Temendosi per lo nostro comune che la compagnia per lo passo dello Stale, che assai era largo e aperto, non li venisse addosso, in certa parte di quello luogo avea fatto fare e tagliare i palizzati, i quali erano abbandonati, perocchè per li patti fatti colla compagnia doveano passare da Biforco, come addietro dicemmo. E vedendo il comune che la compagnia partita da Vicchio di quindi era passata in Romagna, e considerando che quello era il più agevole passo che potesse fare gente d’arme che da quella parte venisse in offesa di nostro paese, prese ragionamento di farvi fortezza. Sentendo ciò gli Ubaldini e i conti da Mangona, a cui a tempo la fortezza potea essere nociva, di presente furono al signore di Bologna, e gli diedono a intendere che quello luogo era del comune di Bologna; perchè per la mala informazione turbato scrisse al nostro comune assai altieramente. Di che il nostro comune fè ritrovare l’antiche ragioni che ’l monistero di Settimo ha nello Stale e ne’ luoghi circostanti, colle quali per ambasciadori e difendere delle dette ragioni mandò a Bologna messer Francesco di messer Bico degli Albergotti d’Arezzo cittadino di Firenze, eccellentissimo e famoso dottore in ragione civile, il quale allora leggeva in Firenze. Questi circa lo spazio d’un mese stette a disputare co’ dottori bolognesi sopra la materia, e in fine in presenza del detto signore di Bologna fu determinato, che ’l nostro comune aveva ragione, tutto che gran punga fosse fatta per li detti Ubaldini e’ conti in contrario. E a fede di ciò, il signore scrisse appieno al nostro comune, e le lettere e cautela furono registrate del mese di settembre 1358.
CAP. XCV. Qui si fa menzione delle ragioni che ’l monistero di Settimo ha nello Stale.
E’ n’è di piacere, poichè nel precedente capitolo detto avemo dei modi tenuti per gli Ubaldini e’ conti di Mangona intorno alla quistione dello Stale, di fare in sostanza alcuna memoria delle ragioni che la badia di Settimo ha nel detto Stale, più per reverenza della buona e fedele antichità che per vaghezza di scrivere. Trovato fu nel monistero di Settimo una carta rogata negli anni dell’incarnazione del nostro Signore 1040 a dì 13 di dicembre, nel quale si celebra la festa della graziosa santa Lucia, e nell’anno secondo dell’imperio d’Arrigo, del cui tenore in parte togliemo questo. Guglielmo conte, figliuolo di messer Lottieri conte e di madonna Adalagia contessa, diede per rimedio dell’anima sua e de’ suoi genitori, alla Chiesa e al monistero di san Salvadore, nel luogo che si dice Gallano, ove si dice lo Spedale, con ogni ragione, e aggiacenza, e pertinenza sua, e qualunque e quanto a quel luogo s’appartiene, in perpetuo a noi Ugo, e agli Abati che per li tempi saranno; e appresso quello che concede confina così. Da oriente, dal Nespolo infino al Pero lupo, e infino alla Stradicciuola, e siccome corre la detta Stradicciuola infino alla collina; da mezzogiorno dalla detta collina infino a Ferimibaldi, e da Ferimibaldi infino a Feumicarboni, e da Feumicarboni infino a Collina de’ monti propio.... e infino a Fontegrosna, e siccome trae il vado d’Astronico. Dalla parte d’occidente, dal guado Astronico infino a Montetoroni, e infino a Ronco di Palestra, ritorna fino al Nespolo di Briga. E sono tutte le predette terre e cose, e tutti i piani, e alpi, e le loro pertinenze, secondo che si dice nella detta carta, infra ’l contado di Bologna e di Firenze. Nel 1292, a dì 19 di dicembre, il popolo di santo Iacopo a Montale e di san Martino di Castro per sentenza di lodo poterono usare i detti beni quattordici anni, dando la decima di tutto il frutto e certo censo al detto monistero. E perchè semo entrati in ragionamenti di confini, diremo de’ confini tra il nostro comune e quello di Bologna, per bene e pace dell’uno e dell’altro comune, i quali furono terminati per messer Alderighi da Siena arbitro in tra i detti comuni, e furono questi. Il Mulinello a piè di Pietramala è del nostro comune, e Baragazzo, e il Poggio del fuoco, e delle valli, e mezzo Montebene, e Sassocorvaro, e il prato di Baragazzo.
CAP. XCVI. Come la compagnia della Rosa di Provenza si spartì e disfecesi.
In questi dì, sentendosi le novità di Francia che narrate sono, e come il paese s’apparecchiava a nuova guerra per l’operazioni del re di Navarra, la compagnia, che lungamente era stata in Provenza, e avevanvi assai terre acquistate, vedendo che poco avanzavano stando quivi, ed essendo parte di loro richiesti dal Delfino, sperandosi più avanzare nelle guerre di Francia che nella povertà di Provenza, premono per partito di partirsi, e trattarono co’ paesani d’andare, e di rendere le terre e le castella che aveano prese; e venuti a concordia, ebbono ventimila fiorini d’oro, e catuno se n’andò dove li piacque, e lasciarono il paese di Provenza, ove erano stati predando i paesani e affliggendo più di diciassette mesi continui in guastamento del paese.
CAP. XCVII. Come s’afforzò e guardò i passi dell’alpe perchè la compagnia non passasse.
Poichè fu terminata la quistione dello Stale, sentendo il nostro comune che la compagnia s’apparecchiava a quello luogo, avendo posto campo tra Bologna e Imola, e temendo non prendesse indi suo vantaggio in Toscana, senza perdere tempo vi mandò provveditori e maestri per afforzare sì quel passo, che togliesse speranza alla compagnia, e a qualunque altra gente volesse offendere il comune, di quindi passare. E perchè a sicurtà i maestri e’ paesani potessono intorno a ciò lavorare, vi mandò il comune balestrieri assai e altra gente d’arme quale pensò alla difesa essere bastevole, con fare comandamento a tutti i paesani e vicini a quello luogo che vi dovessono essere e colle persone e colle bestie loro ad atare, tanto che ’l luogo fosse abbastanza afforzato, i quali vi mandarono volentieri per tema di non essere sorpresi incautamente dalla compagnia, che da quelli dell’alpe si tenea offesa, e avea appetito di vendicarsi. L’opera fu di volontà affrettata perchè il pericolo era vicino, e in piccolo tempo fu tutto fornito, cominciando dalla vetta de’ colli e passando per lo tramezzo delle valli, li fossi e li steccati, colle torri di legname e bertesche spesse a guisa di mura di terra, con tre belle e forti bastite in su i poggi per dare favore a quelli che difendessono i palizzati, e perchè, se caso di rotta avvenisse, si potessono ricogliere a salvamento. La chiusa per lungo fu intorno di passi ottomila, stendendosi insino presso a Montevivagni. Quelli della compagnia, che s’erano alloggiati in su quello d’Imola, più volte tentarono e per diverse parti passare in sul nostro contado, ma sentendo ch’e’ passi dell’alpe erano bene guardati (che più di dodicimila pedoni, la maggiore parte balestrieri, talora fu che si trovarono allo Stale, senza quelli ch’erano all’altre poste) mutarono proponimento, e rivolsonsi indietro nella Romagna, e massimamente sentendo venuto in Firenze messer Pandolfo di messer Malatesta da Rimini per capitano di guerra, non lasciando però le minacce contro al nostro comune.
CAP. XCVIII. Come l’imperatore fece il duca d’Osteric re de’ Lombardi.
Carlo imperadore de’ Romani, essendo nel detto anno 1358 del mese di settembre morto il duca vecchio d’Osteric, il giovane duca ch’era rimaso signore si fece a parente, e gli diè una sua figliuola per moglie; e lui volendo aggrandire, vedendo che la forza del genero giunta alla sua era grandissima, e per l’avviso del conte di Lando e degli altri caporali di lingua tedesca avea sentito, come le parti d’Italia, massimamente Romagna e Toscana, erano male disposte, e atte a potere venire sotto signore, si pensò ciò potere di lieve seguire con titolo di signore naturale, perocchè il nome del tiranno a’ liberi popoli, massimamente di Toscana, era terribile, e non potea essere accetto, e per tanto il detto duca fece e pronunziò re de’ Lombardi. Il duca, come giovane, e vago di crescere suo nome e signoria, accettò il titolo del reame: ciò sentito in Italia, non fu senza gran temenza; il perchè tantosto i signori e’ comuni s’intesono insieme, dando ordine a leghe e a tutto ciò che pensarono essere necessario e bastevole a impugnare l’impresa del nuovo signore.