Partito il legato di Firenze, a dì 26 di dicembre detto anno, cavalcò dalla Scarperia, e poi traversò per l’alpe, per non appressarsi a Bologna, acciocchè ’l signore di Bologna non prendesse gelosia, e andò a Castelsanpiero; e ivi il signore di Bologna messer Giovanni da Oleggio gli si fece incontro bene accompagnato di gente d’arme, e ricevettelo onorevolmente in Castelsanpiero. E ivi essendo amendue, pochi giorni appresso feciono parlamento, ove furono ambasciadori del marchese di Ferrara, e della gran compagnia, e d’altri signori e comuni, nella quale in effetto nè de’ fatti della compagnia, nè del signore di Forlì niuna concordia pigliare si potè. Il conte di Lando venuto in Forlì per trovarsi di presso al legato s’arrestò ivi, e così niente fatto si partirono; il legato si tornò a Imola, e gli altri alle luogora loro.
CAP. CV. Come la compagnia si condusse per la Romagna.
Del mese di novembre sopraddetto la compagnia si partì dalla Massa e andonne a Savignano, dove per difetto di vittuaglia stette poco, e passò in quello d’Arimini, ove consumato in breve tempo quello che accogliere poterono, per forza di fame più giorni strettamente patita, come arrabbiati combatterono il castello di Sogliano, nel quale era assai roba da vivere, e quello vinsono, e uccisono senza misericordia niuna centoventitrè abitanti. E per la vittoria di quello sormontati in orgoglio combatterono il Poggio de’ Borghi, e vinsonlo, e uccisono centocinquantacinque uomini. Veggendo vinto le fortezze maggiori e più atte a difesa, per paura le castellette vicine tutte s’abbandonarono, nelle quali senza contrasto entrarono i nemici, ciò furono Raggiano, Strigaro, Montecongiuzzo, Compiano, e Montemeleto, e più altre terre poste in fortissimi luoghi in sulla stinca della montagna, ove trovarono grande abbondanza di tutta la roba da vivere. E però quivi s’arrestarono lungamente, tenendo in continovo sospetto il comune di Firenze, che temeano non scendessono l’alpe dalla Faggiuola al Borgo a Sansepolcro, e per quella di Bagno, e per questa temenza il comune di Firenze vi pose quello riparo che si potè e di gente e d’amici.
CAP. CVI. Dello stato della Cicilia.
Se bene si cercheranno le nostre scritture, e metterassi incontro tra le ree e buone fortune, troppo avanzeranno le sinistre le felici e avventurose, che appena si troverà non dirò uno mese dall’anno, ma uno dì solo, che tra’ cristiani, in qualche parte della terra che per loro si possiede, qualche pessima cosa e degna di nota surta non sia. Noi avemo per più riprese poco addietro parlato delle travaglie de’ nostri paesi e parte di quelle de’ Franceschi, e se intra esse fosse stato punto di tempo quieto o tranquillo; quello medesimo è stato negli altri paesi pericoloso e turbato, perocchè ne’ detti tempi sono mescolate le volture della Cicilia, la quale quasi del tutto divisa, e piena di scandali e di riotte, in continove guerre sboglientate, l’una parte e l’altra perseguitata con quello poco di gente che loro era rimasa, con guerra sanguinente e mortale, quelli di Messina si sono fatti capo di parte, e così hanno fatto quelli di Catania, senza redenzione offendendo l’uno l’altro, perchè n’è seguito gran danno di persone con piccolo vantaggio, e senza notabile acquisto o d’una o d’altra parte.
CAP. CVII. Del male stato del reame di Francia.
Il paese di Francia dopo la morte del proposto de’ mercatanti, e de’ suoi compagni e seguaci, non prese alcuna fermezza di buono stato, ma per contrario si ritrovò in grande confusione, che il Delfino non era amato nè ubbidito come signore nè dal popolo nè da’ baroni, e non ostante che lo tenessono per loro capo, poco era grazioso nel cospetto de’ grandi e de’ piccoli; e oltre a ciò per li trattati già scoperti stava in sospetto e paura, e per questa cagione poco potea provvedere, e meno atare il paese da’ suoi nemici. D’altra parte il re di Navarra si mantenea di fuori correndo e predando intorno a Parigi e altre ville circustanti senza trovare contasto fuori che delle mura, e continovamente sua gente cresceva d’Inghilesi, e sì di gente paesana pronta e disposta a mal fare; e per questo si scorse il paese, che fuori di Parigi e d’altre città e fortezze di Francia non si potea andare, che gli uomini non fossono presi. Il Delfino, come detto è di sopra, non potendo a tanto male porre rimedio, e temendo di tradimento, il quale poco appresso si scoperse, stava a riguardo, e aspettava si mutasse fortuna.
CAP. CVIII. Di mortalità d’Alamagna e Brabante.
Essendo ancora il braccio di Dio disteso sopra i peccatori non corretti nè ammendati per li suoi terribili giudicii a tutto il mondo palesi, e per gastigarli e riducerli a migliore vita, nel detto anno nel tempo dell’autunno ricominciò coll’usata pestilenza dell’anguinaia a flagellare il ponente, e molto gravò in Borsella, che del mese d’ottobre e di novembre vi morirono più di millecinquecento borgesi, senza le femmine e’ fanciulli, che furono assai. Ad Anversa, e a Lovano, e nell’altre ville di Brabante il simile fè. Non toccò la Fiandra, poichè altra volta non era molto stata gravata, e però Brabante più ne sentì; e per simile modo avvenne nella Magna a Basola, e in altre città e castella infino a Boemia e Praga, le quali dalla prima mortalità non erano state gravate. In questi tempi fu ne’ nostri paesi in Valdelsa, e in Valdarno, di sotto, e nel Chianti, quasi come l’anno dinanzi passato, generali infermità di terzane, e di quartane, e altre febbri di lunga malattia, delle quali pochi morivano. Di ciò si maravigliarono le genti di Valdelsa e di Chianti, perchè sono in buone arie e purificate, perchè due anni l’uno appresso l’altro fossono maculati di simili infermitadi, non conoscendo alcuna singulare cagione di quello accidente.