Il giorno dopo la morte del proposto, i borgesi di Parigi, riconosciuti del fallo loro, di comune consiglio mandarono nel campo al Delfino, che li piacesse, poichè morto era il traditore della corona co’ seguaci suoi, di volere dimenticare l’offesa che ignorantemente era fatta loro, come persone ingannate da coloro che falsamente li conducevano, e che in Parigi dovesse venire, e reggere e governare la città e il popolo come loro signore naturale, che presti e apparecchiati erano tutti a ubbidire e fare i suoi comandamenti. Il Delfino avuto suo consiglio rispose molto benignamenente agli ambasciadori, dicendo, che bene conoscea onde era mosso l’inganno del popolo, e che molto era contento che la comune di Parigi avea scoperti i loro traditori e della corona, e che per loro se n’era presa vendetta, ma ancora non a pieno: e però, innanzi ch’e’ volesse entrare nella città, volea che del tesoriere del re di Navarra e del compagno, a cui erano state date le chiavi delle bastite, fosse fatta giustizia, e poi lietamente e con pieno amore de’ suoi borgesi v’entrerebbe. Tornati gli ambasciadori nella terra, furono presi il tesoriere e ’l compagno, e tranati per la terra, e impesi al castelletto; e fatto ciò, il Delfino con tutta sua gente con grande festa entrarono in Parigi, ricevuti da tutti i cittadini con singolare allegrezza.
CAP. XC. Come si scoperse il trattato tenea il re di Navarra.
Il Delfino ordinato in Parigi generale parlamento, nel quale fece con savie e ornate parole mostrare al popolo la buona voglia ch’egli e’ baroni e’ gentili uomini aveano a’ borgesi di Parigi, e in quello fece nuovo proposto di mercatanti come a lui piacque, uomo di cui bene si potea fidare: e oltre a ciò, rendendo onore al popolo, fece dire, che quando volontà de’ borgesi fosse, e’ sarebbe contento che sei borgesi, i quali e’ fece nominare, fossono nella guardia e giudicio del popolo, perocch’e’ sentiva ch’erano stati segretari del proposto cui eglino aveano giudicato per traditore della corona. Come questo fu detto, senza arresto i detti sei borgesi furono presi, e venuti in giudicio, senza alcuna molestia o tormento confessarono, che la notte che il giorno dinanzi era stato morto il proposto, il re di Navarra dovea prendere le bastite, ed entrare in Parigi con tutta sua forza, e coll’aiuto del proposto e di suo seguito dovea correre Parigi; e che venendo prestamente fatto e al re e al proposto loro intenzione, il re si dovea fare coronare del reame di Francia per mano del vescovo di.... il quale allora era in Parigi, e si partì di presente come vide morto il proposto; e che il detto re di Navarra dovea riconoscere il reame di Francia da quello d’Inghilterra e fargliene omaggio, e restituirgli la contea d’Alighiero e altre terre, ed egli lo dovea atare a racquistare il reame con tutta sua forza; e che se ciò venisse fatto, com’era ordinato, il re d’Inghilterra dovea fare tagliare la testa al re Giovanni di Francia, cui egli avea in prigione, e che i Lombardi e’ Giudei ch’erano in Parigi doveano essere preda degli Inghilesi. Fatta la detta confessione, senza arresto i detti sei borgesi furono giustiziati; per li savi scoprire il processo fu poco senno tenuto, essendo il re di Francia e ’l figliuolo in prigione, perchè essendone il re d’Inghilterra infamato, si dovea potere muovere a cruccio, e mal trattare il re e ’l figliuolo.
CAP. XCI. Come il re di Navarra guastò intorno a Parigi.
Avendo avuto il re di Navarra dal proposto come avea cambiate le guardie, e dato ordine presto alla esecuzione del trattato, non sapendo ciò ch’era occorso al proposto, venne per prendere la prima bastita, la quale trovando fornita di gente nuova e bene in punto alla difesa, comprese che ’l trattato fosse scoperto: perchè mettendosi più innanzi in sentore, intese come il proposto co’ suoi consiglieri erano stati morti dal popolo; perchè vedendo in tutto suo pensiero annullato, d’ira e di mal talento incrudelito nell’animo suo, non ostante concordia nè pace ch’avesse co’ borgesi, tentò se per forza potesse vincere la bastita: e lavorando invano, partito da quella, scorse intorno a Parigi ardendo, e guastando, e predando ciò che potè. E poichè così ebbe fatto alquanti giorni, non trovando in campo contasto, se ne tornò a Monleone grosso castello, posto presso a Parigi a... leghe, e ivi si pose ad assedio. E come che ’l fatto s’andasse, al detto re cresceva gente d’arme da cavallo e da piè, la quale si movea d’Inghilterra non per manifesta operazione del re, ch’era nel trattato della pace, ma i cavalieri si mostravano muovere da loro e per loro volontà, come andare in compagnia. Ed essendo per li cardinali mezzani della pace detto al re che questo non era ben fatto, e che li piacesse mettervi rimedio, scusossi, dicendo, che ciò molto gli dispiaceva, ma che quella era gente disperata e di mala condizione, cui egli per suoi comandamenti non potea nè correggere nè arrestare. E con questa gente il re di Navarra cavalcava per tutto, e ardeva, e predava, e conduceva male il reame di Francia, non ostante l’ordine della pace preso; nel quale s’adattò il proverbio che dice, tra la pace e la triegua, guai a chi la lieva.
CAP. XCII. Come il marchese non volle dare Asti a’ Visconti.
Essendo per l’imperadore, per li patti della pace tra’ collegati e i signori di Milano, dichiarato che Pavia rimanesse a popolo e in libertà, e che Asti fosse renduto a’ signori di Milano, i signori di Milano della dichiarazione non contenti pertinacemente domandavano Pavia, e non che loro fosse ciò conceduto pe’ collegati, ma il marchese di Monferrato, che tenea Asti, nol volea rendere loro. Così ciascuna delle parti della pace fatta rimanevano malcontenti; e cominciarsi i collegati a temersi de’ signori di Milano, e quelli di Milano feciono loro sforzo, e mandarono a oste nel Piemonte contro ad Asti e all’altre terre che ’l marchese tenea in Piemonte, e ordinarono di riporre le bastite a Pavia, e ciò in piccolo tempo fornirono. Il marchese rimasto povero e di danari e d’aiuto per li Lombardi, che non si ardivano a scoprire per la pace fatta contro a’ signori di Milano, francamente s’apparecchiava alla difesa e alla guerra come meglio potea.
CAP. XCIII. Come la compagnia assalì Faenza.
Lasciando i fatti di Francia e di Lombardia e tornando ai più vicini, la compagnia, ch’era in Romagna tra Forlì e Faenza, sentendo male fornita di gente d’arme la città di Faenza, la quale si tenea per la Chiesa, dove non era che uno capitano con meno di cento uomini da cavallo, si strinsono alla terra, ed entrarono in uno dei borghi. Il detto capitano allora era di fuori, e volendo tornare dentro, fu abbattuto e ferito, e de’ suoi compagni assai magagnati. Per ventura erano in quel punto in Faenza trecento cavalieri del comune di Firenze all’ubbidienza d’uno cavaliere fiorentino, il quale vedendo il subito e improvviso assalto prestamente si mise alla difesa colla brigata sua, e riscosse il capitano, e i nemici fuori del borgo sospinse con loro assai danno, e ricoverato il capitano e l’onore della Chiesa si tornò in Faenza. Per lo detto assalimento baldanzoso e non provveduto si temette che non fosse nella terra trattato, ma se v’era, non si trovò. E ciò fu del mese d’agosto del detto anno. Appresso a pochi dì la compagnia de’ Tedeschi della bassa Magna sotto il capitanato d’Anichino di Bongardo s’accostò con quella ch’era in Romagna, e molti altri Tedeschi che spontaneamente si partivano da’ soldi degli Italiani s’aggiunsono con loro, e come ebbono fatta una massa, vedendosi forti cominciarono a gridare a Firenze, tenendosi per fermo e per lo consiglio e da tutti che da’ Fiorentini fossono stati traditi, e nell’alpe sconfitti. Di questa adunata e di sua mala parlanza gran sospetto si prese a Firenze, perchè si prese argomento di guardare i passi, come appresso diremo.