LIBRO OTTAVO
CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
Avvegnachè antica questione sia stata tra’ savi, nondimeno la mente nostra s’è affaticata in ricercare gli esempi degli autori d’ogni tempo per avere più chiarezza, quale sia al mondo di maggiore operazione, o la potenza dell’armi nelle mani de’ potentissimi duchi e signori senza la virtù dell’eloquenza, o la nobile eloquenza diffusa per la bocca de’ principi con assai minore potenza; e parne trovare, avvegnachè il mio sia lieve e non fermo giudicio, che l’eloquenza abbi soperchiata la potenza, e fatte al mondo maggiori cose; e l’eloquenza di Nembrot, ammaestrato da Gioniton suo maestro, raunò d’oriente tutta la generazione umana in un campo a edificare la torre di Babel; la confusione della lingua mise la loro forza e la loro opera in distruzione. Serse volendo occupare la Grecia coprì il mare di navi, e il piano e le montagne d’innumerabili popoli; la leggiere forza di Leonida, con cinquecento compagni inanimati dall’ammaestramento dell’eloquenza di quello uomo, fece sì incredibile resistenza a quello sformato esercito, che a’ Greci diede speranza di vincerlo, e al re volontà con pochi de’ suoi di ritornare indietro. Alessandro di Macedonia con piccolo numero di cavalieri infiammati dall’informazione della compiacevole lingua di colui, vinse le infinite forze di Dario e’ suoi tesori. I nobili principi romani più per savio ammaestramento della disciplina militare, che per arme o per forza di loro cavalieri domarono l’universo. E cominciando a Tullio Ostilio re de’ Romani, condotto in campo per combattere co’ Toscani, vedendosi in su gli estremi abbandonato e tradito da’ compagni, e preda de’ nemici, tanta virtù ebbe la sua provveduta ed efficace eloquenza nel confortare i suoi con fitte suasioni, ch’e’ li fece vincitori. E che fece il nobile Scipione affricano? Non rimoss’egli con la virtù della sua lingua il malvagio consiglio de’ senatori, che per paura voleano ardere e abbandonare la città di Roma, e per questo vinse e soggiogò Affrica al romano imperio? Il magnifico Cesare con poca compagnia, a rispetto della moltitudine de’ suoi nemici, potendosi arbitrare in Francia, in Borgogna, in Sassonia e in Inghilterra molte volte preda de’ suoi avversari, per l’ammaestramento e conforto della sua voce tante volte vinse i nemici forti e potenti, che li ridusse sotto la sua libera signoria. Che si può dire di questo, quando con un pugno di piccolo fiotto di cavalieri, per lo suo conforto domò e sottomise tutte le nazioni del mondo in un campo a Tessaglia? Ma tornando alle minori cose, Zenone filosofo vecchio, posto in croce miserabilmente a gran tormento, usando la forza della sua magnifica eloquenza, fece abbattere la sfrenata e gran potenza del tiranno siracusano. Dunque chi commuove i popoli chi apparecchia le grandi schiere, se non la eloquenza risonante negli orecchi degli uditori? E però senza comparazione pare, che l’eloquenza ordinata al bene più giovi che l’armi, e indotta al male più nuoce che altra cosa. E perocchè il nostro trattato per debito ci apparecchia di fare comincia mento all’ottavo libro, uno lieve e piccolo esempio per lo fatto, ma assai strano e maraviglioso per lo modo, prima ci s’offera a raccontare.
CAP. II. Chi fu frate Iacopo del Bossolaro, e come procedette il suo nome, e le sue prediche in Pavia.
Era in questi tempi nato in Pavia un giovane figliuolo d’un picciolo artefice che facea i bossoli, il quale nella sua giovinezza entrò nella via della penitenza, e abbandonato il secolo, traeva vita solitaria in alcuno romitorio nel deserto. È vero, che per essere a ubbidienza prese l’abito de’ frati romitani, e chiamavasi frate Iacopo Bossolaro. E avendo costui gran fama di santità e di scienza, fu costretto dal suo ministro di ritornare in Pavia, e di stare nella religione, e ivi tenea vita più solitaria e di maggiore astinenza che gli altri del convento. Avvenne, che venendo il tempo della quaresima, ed essendo consuetudine di fare il primo mercoledì della quaresima nella sala del vescovo uno sermone al popolo, fu commesso a questo frate Iacopo, il quale il fece in tanto piacere del popolo, che fu costretto a predicare tutta la quaresima. E come fu piacere di Dio, questo religioso facea le sue prediche tanto piacere a ogni maniera di gente, che la fama e la devozione cresceva maravigliosamente per modo, che molti circustanti delle terre e delle castella traevano a udire le prediche di frate Iacopo. Ed egli vedendo il concorso della gente, e la fede che gli era data, cominciò a detestare i vizi, e massimamente l’usura, e l’endiche, e le disoneste portature delle donne, e appresso cominciò a dire molto contro la disordinata signoria de’ tiranni; e in poco tempo ridusse le donne in genero a onesto abito e portamento, e gli uomini a rimanersi dell’usure e dell’endiche. E continovando le sue prediche contro alla sfrenata tirannia, e avendo, come addietro è detto, per lo suo conforto fatto pigliare l’arme al popolo a sconfiggere quelli delle bastite, per la qual cosa le sue parole aveano tanta efficacia, che i signori da Beccheria, ch’erano allora signori di Pavia, cominciarono a ingrossire delle parole ch’egli usava in genero contro a tutti i tiranni. E allora erano signori messer Castellano e messer Milano. Costoro cercarono segretamente di farlo morire per più riprese, tanto che la cosa gli venne palese, e’ cittadini ne cominciarono ad avere guardia, e dovunque andava l’accompagnavano, per modo che i signori nol poteano offendere, ed egli per questo più apertamente contro alle crudeltà già fatte per costoro predicava, e incitava il popolo alla loro franchigia.
CAP. III. Come frate Iacopo fece tribuni di popolo nelle sue prediche in Pavia.
Il valente frate, sentendo il popolo disposto a seguire il suo consiglio, avendo alcuno consentimento dal marchese di Monferrato vicario dell’imperadore in Pavia, raunato un dì il popolo alla sua predica, avendo molto detto contro alle scellerate cose, e’ vizi che regnano nelle tirannie, e aperto l’aguato che alla sua persona più volte era fatto per li tiranni da Beccheria per torgli la vita, disse, che la salute di quel popolo era che si reggessono a comune, e sopra ciò ordinò molto bene le sue parole. E stando in sul pergamo, nominò venti buoni uomini di diverse contrade della città, e a catuno disse, che volea ch’avesse cento uomini al suo seguito; e de’ detti venti fece quattro capitani di tutti. E com’egli gli ebbe pronunziati nella predica, così il popolo li confermò con viva boce, ed eglino accettarono l’uficio. Sentendo questo i signori, furono sopra modo turbati, e cercarono con forza d’arme d’uccidere il frate, ma il popolo gli ordinò sessanta cittadini armati alla guardia; e per tanto que’ da Beccheria, temendo più la commozione del popolo che degli armati, non si vollono mettere a berzaglio. In questi dì messer Castellano era col marchese, e volendo per questa novità tornare a Pavia, non potè avere la licenza da lui. E questo manifesta assai, che ’l marchese fosse consenziente a quello ch’era fatto per lo Bossolaro.
CAP. IV. Come frate Iacopo cacciò i signori da Beccheria di Pavia.
Dopo questi centurioni fatti in Pavia, del mese di settembre anno detto, messer Milano, ch’era in Pavia, con assentimento del fratello, vedendosi tolta la signoria, cercava segretamente di dare la città a’ signori di Milano. Frate Iacopo, che stava attento, sentì il fatto, e di presente raunò il popolo alla sua predica, e in quella disse molto contro il malvagio peccato del tradimento. Ed essendo già di ciò sospetti al popolo i signori, e chiariti per la predica del Bossolaro, il detto frate comandò d’in sul pergamo a uno de’ centurioni, ch’andasse a messer Milano, e comandassegli, che di presente si partisse della città e del contado di Pavia. Il signore temendo il furore del popolo ubbidì, e spacciò la città della sua persona e di tutta sua famiglia in quel giorno, e andossene a loro castella. Avvenne poco appresso, che essendo morta la moglie del marchese, ed egli imbrigato nell’esequio, messer Castellano prese suo tempo, e partissi senza licenza, e vennesene al fratello; e come furono insieme, diedono le castella a’ signori di Milano, e ricevettono quella gente d’arme ch’e’ vollono, e rifeciono trattato co’ loro amici della città, pensando colla forza de’ signori di Milano rientrare in Pavia; il trattato si scoperse, e tutto il rimanente di que’ da Beccheria furono cacciati della città, e furono presi cento cittadini degli amici de’ signori, e di loro quelli che più furono trovati colpevoli ne furono dodici decapitati, tra’ quali furono cinque giudici e avvocati servidori de’ signori, gli altri furono liberi a volontà del popolo e di frate Iacopo, e la terra riformata a popolo, e ribanditi tutti gli usciti guelfi, e nominatamente il conte Giovanni e ’l conte Filippo, e’ loro figliuoli e discendenti, che quarantasei anni erano stati di fuori cacciati da’ tiranni da Beccheria. E come che ’l reggimento fosse a popolo assai bene ordinato, niente si facea che montasse senza il consiglio di frate Iacopo; e nondimeno il frate osservava onestamente la sua religione, e infino allora l’avea trenta anni usata con laudevole vita. Chi può stimare il fine delle cose, e la varietà delle vie della volubile fortuna? La signoria da Beccheria non potuta sottomettere dalla gran potenza de’ signori di Milano, nè da molte guerre sostenute, prese fine per le parole d’un piccolo fraticello: ma che più? quella città credendosi essere sciolta dalla servitù de’ suoi cittadini e tornata in libertà, poco appresso fu sottoposta a più aspro giogo di tirannia, come leggendo innanzi si potrà trovare.