Noi dicemmo addietro come il capitano di Forlì per patto promise quindicimila fiorini alla compagnia, e la cagione perchè, onde venendo il tempo che pagare li dovea, e non avendo il di che, eziandio affannando di presta i suoi cittadini, diede a’ caporali contanti fiorini duemila: ed essendo suoi prigioni il figliuolo del conte Bandino da Montegranelli, e due figliuoli del conte Lamberto della casa de’ Malatesti detto il conticino da Ghiaggiuolo, i quali erano stati presi nella guerra del cardinale di Spagna, loro assegnò alla detta compagnia in parte di pagamento per fiorini diecimila. Currado conte di Lando, sentendo l’impotenza del gentiluomo, coll’animo suo diritto e libero dove avesse avuto di che sadisfare, cortesemente li fece accettare, attendendosi dell’avanzo alla fede e promessa del capitano; e per non stare in bargagno, avendo il conte bisogno di danari, assentì il riscatto de’ detti prigioni per quattromila fiorini: e ciò fatto, con tutta sua brigata prese cammino, e si strinse verso quello d’Imola e di Faenza, cercando preda per vivere. E nei detti paesi ha una valle grassa e abbondante d’ogni cosa da vivere che detta è Limodiccio, la quale è circondata di poggi altissimi e aspri, e con assai stretti cammini all’entrare e all’uscire per grandi montate e scese: i villani di quel paese s’erano ridotti alle guardie de’ poggi ov’erano l’entrate, non sperando che per lo grande disavvantaggio di chi venisse di sotto gente d’arme gli andasse ad assalire, poco avendo considerazione, che la fame fa cercare per lo cibo ogni luogo segreto, e assalire eziandio le impossibili cose. Quelli della compagnia assalirono le montagne con franchezza d’animo, facendo in fatti d’arme maraviglie; il perchè i villani impauriti e inviliti lasciarono i passi, e diersi alla fuga, onde la valle tutta venne in potestà de’ nemici, dove trovarono assai roba da vivere. E a loro fu bene bisogno di così trovare, per ristorare i disagi e la fame patita a Forlì: ed ivi adagiato e loro e loro bestie, vi dimorarono fino a dì 16 del mese di ottobre. E mentre che stavano a Limodiccio; più volte cercarono di passare in sul Fiorentino, ma ciò fu in vano; perocchè trovavano onde speravano passare sì forniti e ordinati al riparo, che non s’assicurarono di mettersi a partito. E andarono a Modigliana, e assaggiarono il castello con battaglia, e niente poterono acquistare. All’uscita del mese cavalcarono a Massa, che è del vescovo d’Imola, e come suole avvenire de’ beni de’ cherici, che non contendono se non a pelare, essendo il luogo male provveduto di guardia la presono, dove trovarono assai roba da vivere e arnese da preda. Alla rocca non feciono assalto, perocchè essendo nella guardia del signore d’Imola era bene guarnita e apparecchiata a difesa. I mascalzoni per la troppa roba vi trovarono vennono tra loro a discordia nel pigliare della roba, e per non venire a peggio tra loro misono fuoco nella terra, e arse tutta colla maggiore parte di ciò che v’era dentro, perchè convenne che la brigata si partisse e accampasse di fuori; e quivi soggiornarono alquanto verso i confini di Bologna: e non avendo la vittuaglia che a loro bisognava, il signore di Bologna ne dava loro, e sostenneli quivi tutto il mese di novembre. Ciò disse che fece, perchè il legato Cardinale di Spagna era in cammino per passare in Romagna a ripigliare la guerra, e non sapea l’intenzione sua, sicchè per gelosia di suo stato era contento d’avere la compagnia di presso.
CAP. C. Come il re del Garbo fu morto.
Buevem re del Garbo, il quale volgarmente è detto il reame della Bellamarina e di Tremusi, avendo lungo tempo con ardire e con senno sostenuto l’onore di sua corona, e avendosi sottoposto, come nel primo libro narrammo, gli altri re de’ barbari che gli erano vicini, cioè quello di Costantina e quello di Buggea i quali tenea in prigione, cadde in malattia da tosto guarire; ma la rabbia e la cupidigia del signoreggiare accese gli animi de’ figliuoli, che per nobiltà doveano a lui a tempo succedere, e sì lo strangolarono. E morto lui, il maggiore di loro d’età di sedici anni nominato Bugale prese la signoria, e fessi coronare, ma non con volontà e amore di tutti i baroni. Per la qual cosa alquanti di loro, e non de’ minori, s’accostarono all’altro fratello ch’era di meno giorni, cioè d’età di dieci anni, il quale era oltre a quello che tale età richiedea e intendente e astuto; e il suo nome era Bestiezti, e a lui dissono: Quando il padre tuo fu fatto re, per potere regnare senza sospetto de’ suoi fratelli, a venticinque fece tagliare la testa, e così pensa che tuo fratello farà a te: e però, se vogli seguire nostro consiglio, noi ti faremo re colla nostra potenza, se tu ci prometti di fare morire lui. La cagione di questo fu, ch’e’ dicea che i baroni non guidavano bene i fatti del reame. Il giovane per venire alla corona con tutto il suo consiglio a ciò s’accordò. Perchè essendo ancora il re giovane debole nella signoria nuova, e poco da sè accorto e meno avvisato, fu da’ baroni preso per comandamento del fratello, e come patricida saettato, sicchè in piccolo tempo spacciò il regno acquistato col micidio del padre, e sè di vita. Gli altri fratelli vedendo questo crudele principio fuggirono in Sibilia, e ’l minore fatto re, colla sua forza rimase nelle mani de’ baroni, perocchè non era in tempo da potere nè da sapere governare il reame. Con questa malizia fu il maggiore fratello abbattuto, onde molti de’ baroni avendo il re fanciullo a vile, occuparono assai delle giurisdizioni del reame. Di questo seguette, che uno antico barone e di grande seguito di fuori di Fessa si fece fare re alla setta sua, e cominciò a guerreggiare il giovane re. Sentendo Suscialim fratello del re Buevem morto, come dicemmo di sopra, il quale era fuggito in Sibilia, questa divisione de’ baroni, richiese il re Pietro di Sibilia d’aiuto, il quale li fece armare due galee e valicò a Setta, e là fu ricevuto come re; e avendo aiuto da’ paesani se n’andò a Fessa, ove il giovane re era con poco aiuto e consiglio; e però giunto a Fessa fu ricevuto come re; e disposto il fratello, e messo in prigione, e accolte maggiori forze andò contro al barone che s’era fatto re, il quale brevemente fece morire, ed egli rimase libero signore del reame della Bellamarina: e questo avvenne nel detto anno 1358. È vero che quando morì il gran re Buevem, che i re che avea in prigione furono lasciati, e ripresonsi i loro reami di Buggea e di Costantina: e il reame di Tremusi si rubellò, e tornossi allo stocco de’ re usati.
CAP. CI. Come i cardinali ch’erano in Inghilterra si tornarono a corte.
Essendo il cardinale di Pelagorga e quello di Roma messer Iacopo Capocci in Inghilterra, per seguire l’accordo de’ due re della pace ordinata con titolo di santa Chiesa, e ’l cardinale il quale fu cancelliere del re di Francia, il quale stava di là in proprio servigio del detto re, avvedendosi l’uno dì dopo l’altro che l’operazioni del re d’Inghilterra erano a impedire, che la moneta che si dovea pagare per lo re di Francia, e li stadichi che si doveano dare non si fornissono; e vedendo che il detto re mantenea in arme e in preda, e in grave intrigamento de’ paesi di Francia, il re di Navarra, e che di continovo li aggiugnea forza de’ suoi Inghilesi, per modo che i baroni colle comunanze di Francia non aveano destro d’accogliere la moneta nè di mandare li stadichi; e avendo di ciò per più riprese richiesto il re d’Inghilterra che vi mettesse ammenda, ed egli risposto loro, che nol potea fare; temendo che sotto l’ombra del dimoro non s’apparecchiasse loro più vergogna che onore, se ne partirono: e per la loro partita senza frutto feciono manifesto, che piuttosto guerra che pace dovesse seguitare; come poi n’addivenne, secondo che a suo tempo racconteremo. E questo fu del mese d’ottobre del detto anno.
CAP. CII. Della pace da Sanesi a’ Perugini.
Essendo dibattuti i Perugini e’ Sanesi nella loro guerra novella, come per noi addietro è fatta memoria, essendo continovo il comune di Firenze in sollicitudine di mettere tra loro pace co’ suoi ambasciadori, e inframettendosi anche il legato di Romagna di questa materia, all’ultimo l’uno comune e l’altro, avendo ciascuno voglia d’uscire di guerra e di spesa più onestamente che potesse, si rimisono negli ambasciadori del legato e de’ Fiorentini, i quali diligentemente praticarono con catuna parte, per vedere se modo convenevole si potesse trovare; e trovando che ’l dibattito era di potersi con alcuno mezzo terminare; vollono che da catuno comune venissono sindacati, e la fermezza de’ Perugini di quello, che per loro s’avesse a ordinare di Montepulciano, e da’ Sanesi di Cortona: e avuti i sindacati e le cautele che domandarono, diedono la sentenza, e tennonla segreta, e feciono a catuno comune pubblicare la pace, e sicurare le strade e’ cammini, e feciono pubblicazione in catuna città, e in Firenze fu celebrata solennemente dì ultimo del mese d’ottobre del detto anno: dappoi si manifestò la sentenza, e fu in questo modo. Che tra i detti comuni dovesse essere ferma, e buona e perpetua pace, e che i Perugini dovessono lasciare libera la terra di Montepulciano a’ suoi terrazzani, e dovessono patere mettere in Cortona da indi a quattro anni di tempo in tempo podestà, e dove i Cortonesi non lo volessono, dovessono dare il salario al detto podestà, il quale era di lire quattrocento l’anno, e dovessono i detti Cortonesi ogni anno de’ detti quattro anni dare a’ Perugini un palio di seta e che i Sanesi infra cinque anni non potessono mettere podestà in Montepulciano, ma lasciare la terra libera, e da cinque anni in là vi dovessono mettere podestà, ed avere il censo usato. Quando dopo la pace predetta ne fu fatta pubblicazione, e l’uno e l’altro comune se ne mostrò in grande turbazione, e ciascuno mandò solenne ambasciata a Firenze per fare rivocare la detta sentenza. Il comune di Firenze sentendo, che nel praticare della cosa gli ambasciadori de’ detti comuni erano stati quasi in concordia di questo, e che di nuovo non vi s’era fatto fuori che ’l termine e ’l modo delle signorie, riprendendo onestamente i detti comuni in persona de’ loro ambasciadori, rispose, che intendea che si osservasse la pace; ma però non rimasono in vista contenti i detti comuni, benchè novità di guerra non movessono insieme.
CAP. CIII. Come il cardinale tornò in Italia.
Io non posso fare ch’io non ripeta talora in alcuna parte le cose già dette, non per crescere scrittura (perocchè le cose notabili che occorrono continovamente tanto abbondano, che assai di spazio prendono nel libro) ma per giugnere insieme e le vecchie e le nuove cagioni, che ne’ principii non conosciute, o conosciute e non debitamente curate, o che peggio diremo, per grazia o potenza de’ cittadini con infiniti colori trapassate, hanno danni incredibili e pericoli gravissimi più volte giattato, e ridotta nostra città in temenza di non perdere sua libertà. E tutto che lo scrivere aperto in sì fatte materie, massimamente per lo pugnere cui tocca, dalli pochi intendenti paia ch’abbia in sè materia di cruccio e malevolenza, che nel vero appo li savi no; ma pure così fare si dee da qualunque per beneficio di sua città, e forse dell’altre prende la cura di scrivere; perocchè tacere il male, e solo il bene mettere in nota, toglie fede alla scrittura, e fa l’opera di meno piacere e profitto, e se sottilmente si guarda, forse è dannoso, perocchè li rei sentendo occultare le loro opere più baldanzosamente procedono al male, e di sè fanno specchio a coloro che devono venire a invitarli per l’impunità del segreto peccato alle pessime cose, d’onde tema d’infama li suole talora ritrarre, e il comune, per non essere avvisato delle malizie passate, con meno cautela e meno consiglio procede in quelle che li sono apparecchiate dinuovo. Questo parlare a molti forse parrà di soperchio in questo luogo, ma se si recheranno alla mente, per li ricordi che sono fatti e nelle vecchie e nelle nuove scritture, i modi per li nostri cittadini per l’addietro alcuna volta tenuti, troveranno, che chi per ottenere beneficii ecclesiastici, chi per essere tesoriere e capitano nelle terre della Chiesa di Roma, non solo hanno consigliato che sia dato aiuto e favore non dico alla Chiesa di Dio, che si dee sempre fare, ma ai forestieri, che sotto nome di duchi, conti, e capitani, o legati di papa, o altri titoli onesti nel nome ma tiranneschi nel fatto, della povertà di Provenza sono passati a signoreggiare i nobili e famosi paesi d’Italia, ma hanno sforzato o in uno o in altro modo e sospinto il nostro comune disonestissimamente a ciò fare. Il di che è più volte seguito, che essendo il mondano e temporale stato della Chiesa di Roma colla forza del nostro comune in Italia ingrandito e montato in sommo grado di signoria, i governatori d’essa insuperbiti, posto giù ogni religione e ogni vergogna, come ingrati e sconoscenti de’ beneficii ricevuti, a leggi e costumi di malvagi tiranni, hanno cerco con trattati e tradimenti per occulte e coperte vie, infino a venire in palese a volerci sottomettere a loro signoria, e torre nostra libertà; il perchè è stato di necessità al nostro comune, per difendere suo stato e giustizia, spendere milioni di fiorini, e che è stato peggio, operarsi contro alla Chiesa di Roma, che ne diè il segno di parte, sicchè si può dire quasi contro a sè stesso; e quanto che così suoni il grido, il vero è stato, che non contro a Chiesa, ma contro a malvagi pastori e mondani; e certo questo non è stato in pensiere a quelli che hanno fatto procaccio delle prefende e d’altre cose, che dicemmo di sopra. Or seguendo nostro trattato, conoscendosi per lo papa e per lo collegio de’ suoi cardinali, i quali aveano rivocato da sua legazione il legato di Spagna e posto in suo luogo l’abate di Clugnì, che esso abate era uomo molle, e poco pratico e sperto, e sì nell’arme e sì nelle baratte che richeggiono gli stati e le signorie temporali, e che per tanto era poco ridottato e meno ubbidito, parendo loro che suo semplice governo poco atto fosse ad acquisto, e pericoloso a sostenere le terre che la Chiesa avea racquistate nella Marca e nella Romagna, diliberarono di rimandare il cardinale di Spagna in Italia con più pieno e largo mandato che per lo addietro, e così seguette; il quale, tutto che fosse sagacissimo e astuto signore, non senza consiglio de’ nostri cittadini, di quella natura della quale avemo di sopra parlato, fè la via per Firenze, dove fu a costuma di papa pomposamente ricevuto con processione, e palio di drappo ad oro sopra capo, addestrato da’ cavalieri, e con altre ceremonie usate in simili casi per lo nostro comune, che piuttosto in atto d’arme che d’uficio chericile era mandato; li donarono due grandi destrieri, l’uno tutto di ricca e reale armadura coverto, e tanti altri doni, che passarono i milledugento fiorini d’oro. Giunto a Firenze, scavalcò a casa gli Alberti; e sentendosi in Firenze che ’l paese ov’era destinato avea gran bisogno di lui, per tutto si credette che giunto prendesse viaggio, ma coll’usato consiglio de’ nostri cittadini rimase a Firenze per spazio d’un mese, segretamente cercando l’accordo della compagnia, e lega col nostro comune, nella quale offerea il signore di Bologna, e tutto facea a suo vantaggio, e a mal fine e dannaggio di nostro comune; la qual cosa conosciuta ruppe il ragionamento, e il legato ciò molto ebbe a male, e si mostrò di partire malcontento dal nostro comune, avendo al servigio di santa Chiesa del continovo dai cinquecento a’ settecento cavalieri di quelli del comune di Firenze.