CAP. V. Della materia medesima.
Erano in questo tempo i signori di Milano intenti con tutto loro sforzo e studio sopra l’assedio della città di Mantova, e però il marchese di Monferrato andò a Pavia con milledugento barbute e quattromila fanti, i quali improvviso a’ signori di Milano cavalcarono il Milanese; e posono loro campo presso alle porte di Milano; e questo feciono avvisatamente, sapendo che gente d’arme non era nella città, e acciocchè quelli di Pavia ch’aveano perduto il vino, per l’assedio e per le bastite ch’aveano avuto addosso, il ricoverassono sopra il contado di Milano, e così fu fatto; che stando quella gente a campo come detto è, frate Iacopo Bossolaro in persona uscì di Pavia con tutta la moltitudine del popolo, uomini, e femmine, e fanciulli con tutto il carreggio della città e del contado, e con tutti i somieri e vasella da vendemmiare, e misonsi nelle vigne de’ Milanesi, e in un dì vendemmiarono e misono in Pavia diecimila vegge di vino senza alcuno contasto, e catuno n’andò carico d’uve; e questo avvenne, ch’e’ tiranni sentendosi poche genti temettono di loro persone, e però non vollono uscire della città. Il marchese con la sua gente veduta fatta la vendemmia, e ’l popolo raccolto a salvamento, saviamente levò il campo, e messosi innanzi il popolo e la salmeria, del mese d’ottobre del detto anno, sano e salvo si tornò in Pavia, con grande vergogna de’ superbi tiranni.
CAP. VI. Come per più riprese in diversi tempi fu messo fuoco nelle case della Badia di Firenze.
Avvegnachè vergogna sia mettere in nota quello che seguita, tuttavia può essere utile per l’esempio il male che seguita della discordia de’ religiosi. La Badia di Firenze avea undici monaci in questo tempo senza abate, perocchè l’insaziabile avarizia de’ prelati avea questo monistero conferito alla mensa del cardinale che fu vescovo di Firenze, messer Andrea da Todi; costui traeva il frutto, e’ monaci rimanevano senza pastore; e presono a fitto dal cardinale la rendita, che ne fece loro buono mercato, per fiorini mille d’oro l’anno, acciocchè il monastero si mantenesse a onore. I monaci erano uomini senza scienza e di lievi nazioni, e intendea catuno alla propria utilità, e del monistero non si curavano, e ’l nimico co’ suoi beveraggi gl’inebriava per modo, che tra loro era tanta invidia e tanta discordia, che nè dì nè notte vi si potea posare. E come che s’andasse, cominciando di questo mese d’ottobre, in sei mesi appresso quattro volte fu messo fuoco nelle case della Badia, e non si potè sapere certamente per cui, ma da’ monaci della casa per la loro dissensione si tenne per tutti che fatto fosse. Il primo dì d’ottobre arse la sagrestia e le case del dormentorio infino alla volta della via del Garbo; e un altro ve ne fu messo poco appresso, che avvedendosene tosto fu spento senza troppo danno, e così un altro dopo quello. E la notte di nostra Donna di marzo ne fu messo uno nella casa di costa al palagio, il quale l’arse tutta, e avrebbe arse quelle di san Martino, che l’erano congiunte, se non fosse il gran soccorso, ma molto danneggiò le case e’ mercatanti lanaiuoli ch’ebbono a sgombrare. Questa malizia benchè movesse da singulare persona, tutta si può dire che procedesse dalla sopraddetta avarizia de’ maggiori prelati, che per empiere le loro disordinate mense levano i pastori alle chiese cattedrali, e per questo le gregge si dispergono, e diventano pasto de’ rapaci lupi.
CAP. VII. Come la terra di Romena si comperò per lo comune di Firenze.
Era lungo tempo stata questione tra ’l conte Bandino di monte Granelli e Pietro conte di Romena della terra e della rocca di Romena, e in questi dì era per compromesso la questione in mano del conte Ruberto da Battifolle, il quale si dicea ch’avea aggiudicata, o ch’era per aggiudicare Romena al conte Bandino contro alla volontà del conte Piero; per la qual cosa Piero ricorse al comune di Firenze, e con molta sollecitudine e grandi preghiere indusse i collegi, che ’l comune comperasse la sua parte di Romena per fiorini tremilacinquecento d’oro; e diliberato questo per li collegi, si mise al consiglio del popolo, e per due volte si combattè la detta proposta nel consiglio, e perocchè ai popolo non piacea l’impresa furono in discordia; in fine i priori e’ collegi aoperarono tanto che la proposta si vinse, e fu diliberato pe’ consigli ch’a Piero conte fossono dati tremilacinquecento fiorini d’oro delle ragioni ch’avea in Romena. Ed essendo la terra e la rocca nelle mani del conte Bandino, ed egli allora in bando del comune di Firenze, il qual bando falsamente gli diede un suo nemico da Calvoli quand’era podestà di Firenze, ed egli per isdegno, o per altro, non s’era procacciato a farlo rivocare, e per questo il comune diliberò, o per amore o per forza di volere avere la tenuta delle sue ragioni. Sentendo Bandino conte l’impresa determinata per lo comune di Firenze de’ fatti di Romena, mandò per sicurtà di potere venire a’ signori, e avutala, fece co’ signori raunare i collegi, e in loro presenza disse, come Romena era sua per chiara sentenza, e quella tenea e possedea; e sentendo che ’l comune avea l’animo di volerla, niuno la potea meglio dare di lui, e in grande grazia si tenea di donarla al comune di Firenze, di cui si riputava figliuolo e servidore; e non tanto Romena, ma tutte l’altre sue terre volea dare liberamente al comune di Firenze, e per lo comune l’avea tenute, e intendea di tenere sempre. Le profferte furono tanto libere e graziose, che di presente impetrò grazia d’essere ribandito, e messo in protezione del comune, e d’essere fatto suo cittadino. E non volendo il comune le sue ragioni in dono, non potè essere recato a porvi alcuno pregio. Infine i signori con discreto consiglio ordinarono, che al detto Bandino fossono dati contanti cinquemila fiorini d’oro, de’ quali e’ si tenne molto contento, e di presente fece liberamente la carta della vendita della terra di Romena, e de’ fedeli e di tutta la giurisdizione ch’avea in quella, come pochi dì innanzi avea fatto Piero conte della sua parte, e a dì 23 d’ottobre anno detto, per li consigli del comune fu ribandito, e fatto cittadino di Firenze, e a dì 28 del detto mese ebbe contanti fiorini cinquemila d’oro, avendo il dì dinanzi fatta dare la tenuta della terra e della rocca al comune di Firenze. E le carte della detta compera di Romena si feciono per ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio notaio. Da’ detti conti il comune liberò i fedeli e feceli contadini, e diè loro l’estimo e le gabelle come agli altri e la cittadinanza, e feceli popolari; onde molto furono allegri e contenti, e ripararono i difetti del castello.
CAP. VIII. Come la compagnia di Provenza si sparse per vernare.
La compagnia dell’arciprete di Pelagorga, stata lungamente in Provenza, era cresciuta in più di quattromila barbute. Il papa e’ cardinali aveano cerco con preghiere di farli partire del paese; e non avea avuto luogo. Ma sapendo come la maggiore parte di quella gente era del reame di Francia, impetrarono lettere e comandamento da parte del re di Francia, come si dovessono partire delle terre di Provenza ch’erano del re Luigi, il qual’era di suo lignaggio, e congiunto parente. Le lettere e ’l comandamento furono ubbidite come da prigione, e di presente si ridussono in più parti di Provenza per vernare; e così tribolarono il verno come la state tutta la provincia. E per questo i Provenzali mandarono al re loro signore, che li venisse a soccorrere con forte braccio, altrimenti e’ non potrebbono sostenere.
CAP. IX. Come la compagnia del conte di Lando fu condotta per i collegati di Lombardia.
L’altra compagnia in Italia dimorando in sul terreno di Bologna, ricettati da messer Giovanni da Oleggio ch’allora era signore, e per sicurtà di sè s’era fatto amico del conte di Lando e degli altri caporali di quella; e com’è narrato poco addietro, i signori di Milano aveano presa la Serraia di Mantova, e fortemente stretta la città d’assedio, e quivi faceano ogni punga per vincerla. Gli allegati lombardi contro a loro cercavano la difesa, la quale non si potea fare senza gran forza, che lungamente si potesse mantenere: e però diedono ordine alla moneta che catuno dovesse pagare ogni mese, e fu stribuita per questo modo: che Bologna pagasse come detto è fiorini dodicimila, e ’l marchese di Ferrara fiorini ottomila, e’ signori di Mantova fiorini tremila, il comune di Pavia fiorini duemila, quelli di Novara duemila, i Genovesi coll’aiuto segreto ch’avea il doge loro da’ Pisani fiorini quattromila; il signore di Verona allora si stava di mezzo e quello di Padova; il marchese di Monferrato non ebbe a conferire moneta, perocch’era capitano in Piemonte, e là facea guerra colla sua gente; e trovata la moneta, di presente soldarono la compagnia del conte di Lando, e del mese d’ottobre sopraddetto la feciono partire d’in sul Bolognese con più di tremila barbute e con tutta l’altra ciurma, e parte ne misono sul Mantovano, e parte ne mandarono in Vercellese, accozzati coll’altra loro masnada. Quello che di ciò seguì appresso al suo tempo racconteremo.