCVI. Della mostra fatta a Avignone di cortigiani per tema della compagnia.
Di questo mese d’agosto, nella compagnia dell’arciprete di Pelagorga, ch’era in Provenza, s’aggiunse il conte d’Avellino e cinque nipoti di papa Clemente sesto, e trovaronsi più di tremila barbute, e scorsono predando e guastando la Provenza infino a Grassa, e non trovarono contasto fuori delle terre murate. Vedendo il papa crescere questa tempesta, volle vedere in arme tutti i cortigiani, e fece ordinare di fare la mostra, che fu grande e bella, perchè catuno si sforzò di comparire in arme, e trovaronsi in questa mostra quattromila Italiani tutti bene armati, ch’erano due cotanti o più che tutti gli altri cortigiani. E come furono armati e raunati insieme, gridavano e volevano correre sopra i cardinali nipoti di papa Clemente, dicendo, ch’erano autori di quella compagnia, che conturbava la corte e tutta la mercatanzia, e a gran pena furono ritenuti da’ loro capitani. Il papa, veduta la mostra, ordinò di fare rifare le mura e’ fossi d’Avignone, e riparare le porti per tenere la città sicura; altro rimedio di fuori contro alla compagnia non prese, ma stava continovo la corte in gran paura, e in vergognosa vacazione di tutti i mestieri.