Il capitano, come uomo disperato, e con poca fede e legge, non avendo riguardo a’ suoi cittadini ch’erano stati a ogni martiro per sostenere lo stato suo, segretamente si convenne co’ caporali della compagnia di dar loro venticinquemila fiorini e il ricetto in Forlì, ed elli impromisono a lui di levare le bastite che gli erano intorno, e che per alcuno tempo starebbono in Romagna al servigio suo; di che seguitò, che all’entrante d’agosto e’ li mise in Forlì senza assentimento de’ suoi cittadini: i quali essendo stati rotti, come dicemmo, avendo patiti molti disagi, e per tanto essendo in gran bisogno di ricetto, per prendere riposo cominciarono a torre le case de’ cittadini, e loro masserizie e arnesi, e accomunare e abitare familiarmente con loro, e torsi delle cose da vivere oltre a bastanza, pigliando dimestichezze disoneste e spiacevoli colle famiglie de’ cittadini, che per non uscire di loro case e masserizie dimoravano con loro. Il perchè assai cittadini, a cui era più caro l’onore che la roba, si partirono di loro abituri, e ristrignensi in piccoli luoghi, lasciando in abbandono, per non contendere con gente bestiale, tutte loro cose. Nel quale avviluppamento manifesto si vide gli errori degli erranti e servili popoli, che per matta stoltizia disordinato amore portano a’ loro signori e tiranni. Di ciò il popolo molto si dolse, e nel segreto ricordava con mormorio la gran fede male meritata che portata aveano al loro capitano, sofferendo il lungo assedio in contumacia di santa Chiesa col perdimento di tutti i loro beni, con grandi disagi e affanni di loro e di loro famiglie. Onde meritevolmente in loro fu verificato quel proverbio che dice, chi contro a Dio getta pietra, in capo li ritorna.

CAP. LXXXV. D’una nuova compagnia di Tedeschi.

I Tedeschi di soldo che in que’ tempi erano in Italia, vedendo e conoscendo che altra gente d’arme che venisse a dire nulla, fuori di loro lingua, ne’ paesi di qua da’ monti non era, follemente pensarono di farsene signori: e vedendo che la compagnia del conte di Lando era in parte mancata per la rotta da Biforco, di presente s’intesono insieme i Tedeschi ch’erano al servigio de’ Sanesi, e quelli ch’erano al servigio de’ Perugini, con quelli ch’erano nella provincia della Romagna; perchè compiuta la ferma che Anichino di Bongardo avea co’ Sanesi, si ritrasse con sua gente in forma di compagnia, alla quale il conte Luffo con settecento barbute ch’erano al soldo de’ Perugini, e più altri conestabili tedeschi ch’erano in loro vicinanza, s’aggiunsono, sicchè furono circa a duemila barbute; e assai gente da piè atta a rubare trassono a loro, e andarsene su quello di Perugia, e co’ Perugini si patteggiarono in atto di ricompera per fiorini quattromila, e con avere il passo da Fossato per andare nella Marca: e d’indi passarono verso Fabriano, dove trovarono che i passi erano presi e guardati, onde si rivolsono per la Ravignana verso Fano, e in pochi dì, all’uscita d’agosto detto anno, s’aggiunsono a Forlì coll’altra compagnia, e posonsi di fuori della terra, entrando e uscendo a loro posta della città, e avendo vittuaglia dal signore. E per non disfare il gentile uomo ch’era assediato, mangiando quello di che vivere dovea insieme colla compagnia ch’era in Forlì, feciono cavalcate e da lunga e da presso, e ciò che poteano predare metteano in Forlì, facendo vendemmiare innanzi tempo le vigne vicine a’ loro saccomanni colle sacca, il perchè assai vino e altra roba da vivere assai misono nella città.

CAP. LXXXVI. Come si levò l’oste da molte terre.

Per la partita della gente d’arme di Toscana i Sanesi ch’erano a oste al Montesansavino se ne levarono e tornaronsi a Siena, e i Perugini che manteneano oste a Cortona anche se ne partirono; per la qual cosa in poco tempo quelli di Cortona con meno di cento cavalieri, e con alquanta gente da piè, feciono più cavalcate sul contado di Perugia, dilungandosi da Cortona le dieci e le dodici miglia, e trovando i contadini per li campi alle loro faccende, e il bestiame non ridotto in luogo sicuro, feciono prede assai e di uomini e di bestiame grosso e minuto. Ed era a tanto condotto il comune di Perugia per straccamento della guerra, che così pochi nemici cavalcavano ne’ loro più cari luoghi, e si tornavano colle prede a salvamento, quasi senza trovare alcuno contasto in niuna parte. Il dì che avvenne ultimamente, che cinquanta cavalieri e pochi pedoni corsono e girarono il lago dintorno, e colla preda senza niuno impedimento si tornarono a Cortona, che pare cosa incredibile a dire. Quinci si può notare quanto sono da fuggire, e quanto sono pericolose le imprese de’ comuni con soperchia voglia baldanzosamente cominciate, perocchè le più volte hanno altri fini che gli orgogliosi popoli, e pronti alle imprese maggiori che non possono portare, non istimano. Però non si può avere troppa temperanza per li savi governatori de’ comuni, nè troppa cura a raffrenare gli appetiti de’ popoli, a cui sovente dire si può: Signore, perdona loro, che non sanno che si fanno. È vero che al nostro comune spesso avviene il contrario, che o voglia il popolo o no, egli è tirato, e per forza sospinto nelle grandi e pericolose imprese da coloro che le dovrebbono vietare. Corsa la piena della gente dell’arme nella Romagna, il legato fece fortificare e fornire le bastite ch’avea intorno a Forlì di vittuaglia e di gente, e partissi da campo, e tornossi coll’oste a Faenza, e a Cesena, e per le castella dintorno, per stare a vedere quello che la compagnia facesse: e tutte queste cose fur fatte del mese d’agosto detto anno. E rinnovato fu il processo, e pubblicata la sentenza di santa Chiesa contro alla detta compagnia, come eretici e favoreggiatori dello scismatico capitano di Forlì, e che ogni uomo li potesse offendere, e contro a loro prendere la croce; ma tal fu la riuscita dell’altro legato quando li ricomunicò, e loro fè tributaria la Chiesa di Roma e’ comuni di Toscana, come addietro dicemmo, che a vile s’ebbe la sentenza e il processo, e sua esecuzione, eziandio da tutti gli amici e fedeli di santa Chiesa.

CAP. LXXXVII. Come si fè accordo dal Delfino a quelli di Parigi.

Come addietro facemmo menzione, il duca d’Orliens, e il Delfino di Vienna, e i gentili uomini aveano posto campo a Parigi, di che poco appresso seguente, che parendo a quelli d’entro e a quelli di fuori stare in molti disagi e pericoli assai, avendo ciascuno desiderio di concio, che per mezzani assai di lieve vi si trovò accordo; ma per tanto non vollono i borgesi che il Delfino o sua gente d’arme entrasse in Parigi, ma pacificamente e quelli d’entro e quelli di fuori praticavano insieme: nel quale accordo per operazione del proposto e de’ seguaci suoi s’inchiuse il re di Navarra con tutta sua gente; sotto la quale fidanza, o per vedere la terra, o per loro rinfrescamento, certi Inghilesi entrarono in Parigi, i quali come veduti furono da certi borgesi, loro levato fu il grido addosso in vendetta di loro signore ch’era in Londra in prigione, e tanto procedette avanti la cosa, che in quel furore in diversi luoghi in Parigi, come furono per avventura trovati, furono morti circa a cento Inghilesi. Ciò sentito nel campo del re di Navarra, tutto si mosse verso Parigi con animo di prendere del misfatto vendetta; il perchè il re a consiglio de’ suoi caporali mise un aguato, e con corridori fatti sottrarre i Parigini, e addirizzarli per tirarli nell’aguato, i folli borgesi inbaldanziti per quelli disarmati che aveano uccisi dentro uscirono fuori, e correndo alla scapestrata e senza ordine niuno caddono nell’aguato, ove ne fu morti oltre a trecento. La cosa fu rappaciata dentro e di fuori per operazione del proposto, che avea l’animo dirizzato a maggiori fatti, come appresso diremo.

CAP. LXXXVIII. Di detta materia, e come fu morto il proposto.

Seguendo suo iniquo e malvagio proponimento il proposto con certi suoi segretari con cui s’intendea, e che con lui teneano mano a tradire la corona, volendo trarre a fine il tradimento che lungo tempo avea menato e fermo col re di Navarra, vedendo che ’l popolo di Parigi si venia riconoscendo del fallo suo contro al Delfino e’ baroni, e temendo che l’indugio al suo maligno concetto non fosse dannoso, affrettò l’esecuzione del trattato e la morte sua; perocchè con certi borgesi del seguito suo, senza diliberazione o consiglio degli altri borgesi, bene apparecchiati in arme uscì di Parigi, e andonne a una delle bastite la quale aveano bene guernita e d’arme e di vittuaglia, e di gente per sicurtà della terra, e quella in gran parte sfornì d’armadura atta a difesa, e tolse le chiavi a colui a cui era stata accomandata di volere e consiglio di tutti i borgesi, e le diede a uno borgese di Parigi sospetto assai, perchè era stato tesoriere del re di Navarra; e come fece a questa bastita, così fece a tutte l’altre. Veggendo gli altri borgesi questa affrettata novità che si faceva senza niuno loro consiglio, nè cagione vedeano perchè ciò fare si dovesse, nè che pensiere a ciò fare avesse il proposto, cominciarono ad ammirare e a insospettire, ed in piccola ora col mormorio del popolo tanto crebbe il sospetto, che mandarono prestamente al Delfino, con cui novellamente aveano preso l’accordo, a sapere se ciò fosse di suo assentimento e volere; e avendo risposta del nò, tutto il popolo si levò a romore, gridando: Viva il Delfino, e muoiano i traditori; e in quella furia giunsono il proposto, e tagliarono a pezzi con certi suoi confidenti ch’erano con lui, e nel detto furore corsono alle porte, e uccisono tutti coloro che ’l proposto v’avea a guardare diputati, e alle bastite rinnovellarono e guardie e serrami.

CAP. LXXXIX. Come furono impesi que’ borgesi a cui erano state accomandate le chiavi delle bastite.