E’ non è da maravigliare della crudeltà de’ tiranni, a cui li savi e valorosi cittadini sempre furono paurosi e sospetti, s’e’ si dilettano nello spargimento del sangue innocente, per mantenere colla spaventevole rigidezza della infinta giustizia in sicurtà la gelosia del loro stato violento, e per tanto sospetti, e poco accetti a’ sudditi, e sottoposti a molti aguati e ruine. Ma di certo è da prendere singulare ammirazione, quando questo iniquo animo cade nel sangue reale per lo titolo della naturale signoria, la quale suole essere mansueta e benigna, e con umanità, eziandio offesa, trattare i sudditi suoi. Questo diciamo, perchè del mese di novembre detto anno, essendo il Delfino di Vienna nella città di Parigi, per sospetto d’alcuno trattato, del quale chiara verità non si potea sapere, fece pigliare il conte di Stampo parente del re di Navarra, e ’l conte di Rossì, e ventisette borgesi di Parigi, dicendo, che trattavano contro a lui col re di Navarra. Per questi borgesi l’università di Parigi turbata e commossa, mandarono il proposto de’ mercatanti con altri de’ maggiori borgesi al Delfino per riaverli, con dire che non erano in colpa. Il Delfino rispose, che dove non fossono in colpa, non bisognava loro di temere, e che sopra ciò procederebbe temperatamente infino ch’avesse la verità del fatto. E per questo savio modo racquetato il primo bollore del popolo, poco appresso, dicendo che li trovava colpevoli, tutti i detti borgesi fè decapitare; i conti riserbò in prigione. Di ciò la comunanza fu mal contenta, e mormorava, ma per paura catuno, non avendo capo a loro modo, soffersono il nuovo gastigamento del vecchio peccato, comportandolo senza altra novità, più per servile pazienza che per onorare o piacere al loro signore.
CAP. CX. De’ dificii fatti a sant’Antonio di Firenze.
Io non so s’egli è da lodare o da biasimare il prelato che spende negli edificii magnifichi il danaio che trae del beneficio a lui conceduto, perocchè, secondo che dicono gli antichi decreti de’ santi padri, il prelato dee fare delle rendite sue tre parti; l’una dee spendere nelle sue bisogne, l’altra dee distribuire a’ poveri, e dell’altra dee racconciare la Chiesa, quanto si richiede a onestà di religione fuori di pompa mondana: ma considerato che tutti coloro che prendono frutti de’ beni della Chiesa delicatamente ne vivono, e quello che loro avanza ai loro congiunti dispensano, e poco si curano perchè rovinino le Chiese, o perchè i poveri di Dio si muoiano di fame, assai è da considerare intorno a quello che qui è nel principio proposto. E certo, se vento di fama mondano non levasse in alto alquanti che hanno ne’ beneficii loro rilevatamente edificato, più sono da lodare che da biasimare, secondo il corso della Chiesa terrena lussuriosa e avara, al cui esempio assai disonesto e dannoso i secolari, che sono ghiotti de’ beni terreni, vivendo trascorrono in grandi e disordinati peccati. Questo tanto sia detto non per correzione, che non la vogliono udire, e nostro uficio non è predicare, ma per argomento alla materia che segue. Messer frate Giovanni Guidotti comandatore nella nostra provincia nell’ordine di sant’Antonio, nato nella città di Pistoia non di legnaggio gentile ma di meno che comune, uomo secondo suo stato d’animo grande e liberale, avendo de’ suoi beneficii accolta moneta assai, la quale secondo l’uso corrotto, del quale avemo parlato di sopra, poteane ne’ suoi prossimani convertire, la spese negli edificii magnifichi e nobili, i quali in questo anno fè cominciare al luogo dell’ordine suo posto presso alla porta a Faenza, ne’ quali convertì gran danaio. Avemone fatta memoria in rimprovero dell’avarizia di molti prelati, i quali spogliano le Chiese che ne’ paesi loro e ne’ forestieri a loro sono concedute, non curando nè l’ira di Dio nè l’infamia del mondo.
LIBRO NONO
CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
Volendo seguire il costume dello scrivere per noi cominciato, dovemo alcuno prologo fare al nono libro di nostra opera; e perchè di cose occorse in questi tempi niente degno di notabile fama ci si apparecchia d’onde torre principio atto a proemio, ci trarremo alquanto addietro a materia che assai maravigliosa ci pare: e per meglio dare a intendere quello che ci va per la mente, mescoleremo delle strane vecchie con le nuove. Trovasi nell’antiche ricordanze, e massimamente nelle romane, che per cupidigia di temporale signoria, sott’ombra d’acquisto d’onore mondano e di fama, i re, li principi, li tiranni, e, che meno pare credibile, i popoli liberi, sotto il governo de’ consoli, senatori, e tribuni, e altri rettori al tempo delli falsi iddei e mendaci, senza niuna giusta cagione, con grandi apparecchiamenti di legioni armate assalivano li reami, le provincie, e le cittadi che si voleano posare e vivere in libertà sotto loro leggi e costumi, prendendo e distruggendo con ferro e con fuoco chi loro s’opponea, e per forza recavano tutti in servaggio. Ancora si trova che molte salvatiche e barbare nazioni, o per essere di soperchio ne’ luoghi di loro origine multiplicati, o per fuggire i loro luoghi poveri e bretti paesi, o per essere di quelli violentemente cacciati (come occorse al buono Enea Troiano, e a molti altri nobili e potenti signori) con loro donne e famiglie passarono in paesi forestieri, per acquistare sito dove si potessono alloggiare; e per ciò potere conseguire, cose grandi e pericolose in fatti d’arme, alte e rilevate feciono, come ne manifestano l’antiche scritture, e massimamente quelle de’ Gotti e de’ Longobardi. Queste cose inique e scellerate, tuttochè n’avessono alquante scusa di presa di necessità, la quale a niuna legge pare sottoposta, hanno alquanto di colorata giustizia; nondimeno da’ savi gentili assai è biasimata e ripresa: e certo a noi cristiani pare, che la giustizia di Dio debitamente per l’abominevole peccato della idolatria..... Ma chi difenderà il tempo della grazia? cioè il tempo cristiano; sozzamente maculato dalle orribili persecuzioni da’ micidii di.... predatori, e distruggitori, che già anni quarantasei, o in quel torno, sotto piacevoli nomi di compagnie in diverse parti della cristianità, sotto loro capitani e conducitori raunati, hanno tribolato e afflitto, ed usurpato e guasto i reami, le provincie, città e ville, rubando, ardendo, e uccidendo senza niuna misericordia ogni maniera di gente. Chi crederà che tanti signori nobili e gentili uomini, tanta buona gente d’arme si sia accozzata co’ ribaldi, e ladroni, e vile gente, pronta e disposta allo spargimento del sangue umano, e a fare ogni male che pensare si possa per scellerata persona? Certo egli è cosa inenarrabile, e incredibile a pensare, che questa malvagia gente rinnovandosi di tempo in tempo sotto nuovo governo, e sotto diversi e varii titoli di compagnie, senza trovare contrasto o resistenza abbia corsi i paesi cristiani, e fatto ricomperare i signori e’ comuni, avendo ognuno per di grato a nemico, sostenendo e per fame e per freddo e per altre cagioni tormenti, martirii e affanni da loro fede a chi ne facesse memoria di questa pistolenza. Alquanti savi uomini vogliono dire, che il movimento del cielo, e la congiunzione di certe pianete ne sieno state cagione. Altri, a cui noi assentiamo come a più veritieri, affermano ciò avvenire per giusto giudicio di Dio, il quale dice: Io farò la vendetta de’ nemici miei co’ nemici miei; e l’empio regnerà per li peccati de’ popoli. Le cagioni dell’ira di Dio, come pubbliche e manifeste le tacemo, e se pure ne volessimo dire, basti sotto il fascio di poche parole di dire cotanto, che secondo il pensiere di molti discreti mai non fu il mondo peggiore, ne più contaminato d’ogni vizio, e maggiormente di quelli che più sono odiosi e dispiacevoli a Dio. Potrebbesi dire il mondo crudele, senza niuna carità o amore; e chi volesse questo testo chiosare, a suo modo e piacere lo si chiosi, che dire non potrà tanto male che assai peggio non sia.
CAP. II. Come la compagnia si partì da Sogliano e ricevettene danno.
Tornando a’ processi della compagnia e a’ suoi andamenti, avendo vinto per battaglia il castello di Sogliano, e alquante altre castellette della montagna, come addietro dicemmo, essendosi in quello alloggiati, per vernare o per sentore di nuova civanza, o perchè loro paresse stare oziosi non facendo qualche male, o per rigoglio, com’erano usati, tutta la roba che per lo paese poterono raccogliere raunarono, e arsono l’altre castella delle quali dubitavano che non offendessono Sogliano; e volendo mostrare una singulare confidanza de’ terrazzani di Sogliano, loro raccomandarono tutta la detta roba, e più di cento di loro compagni ch’erano malati, e de’ buoni e valenti che fossono nella brigata, facendo buone e larghe promesse a quelli di Sogliano, come se fare volessono quello luogo loro camera o ridotto, e fare certo chi dentro vi fosse; e ciò fatto presono viaggio, e si passarono sopra Rimini assai presso alla terra, e’ paesani d’intorno, ch’erano dalla compagnia stati rubati, e arsi e distrutti, e i loro congiunti e amici o morti o guasti delle persone, e però, come sentirono che la compagnia s’era allungata, prestamente e per forza si ritornarono in Sogliano tutti, e quanti vi trovarono di quelli della compagnia, sì de’ malati come di quelli che li servivano, senza niuna misericordia gli tagliarono e uccisono, e ciò che trovarono nel castello rubarono e portarono via, lasciando in abbandono le mura; e questo occorse del mese di gennaio del detto anno. La compagnia essendo stata alquanti giorni sopra Forlì in molti disagi, sì per le nevi ch’erano grandi, e sì perchè trovarono nel paese poca roba a tanta brigata, si partirono di quindi, e appressaronsi a Forlì, e in Forlì dal popolo per comandamento del capitano ebbono ricetto, e rinfrescamento di pane e di quello, che dentro v’era riposto. Questo facea il capitano, perchè ogni altra speranza di difesa dal legato, fuori che di questa compagnia, del tutto gli era mancata; di che più curando di suo stato, che sè o ch’e’ suoi sottoposti e servidori, con loro mescolò molte fiate la scellerata compagnia, con danno e con vergogna e disagio grande de’ suoi cittadini.
CAP. III. Come il comune di Firenze diede balía a’ cittadini contro alla compagnia.
Vedendo il comune di Firenze che la mala brigata della compagnia sempre crescea, e che il verno passava, e appressavasi il principio della primavera, sicchè il tempo s’adattava alla guerra; e sentendo che il conte di Lando, come persona offesa, forte si dolea del nostro comune, e che esso e la compagnia per assentimento comune forte ne minacciavano, e che mai campo non si mutava che tutti non gridassono a Firenze, a Firenze; e volendosi provvedere sicchè al tempo si trovasse sufficiente e in punto di potere rispondere alla potenza e al mal volere della detta compagnia, ed essendo perciò necessario di trovar modo come abbondanza di pecunia venisse in comune senza gravezza e offesa de’ cittadini, a dì 12 di gennaio gli anni 1358, provvidono per gli opportuni consigli che si facesse il quarto monte, ciò fu una prestanza generale di fiorini settantamila d’oro alle borse possenti, e chi prestasse per sè o per altrui, fosse scritto nel detto monte a creditore del comune nell’uno tre, e avesse di provvisione il danaio per lira il mese, che venia a ragione di cinque per cento degli scritti, e de’ prestati a ragione di quindici per centinaio, con le immunitadi e privilegi degli altri monti; e perchè la cosa avesse esecuzione prestamente, feciono sedici uficiali, quattro per quartiere, con larga e piena balía a potere accattare quanta moneta paresse loro; i quali uficiali senza perdere tempo di subito composono settantamila fiorini d’oro, e poco appresso ne posono cinquantamila fiorini d’oro, i quali tutti si ricolsono in piccolo tempo e interamente, e i risidui per tutto il mese di dicembre 1359, con tanta pace e buono volere, che a niuna persona non fu nè guastagli casa, nè eziandio mandatoli messo, l’uno per l’altro pagava prendendo vantaggio, e il comune rispondea del dono e interesso fedelmente a’ tempi ordinati.