CAP. XLV. Come i Tarlati si feciono accomandati de’ Perugini.

Montata la pompa de’ Perugini per la nuova vittoria, segretamente teneano trattato co’ Tarlati d’Arezzo, e ricevutigli in loro protezione e accomandigia con mala intenzione, pensando coll’aiuto de’ segreti amici, e per furto e per ingegno rimetterli in Arezzo per averne la signoria, senza scoprirsi contro a’ Fiorentini, cadendo il bisogno del borgo come è detto, e richiesti furono i Tarlati da’ Perugini, ed elli s’apparecchiarono prestamente con tutta loro forza d’andare a soccorrere la terra: non fu bisogno; perocchè i castellani, come di sopra dicemmo, aveano fatto il servigio, e liberata la terra. Allora si scoperse, e fu palese che i Perugini senza richiesta de’ guelfi di Toscana, o consiglio, s’erano collegati co’ Tarlati, e gli aveano ricevuti loro accomandati, e promesso di rimetterli in Arezzo, onde i Fiorentini e gli Aretini forte se ne turbarono, e cominciossi a fare in Arezzo di dì e di notte buona e sollecita guardia coll’aiuto e consiglio de’ Fiorentini, sicchè cortesemente fu rotta la speranza a’ Perugini e a’ Tarlati di rivolgere lo stato d’Arezzo. Nel quale trattato non si trovò messer Luzzi figliuolo naturale di messer Piero Saccone, il quale per sdegno ch’avea co’ suoi consorti s’accostò a’ Sanesi, e non volle essere co’ Perugini, e apertamente si mescolò nella guerra contro a loro.

CAP. XLVI. D’una folgore percosse il campanile de’ frati predicatori di Firenze.

Nel detto anno, a dì 20 d’aprile, nell’ora quasi di mezza notte, il tempo ch’era sereno si turbò con disordinata e subita pioggia, e una folgore percosse nella punta del campanile de’ frati predicatori, dov’era un agnolo di marmo di statura in altezza di quattro braccia con grandi alie di ferro, il quale volgea sopra una grossa stanga di ferro, mostrando col braccio steso il segno de’ venti, la quale figura in molte parti spezzò, e la stanga volta in arco volse con una gran corteccia del campanile, e assai di lontano gittò le pietre, spargendole: e discesa nella maggiore cappella in più parti la incese, e abbronzò le figure, e il simile fè nel dormentorio senza far danno a persona, vituperando le cose pompose. Stimossi per molti che ciò non fosse senza singolare dimostramento d’occulto giudicio, considerato che i frati del detto luogo disordinatamente passando l’umiltà della regola loro data da san Domenico, i loro chiostri e’ dormentori sono pomposi, vezzosamente intendendo alle delicatezze e piaceri temporali. E di ciò accorgendosi il venerabile maestro Piero degli Strozzi del detto ordine, uomo di santa vita, considerando che ne’ suoi giorni tre volte il detto caso era avvenuto, non volle che figura niuna più si ponesse nel detto luogo, ma armò la vetta del campanile contro la forza delle folgori con reliquie sante. Continovando alla predetta materia, le simili cose ne’ detti giorni occorsero infino al mese di luglio, che spesso cadde grandine sformata nel nostro contado, e nell’altre parti della Toscana e della Romagna con grandissimi danni di frutti, e di bestiame e d’alquante persone: nel nostro contado cadde in grandezza di due tanti d’un uovo di gallina: altrove udimmo che cadde vie maggiore.

CAP. XLVII. Della pomposa festa che si fè in Inghilterra in Londra.

Avendo il valoroso Adoardo re d’Inghilterra promessa pace al re di Francia, come di sopra dicemmo, e ordinato alla Sangiorgio d’aprile la solenne e vana festa de’ cavalieri erranti alla città di Londra, grandissima quantità di baroni, e di cavalieri, e di nobili uomini d’arme del reame s’accolsono per essere alla festa. I baroni come meglio poterono, ciascuno bene montato, e con nobili armadure e sopravveste, e insegne vaghe e maravigliose, e le donne vestite di ricchi drappi, e ornate di ghirlande, fermagli e cinture di perle e d’altre pietre preziose di gran valuta, ciascuna come meglio potè. Nella città di Londra era per tutto apparecchiato a ricevere i forestieri onoratamente, ciascuno secondo il grado suo. Quivi rinnovellandosi l’antiche favole della Tavola rotonda, furono fatti ventiquattro cavalieri erranti, i quali seguendo i fallaci romanzi che della vecchia parlano, richiedeano, ed erano richiesti di giostra e battaglia per amore di donna. E intorno alla piazza erano levati incastellamenti di legname con panche da sedere, coperti di ricchi drappi a oro, e forniti di dietro di ricche spalliere, dove il re e le reine e altre nobili dame stavano a vedere; e davanti al re veniano dame e cavalieri con finti e composti richiami di gravi oltraggi, e differenti l’uno dall’altro, domandando l’ammenda del misfatto, o battaglia, e il re discernea la giostra, e quale era vinto perdeva sua dama: le quali facevano alle loro giostre cavalcare, quasi come presente premio di colui che vincesse: le conquistate erano di presente menate a corte, e assegnate alla reina come gaggio del vincitore: e altre molte cose simili a queste vane e pompose, e piene di tante inveccerie, che forse a Dio ne dispiacque. Le mense furono poste ornatissime, vezzose e dilicate, con molte e varie vivande. Alle prime mense fu posto sopra tutte quella della reina vecchia d’Inghilterra, appresso quella del re di Francia, alla quale cinque figliuoli del re d’Inghilterra servirono in su grandi destrieri; e il re d’Inghilterra medesimo, ch’era all’altra tavola con quello di Scozia, alcuna volta si levò dalla mensa, e andò a vicitare quella del re di Francia. Questa solennità di festa si coprì sotto il titolo della pace, e per tanto alcuna scusa ricevette della disordinata burbanza e vanità. E nota lettore, che le parole del savio che dicono, gli estremi dell’allegrezza sono occupati dal pianto, si verificarono nel re d’Inghilterra, a cui la moria, che poco appresso seguette, tolse i figliuoli con molto dolore e tristizia.

CAP. XLVIII. Come i Perugini cavalcarono i Sanesi fino alle porti di Siena.

Smeduccio da Sanseverino della Marca, nuovo capitano di guerra de’ Perugini, come giunse nell’oste, di presente con duemila cavalieri e con gran numero di gente da piè si dirizzò verso Chianciano, e lo combatterono, e arsone i borghi. Appresso entrarono in Valdorcia, e arsono Bonconvento, e corsono infino al Bagno a Vignoni, facendo danni assai maggiori in vista che in fatto, ardendo di rado allora capanne e altre vili e disutili cose, e a dì 29 di aprile cavalcarono verso Siena, e passate le forche assai di presso a Siena fermarono il campo; e coll’usate burbanze toscane alquanti cittadini di Perugia ivi si feciono cavalieri, e’ loro scorridori passarono infino a porta nuova: nella quale per matta baldanza entrarono due di loro, de’ quali l’uno vi fu morto, e l’altro rimase prigione. Sopraggiugnendo la sera, co’ prigioni che presi aveano in numero di centocinquanta si ritrassono a Isola, e il seguente dì ripigliarono la via d’Asciano, e si ritornarono a Perugia: per la qual cavalcata lo sdegno oltre a modo a’ Sanesi crebbe, di che ne seguì quanto appresso diviseremo. È vero, che come uso di guerra sovente dimostra, i Perugini non ebbono netta del tutto l’avventurosa vittoria, perocchè sentendo il signore di Cortona che tutto lo sforzo da cavallo e da piè era cavalcato a oltraggiare i Sanesi, veggendosi libero il tempo da potere danneggiare i nemici, nol volle perdere, e con dugento cavalieri mandò il popolo di Cortona, e assai danno feciono intorno a Castiglionaretino e a Montecchio, e arsono presso al lago la Valdecchio; e correndo infino all’Orsaia, presono due de’ cavalieri novelli de’ Perugini, che per quella via poco accortamente si tornavano a casa, e a salvamento si tornarono a Cortona con molta preda, e circa a dugento prigioni. La preda e il danno fu grande, perchè avendo a vile i Cortonesi, con baldanzosa sicurtà sprovveduti furono sopraggiunti.

CAP. XLIX. Come il legato del papa ripuose l’assedio a Forlì.

L’ultimo dì del detto mese d’aprile, l’abate di Clugnì legato del papa, avendo accolta molta gente d’arme, fece bandire, che qualunque cittadino o forestiere volesse uscire di Forlì, sarebbe ricevuto benignamente da lui e dalla sua gente, e perdonatogli l’offesa di santa Chiesa, e ricomunicato. Per la qual cosa molti per più riprese se ne fuggirono al legato, e assai volte quelli che v’erano messi alle guardie delle mura se ne collavano a terra, e fuggivansi la notte a’ nemici. Il legato vi si ripuose ad assedio con grandissimo popolo, e con mille cavalieri al cominciamento. Il capitano e’ suoi cittadini pazzi di lui disperatamente, senza volere prendere accordo, attaccarsi alla pertinacia e alla durezza, disponendo di tenersi alle difese con grandissimo loro affanno e disagio.