Sentito a Firenze che contro alla diliberazione del comune la compagnia sotto la condotta de’ suoi cittadini s’era partita da Dicomano e ridottasi a Vicchio, e che era nella signoria del piano di Mugello, la città per comune se ne dolse, e li rettori d’essa non sapeano che fatto s’avessono, nè che fare s’avessono; e la grande moltitudine di gente a piè ch’era sparta per li poggi del Mugello non essendo capitanata, e non sapendo cui ubbidire nè offendere, non si partia dalle poste. Quelli della compagnia, che sentivano quello ch’era diliberato a Firenze, avendo preso riposo per un giorno e una notte in Vicchio, veggendo i poggi intorno a loro carichi di fanti, e massimamente di balestrieri, i quali per li vantaggi de’ luoghi onde aveano a passare più ridottavano, temendo che crescendo la forza del comune eziandio il piano loro non fosse impedito, la mattina raccolti insieme da Vicchio scesono nel piano, avendo per loro conducitore ritenuto messer Manno Donati, e come uomini usi nell’arme, vedendo che la gente del comune, che loro era vicina, era volonterosa senza ordine o capitano, lasciato nel piano addietro uno aguato di cento Ungheri, s’arrestarono nel piano; e ciò feciono non per guadagno che sperassono di fare, ma perchè vidono che i balestrieri aveano passata la Sieve, o per vedere, come folli, o per guadagnare, stimando, che se agramente ne gastigassono alquanti, gli altri intimidirebbono e darebbono loro meno affanno; e così venne loro fatto. Perocchè caduti nell’aguato, gli Ungheri gli assalirono da due parti, e non avendo i balestrieri soccorso, di presente furono rotti e sbarattati; e come dicemmo non attendendo a’ prigioni, ne uccisono più di sessanta; e ciò fatto, gli Ungheri si ritrassono alla massa de’ loro, e senza niuno arresto tutti si diviarono al cammino per lo passo dello Stale sotto la guida di Ghisello degli Ubaldini, e quel dì cavalcarono quarantadue miglia, fino ch’e’ giunsono in su quello d’Imola dove erano sicuri, malcontenti e palesi nemici del nostro comune. La cagione di così lunga giornata fu perchè Ghisello non volea s’arrestassono nell’alpe, per tema non facessono danno a’ suoi fedeli, mostrando, se s’arrestassono, ch’e’ sarebbono in gravi pericoli. E per tanto senza niuno indugio feciono il detto cammino; nel quale i masnadieri, per non rimanere addietro, lasciarono loro arme per l’alpe per essere più leggieri al cammino. Gli ambasciadori, fornito il servigio, tornarono a Firenze, e di loro falli presono scusa a’ governatori del comune con quelle belle ragioni che seppono meglio divisare; e conoscendo di quanta autorità erano coloro ch’erano a quel tempo all’uficio de’ signori, detto fu per alcuno de’ detti ambasciadori: Non cercate più questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati.

CAP. LXXX. Come i signori di Francia vennono sopra Parigi in arme.

Tornando alle travaglie del reame di Francia, nell’addietro narrammo il subito e sfrenato movimento del popolo minuto, e de’ borgesi di Parigi e d’altre ville di Francia contro a’ baroni e gentili uomini del paese, sotto il mal consiglio e condotta del proposto de’ mercatanti e suoi seguaci; per la qual cosa il Delfino di Vienna mosso e sospinto da’ gentili uomini ch’erano stati dall’indiscreto popolo agramente offesi e malmenati, per repremere la sua trascotata e furiosa baldanza d’ogni parte si raccolsono insieme, e all’entrare del mese di luglio del detto anno vennono sopra Parigi in numero di cinquemila cavalieri, o in quel torno, avendo per loro capo il sopraddetto Delfino, e accamparonsi a sant’Antonio, presso a Parigi a due leghe; e ivi si dimoravano senza fare asprezza di guerra, perocchè ben sapeano che la comune di Parigi era sommossa, e ingannata dal proposto e da’ suoi seguaci per malvagio ingegno. Ed essendo nel paese il re di Navarra, che celatamente s’intendea col proposto e con certi suoi confidenti che guidavano il popolo, per mostrare di volere atare il popolo e’ borgesi dalla forza de’ baroni e gentili uomini ch’erano venuti sopra loro, s’accampò a san Dionigi con millecinquecento cavalieri ch’avea accolti di suo seguito, e che segretamente avea dal re d’Inghilterra, e con assai sergenti e arcieri inghilesi e guasconi; e stando quivi, dava ardire a coloro che con lui s’intendeano in Parigi, dicendo di volere combattere a petizione del popolo di Parigi col Delfino, e per tutto corse la boce che la battaglia era ingaggiata, e datole il giorno.

CAP. LXXXI. Come il re di Spagna uccise molti de’ suoi baroni.

Secondo che vogliono i savi, il parlare e lo scrivere debbe essere conveniente alla materia di che si tratta, e da questo principio procede l’arte del dire ch’è chiamata rettorica, la quale giunta al nobile ingegno, meglio mostra e fa più piacere quello di che si ragiona; di questa scienza niente sapemo, come nostra scrittura dimostra; e per tanto del nostro scrivere rozzo, ma vero, non diletto, ma frutto potranno prendere i belli parlatori. Questo per tanto n’è piaciuto di dire, perchè le bestiali crudeltà remote da ogni umanità le quali appresso scrivere dovemo, a bene dimostrarle meriterieno l’eloquenza di Tullio, ma noi le metteremo in nota col nostro usato volgare, fuggendo i vocaboli i quali per la prossimità della grammatica dalli volgari a cui scrivemo sono poco intesi. Il crudelissimo e bestiale re di Spagna, avendo contro al volere e consiglio de’ suoi baroni palesemente ritolta la sua concubina, o più volgarmente dicendo, bagascia, e quella sopra modo disonestamente magnificando nel suo reame, trascorse in tanto disordinata e sconcia vita, che tutto l’animo reale cambiò in crudele tirannia. Il forsennato re, per torsi dinanzi i riprensori de’ suoi modi sozzi e sfrenati, e coloro di cui potea temere che a tempo i suoi errori dovessono potere correggere, maliziatamente trasse fuori boce ch’e’ si cercava contro a lui ribellione, e di Burgos in Ispagna e d’altre sue terre, e sotto questo colore, come fiera crucciato, di sua mano uccise due suoi fratelli bastardi e il zio del re d’Araona, a cui per certa convegna s’appartenea la successione del reame di Spagna; appresso intra lo spazio di due mesi, o in quel torno, ancora di sua propria mano uccise venticinque de’ suoi baroni, con trovando cagioni, e prendendo ora dell’uno ora dell’altro infinte e simulate infamazioni. Mirabile certo e abominevole cosa, che un re cristiano di suoi baroni innocenti e fedeli senza giudicio di corte, almeno colorato, facesse morire, e che di sua malvagia e rabbiosa sentenza egli fosse il manigoldo e vile esecutore. Queste iniquitadi occorsono del mese d’agosto e di settembre detto anno.

CAP. LXXXII. Della detta materia di Spagna.

Il movimento del perverso tiranno di Spagna, non degno d’essere nominato re, ma bestia selvaggia, venne in questi dì in tanta furiosa pazzia, che costrignea i baroni che gli erano rimasi e campati di sua crudeltà, e i comuni, a giurare fedeltà e omaggio alla bagascia sua, essendo in addietro per tutti prestato il saramento alla reina vecchia madre del detto re; e facendo a ciò richiedere quelli di Sibilla, i cittadini, fatto sopra ciò loro consiglio, elessono dodici uomini de’ più savi e discreti, i quali per parte del comune andassono al re, e con savie parole gli mostrassono, com’elli erano per saramento d’omaggio obbligati alla reina vecchia, e che non poteano il nuovo saramento fare se prima non fossono assoluti del vecchio; e che cercassono dal suo disonesto proponimento levare il re, cortesemente mostrandoli che quello volea nè suo bene era nè suo onore. I valenti uomini seguendo il mandato del loro comune furono al re, e reverentissimamente li sposono quello ch’era loro imposto dal consiglio del comune di Sibilia. Il re chetamente, e senza mostrare atto niuno di turbazione, gli udì, e quando ebbono detto modestissimamente quello che vollono, credendo per loro dolce e savio parlare avere ritratto il re dalla folle e sconcia dimanda, il re loro non fece altra risposta, se non che si toccò la barba, e disse: Per questa barba, che male così avete parlato; e con tale breve e sospettosa risposta gli ambasciadori impauriti si tornarono a Sibilia. Il re infellonito poco appresso n’andò a Sibilia, e in una notte andando alle case loro tutti i detti ambasciadori senza niuna misericordia fece tagliare; nè contento a tanto male, in pochi giorni circa a quaranta buoni cittadini fece uccidere nelle loro case. Io non mi posso tenere ch’io non morda con dente di perpetua infamia la memoria di quello iniquo tiranno, e ch’io non passi a vituperarlo la semplicità del mio usato stile dello scrivere. Io ho letto e riletto nelle antiche scritture quello che in esse si pone degli iniqui e scellerati pagani, massimamente de’ barbari, e di simili cose ho trovate, ma che tanta ingiustizia, tanta empietà e crudeltà fosse in alcuno re cristiano, non mi ricordo d’avere letto giammai.

CAP. LXXXIII. Come la compagnia cavalcò a Cervia.

Come di sopra dicemmo, il resto della gran compagnia del conte di Lando sotto la condotta di messer Amerigo del Cavalletto s’era ridotta in Romagna, e ad essa tutti quelli ch’erano campati della rotta dell’alpe s’erano ricolti con assai gente sviata e atta a mal fare, che fuggendo l’oneste fatiche cercavano di vivere di preda, e a richiesta del capitano di Forlì cavalcarono su quello di Ravenna, e ’l sale che trovarono alle saline di Cervia insaccato, come fosse per caricarsi, e non piccola quantità, e simile di grano e bestiame, senza alcuno contasto levarono e portarono in Forlì: perchè si credette che fosse baratto del signore di Ravenna per fornire la città di Forlì, e non tanto per amore del capitano, quanto per tema di sè, stimando, che se il legato avesse Forlì la guerra si volgerebbe addosso a lui.

CAP. LXXXIV. Come il capitano di Forlì mise la compagnia in Forlì.