CAP. X. Come il re Luigi richiese i comuni di Toscana d’aiuto.
Il re Luigi, vedendo a mal partito il contado di Provenza, diliberò col suo consiglio d’andare in persona al primo tempo in Provenza con tutto suo sforzo e degli amici, per liberarla dalla compagnia, e però richiese tutti i suoi baroni del debito servigio, e ordinò d’avere moneta e di fare alcuna armata; e del mese di novembre anno detto mandò per suoi ambasciadori a richiedere i Fiorentini d’aiuto, e tutti gli altri comuni di Toscana. Il nostro comune diliberò di darli l’insegna del comune con trecento buoni cavalieri in fino ch’avesse cacciata la compagnia di Provenza, gli altri comuni feciono la loro profferta più lieve, e chi se ne diliberò con altra scusa.
CAP. XI. Come i Pisani feciono armata per rompere il porto di Talamone.
Avvedendosi i Pisani ch’e’ Fiorentini per preghiere, nè per promesse larghe, nè per minacce, nè per armata ch’avessono fatta in lega col doge di Genova per impedire la mercatanzia che non andasse a Talamone, non si moveano, e che pertinacemente ne portavano ogni sconcio e ogni gravezza, pensarono di volere vincere Talamone per forza, e ardere la terra e guastare il porto, e mandaronvi subitamente e per terra e per mare a fare quel servigio, avendo armate otto galee e uno legno alla guardia che mercatanzia non andasse a Talamone; ed essendo apparecchiati in mare, s’apparecchiarono di cavalieri e di masnadieri e d’argomenti per combattere la terra, e di vittuaglia. I Fiorentini sentendo questo, avvisarono i Sanesi, e di presente mandarono per terra assai gente da cavallo e da piè e di molti balestrieri a Talamone, per potere difendere la terra per mare e dall’oste per terra; i Sanesi anche vi mandarono loro sforzo. I Pisani vi mandarono l’otto galee e un legno per mare, e mosso la cavalleria e ’l popolo pisano per terra, sentirono come il loro aguato era scoperto, e come gente d’arme da Firenze e da Siena erano andati a Talamone per azzuffarsi con loro, sicchè per lo migliore si tornarono addietro; e le galee vedendo fornito il porto di cavalieri e di balestrieri, non ardirono d’accostarsi alla terra, e stati alquanti dì sopra il porto, del mese di novembre anno detto lasciarono a Gilio due galee, che ogni navilio che venisse a Talamone fosse menato a scaricare a Porto pisano. Per questa cagione i Fiorentini più accesi contro a’ Pisani per li loro oltraggi, ordinarono di fare armata in mare, per fare ricredenti i Pisani della loro arroganza; onde seguitarono assai gran cose, come appresso nel suo tempo racconteremo.
CAP. XII. Come essendo l’oste de’ Visconti a Mantova, parte della compagnia si mise in Castro.
Essendo l’oste de’ signori di Milano stretta a Mantova, e non movendosi per la venuta della compagnia, nè per la guerra del Piemonte, i collegati mandarono mille barbute e cinquecento masnadieri in sul contado di Milano a un grosso casale che si chiama Castro, sedici miglia di piano presso a Milano, ed entrativi dentro, lo trovarono bene fornito da vivere, e di là cavalcarono il paese sino presso a Milano, facendo a’ contadini gran danno, e a’ signori maggior vergogna. L’altra parte della compagnia s’accostò in Vercellese colla gente del marchese, e tolsono a’ signori di Milano parecchi castella: e per questo modo, non potendo levare l’oste da Mantova, guereggiavano i tiranni dove potevano. I signori di Milano aontati da’ cavalieri di Castro, ch’erano pochi, e in su gli occhi loro, di subito gli feciono assediare con intenzione che niuno ne campasse, ma d’avergli a man salva, e di fargli tutti impendere per la gola, e però non li lasciavano partire. Ma la cosa ebbe tutto altro fine, come nel suo tempo innanzi si potrà trovare.
CAP. XIII. Come la Chiesa di Roma fe’ gravezza a’ cortigiani.
Avvegnachè lieve cosa sia per lo fatto, la disusata e strana materia ci strigne a fare memoria, come il papa e’ cardinali contro all’usata franchigia della corte di Roma, rompendo quella, per volere riparare le città d’Avignone, e fare guardare la terra per tema della compagnia di Provenza, non volendo toccare i danari di camera, feciono imposta a’ mercatanti e agli artefici ben grave, e di presente l’esazione. E misono la gabella al vino, e un’altra più grave di fiorini uno per testa d’uomo, e ordinarono gli esattori, e riscossonne parte, ma era sì incomportabile alla minuta gente, che poco andò innanzi. L’avarizia de’ prelati, e la franchigia rotta a’ cortigiani, fece di questo molto maravigliare ovunque se ne seppe le novelle, e maggiormente, perchè la città è della Chiesa. La gabella del vino e altre gravezze rimasono in piè, in poco onore de’ guidatori della città di Roma
CAP. XIV. Cominciamento di guerra tra certi comuni in Toscana.
Era stata, dopo la partita dell’imperadore da Pisa, tutta Toscana in tranquillo stato, e alcuna volta in lega tutti e quattro i maggiori comuni, e non si dimostrava alcuna apparenza di cagione di guerra. E’ Fiorentini erano fermi di mantenere il porto a Talamone senza cominciare guerra, o mostrare che rotta fosse loro da’ Pisani. I Perugini trovandosi in prosperità, e forti di gente d’armi, non ostante ch’avessono doppia pace col comune e col signore di Cortona, la prima fatta per proprio movimento del loro comune, innanzi a quella generale che si fece coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi collegati e aderenti, alla quale prima richiesono il comune di Firenze, che entrasse loro mallevadore al comune e al signore di Cortona di diecimila marche d’oro, che manterrebbono la pace lealmente, e ’l comune fece un sindaco a potere fare il sodamento e la promessa, e così fece; e’ Perugini, istigati da Leggiere d’Andreotto loro grande cittadino, il quale promettea di dare loro la terra per trattato ch’egli avea dentro, di subito del mese di dicembre anno detto, con quattrocento cavalieri e con gran popolo vennero a Cortona, e guastaronla intorno, e poi si posono all’Orsaia, e non si trovò che trattato vi fosse dentro. L’impresa fu rea, e mossa da gran malizia per animo di setta, e non ebbe il fine che s’aspettava per i Perugini, ma fu cagione di gravi cose in Toscana, come seguendo nostro trattato diviseremo.