I conestabili con gente d’arme avvantaggiata con loro arnese sottile e di valuta, in numero d’ottocento a cavallo e cinquecento pedoni, col conte Broccardo lasciò alla retroguardia e riscossa. Il cammino ch’eglino aveano a fare, tutto che non fosse lungo, era aspro e malagevole, perocchè venendo da Biforco a Belforte presso alle due miglia della valle, quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel fondo, do v’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti, e tale passo è detto alle Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Il detto luogo passò liberamente messer Amerigo con tutta sua brigata, perchè ancora non erano giunti i villani, i quali poco appresso vi vennono in numero d’ottanta, o in quel torno, disponendosi partitamente ne’ luoghi dove pensarono a vantaggio e loro sicurtà potere meglio offendere i loro nemici: e volendo uno de’ maliscalchi della compagnia con sua brigata il detto luogo passare, fu da’ villani assalito, e con le pietre indietro ripinto. Il conte di Lando s’avea tratto la barbuta di testa, e mangiava a cavallo, e sentendo ciò ch’era cominciato, subito si rimise la barbuta, e fece gridare arme; onde i villani, che come detto è, s’erano riposti per le creste de’ colli, e nelle ripe e balzi che soprastavano le vie, sentendo il passo impedito, si cominciarono a mostrare per le ripe dintorno, e a voltare gran sassi, e a gittare con mano sopra la gente del conte ch’erano nel basso del fossato, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Il conte non spaventato nè invilito per lo subito assalto, come uomo d’alto cuore e maestro di guerre, di subito fece smontare da cavallo circa a cento Ungheri, e li fece montare per le ripe per cacciare i villani dalle ripe ov’erano posti colle frecce e colle grida: ma poco li valse, perocchè i villani ch’erano ne’ luoghi avvantaggiati e sicuri, e soprastanti assai a quelli dove gli Ungheri in uosa, e gravi di loro armi e giubboni non poteano salire, colle pietre n’uccisono alquanti, e gli altri cacciarono a valle. E stando il conte e’ suoi nel romore e travaglio, colle difese che le sue genti poteano fare nel luogo stretto e malagevole, dove poco poteano mostrare loro virtù, una gran pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e ’l cavallo ne portò nel fossato, e uccise; e per simile modo molti e morti e magagnati ne furono. Veggendo i villani che già erano scesi alle spalle de’ cavalieri in luogo che li poteano fedire colle lance manesche, che i cavalieri per la morte di molti di loro erano inviliti, e per la strettezza di loro da non si potere ordinare a difesa, nè per niuno modo abile atare, scesono con loro alle mani; e uno fedele del conte Guido con dodici compagni arditamente si dirizzò al conte di Lando, e valentemente l’assalì. Il conte colla spada fè bella difesa: alla fine non potendo alle forze resistere, s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta; ed essendo ricevuto, come s’ebbe tratta la barbuta, uno villano d’una lancia il fedì nella testa, della quale ferita lungo tempo dopo stette in pericolo di morte. Arrenduto il conte di Lando, tutti i cavalieri smontarono da cavallo, e come il più presto poterono, spogliate l’armi per essere leggieri, si diedono alla fuga, e come ciascuno meglio potea saliano per le ripe, e per li boschi e burrati fuggendo. Allora non solo gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al romore, e atare i loro mariti almeno con voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento, e’ danari e gli altri arnesi: e avvegnachè assai ne fuggissono per questo modo, molti morti ne furono, e pure de’ migliori, e assai presi, e così de’ fanti a piè. In questo baratto si trovarono morti più di trecento cavalieri e assai presi, e più di mille cavalli e bene trecento ronzini, e molto arnese sottile, e robe e danari vi perderono; e benchè fossono usciti del passo, errando molti presi ne furono nelle circostanze dagli altri paesani che non s’erano trovati alla zuffa.

CAP. LXXV. Come il conte di Lando scampò di prigione.

Come volle fortuna, che per li peccati de’ popoli sovente favoreggia coloro che a loro sono flagello di Dio, essendo il conte di Lando preso da uno fedele e uficiale del conte Guido, il detto valente uomo per acquistare maggior preda, essendo il conte fedito, come dicemmo, l’accomandò a due suoi compagni: il conte vedendosi nelle mani di due villani, temendo forte che non lo menassono a Biforco, per l’offese di sua coscienza fatte la sera dinanzi a quelli della villa, disse a coloro che ’l guardavano, di dare loro fiorini duemila d’oro, ed elli lo menassono altrove ovunque a loro piacesse, e che se in questo il servissono, li farebbe ricchi uomini. I villani conoscendo che se il conte venisse alle mani del loro signore, che della preda e riscatto del conte avrebbono piccola parte, si disposono a servire il conte; e ’l menarono alla donna di messer Giovanni d’Alberghettino. La donna, non essendo ivi il marito, il fece menare a Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini suo fratello a Castelpagano. Ciò sentendo il signore di Bologna, ch’era suo intimo amico e compare, di presente vi mandò medici e guernimenti, e lo fè medicare, e per sua operazione tanto fece, che liberamente li fu mandato a Bologna: il quale essendo bene provveduto e curato alla Tedesca, poco regolando sua vita, e massimamente non prendendo guardia del vino, come fu da Bologna partito cadde in grave infermità, nella quale più volte fu a pericolo di morte, e liberato del male rimase in assai povero stato.

CAP. LXXVI. Come l’altra parte della compagnia si ridusse in Dicomano.

Essendo rotta e sbarattata la retroguardia della compagnia, come detto avemo, messer Amerigo del Cavalletto che guidava la parte dinanzi avendo ciò inteso, ed essendo ne’ prati verso Belforte, e sentendosi dintorno alcuno romore sì di coloro che fuggivano come di coloro che li seguitavano, di subito prese grande sbigottimento: e certo e’ li bisognava, perocchè ’l conte Guido e gli altri paesani conosceano che venuto era il tempo di potersi vendicare della compagnia, e d’arricchire della preda loro. Ma il peccato volle che gli ambasciadori del comune di Firenze si trovarono con loro, a’ quali, temendo di tradimento, si ristrinsono e messer Amerigo e’ suoi caporali con minacce di tor loro la vita, se a loro fosse faltata la promessa. Gli ambasciadori che si sentivano in lealtà, e sapeano che ciò ch’era fatto non era stato operazione del loro comune, gli assicurarono colle parole: e per non mostrarsi ne’ fatti dissonanti alle parole, cominciarono a usare autorità che non era loro commessa, e ferono comandamento a’ fedeli del conte Guido, e a molti altri ch’erano tratti a’ passi, per parte del loro comune ch’e’ non dovessono offendere nè danneggiare coloro cui aveano fidati il comune di Firenze, a cui salvocondotto elli erano diputati, e ch’e’ si dovessono de’ passi levare: i quali tutti, contro a loro intenzione e volere, per reverenza del nostro comune si levarono dall’impresa. Perchè quelli della compagnia ch’erano vogliosamente avanti passati affrettarono di tornare alla schiera, e tutti insieme stretti avacciarono il cammino, e per le strette vie delle piagge in quel dì si ridussono in Dicomano, e ivi con botti e altro legname senza perdere tempo s’abbarrarono il meglio poterono: e conoscendo il pericolo dove erano ridotti, stavano tutti muti e smarriti alla speranza degli ambasciadori. E nel vero elli aveano da temere per l’avviso che loro subitamente fu fatto, che ’l nostro comune avea in quelli stretti passi più di dodicimila pedoni, de’ quali i quattromila erano balestrieri scelti tra gli altri, e circa a quattrocento cavalieri, che tutto che temessono il nostro comune, più ridottavano i villani dell’alpe che li aveano assaggiati.

CAP. LXXVII. Come il comune di Firenze procedette ne’ fatti della compagnia.

I rettori del nostro comune avuta la novella della detta rotta, e di coloro ch’erano rinchiusi in Dicomano, e inteso come contro a’ patti i loro dinanzi aveano scorso infino a Vicchio, e le some del pane ch’erano a Dicomano aveano rubate, e tolti i muli, e fediti de’ vetturali; avendo mescolatamente queste novelle senza altro avviso de’ loro ambasciadori, conoscendo che la materia richiedea tostano consiglio e partito, di presente feciono consigli di numero di richiesti in gran quantità, nel quale furono molti notabili e savi cittadini, e consigliato sopra la materia, di grande concordia diliberarono, che i passi si tenessono per modo ch’e’ non entrassono sul nostro contado, e che non si desse loro niuno fornimento, nè si vietasse ad alcuno la loro offesa: e di presente si mandò per tutto il contado, che là si traesse d’ogni parte per non lasciarli passare. Il comandamento fu per li contadini subito adempiuto, perocchè gran voglia avea il popolo di levare di terra quella maladetta compagnia; ma benchè traesse il contado di gran volontà, mancaronli per mala provvisione capitani e conducitori, e nondimeno presono i passi, e stavano con grande appetito di cominciare la zuffa. E se fatto si fosse, come fare si potea e dovea, in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della compagnia per lungo tempo in Italia.

CAP. LXXVIII. Il fine ch’ebbe l’impresa de’ Fiorentini.

Se necessità non fosse imposta, poichè preso abbiamo la cura di scrivere, volentieri taceremmo per onore del nostro comune quello ch’al presente n’occorre a narrare; ma considerato che per li simili accidenti che nel futuro possono occorrere, quelli che per li tempi saranno a provvedere allo stato e onore del nostro comune possano prendere avviso, e riparare alle disordinate baldanze de’ suoi cittadini, che passano talora e gli ordini e quello ch’è loro imposto per lo nostro comune, ci conduciamo a scrivere. Noi dicemmo poco appresso di sopra l’utile e savia diliberazione che prese il nostro comune contro al resto della compagnia ch’era in Dicomano, la quale ebbe vere e giuste cagioni, della quale erano uscite lettere a’ conti Guidi e agli altri circustanti a que’ luoghi amici del nostro comune, e per lo contado molte n’erano andate, e più per segno di nostro comune. Il podestà era in que’ paesi stato mandato uomo bolognese, e di sì poca virtù, che non pensiamo che meriti d’essere qui nominato. Gli ambasciadori ch’erano con messer Amerigo, di subito mandarono in Firenze l’uno di loro per volere liberare la compagnia di coscienza del nostro comune; il perchè di nuovo e di maggiore numero si fece consiglio di cittadini, nel quale l’ambasciadore con belle dimostrazioni s’ingegnò di ottenere che la compagnia fosse posta in luogo sicuro, non facendo ricordo che per gli ambasciadori fosse preso partito di così fare; nel detto consiglio si prese e fermò quello ch’era stato ne’ primi. L’ambasciadore era di tanta autorità e podere, che a richiesta sua i priori ebbono tre altri consigli, cercando in essi il consentimento di quello ch’egli e’ compagni suoi presontuosamente aveano diliberato; in effetto in tutti si prese di concordia quello che dinanzi negli altri era stato fermato; e ciò fatto, si cominciò a dare ordine all’offesa di coloro cui il comune avea diliberato che fossono nimici, e ciò fu pubblicato per tutto. La compagnia era stretta in Dicomano in forma e per modo che tre dì vivere non vi poteano, e circondata era intorno in maniera, che se non volassono, partire non si poteano. I colli sopra la Sieve erano presi pe’ balestrieri fiorentini, e fatte erano grandi tagliate a’ passi dove l’uscite erano più larghe, ed erano bene guardate; e oltre al grande numero de’ pedoni ch’erano nel paese mandati per lo comune, e che per volontà v’erano tratti, v’avea quattrocento cavalieri, de’ quali era capitano uno broccardo Tedesco antico conestabile del nostro comune, il quale conoscendo il pericolo dov’era la compagnia, non servando suo giuramento, con alcuno caporale andò in Dicomano, e ristrettosi con messer Amerigo e’ suoi caporali presero insieme consiglio, il quale fu segreto, ma per effetti s’intese, al quale si credette che participassono gli ambasciadori, per avere di loro concetto e promessa la scusa, di presente gravi minacce fur fatte agli ambasciadori, e intra l’altre di torre loro vita se si trovassono di loro promessa gabbati; appresso delle quali fu detto, e offerto di largo, che voleano fare ciò che volesse il comune, e per osservanza voleano dare stadichi; fu riputato malizioso e sagace consiglio. Gli ambasciadori udito questo si strinsono insieme con fare vista d’avere gran paura, e diliberarono quello, che come è detto, altra volta aveano diliberato, ciò fu di trarli di Dicomano a salvamento, e di metterli a Vicchio in quello di Firenze, ch’era proibito loro, e farli signori del piano di Mugello con abbondanza di vittuaglia. In questo comprendere si può quanta baldanza era in que’ tempi ne’ cittadini dello stato, e quanta poca reverenza si portava per loro alla maestà del comune; e meritevolmente, perocchè nè premio delle virtù, nè pena de’ falli per lo comune si rendea in que’ giorni, ma le spezialità e le sette de’ cittadini faceano comportare ogni grande ingiuria del comune con grande pazienza, la quale talora è vicina di crudeltà per la remissione delle debite pene. Avendo preso questo partito, come detto è, non degnarono di manifestarlo per lo loro compagno al comune, e il comune avea provveduto alla gente sua di capitani, i quali sapendo l’intenzione del comune, più credettono agli ambasciadori ch’al comune, e consentirono a’ comandamenti che gli ambasciadori feciono a’ balestrieri e agli altri soldati del comune; ebbono gli ambasciadori in sul vespero Broccardo Tedesco con tutti i soldati a cavallo che volentieri feciono quel servigio, e ordinarli alla retroguardia, per tema de’ fedeli de’ conti che non si poteano raffrenare, e il passo ch’era preso per li pedoni e balestrieri fiorentini feciono allargare, e rappianare le tagliate e le fosse, e abbattere tutte l’altre insegne con una d’un trombadore da Firenze posta in su un’asta; e avendo fasciata dall’una parte e dall’altra quella compagnia de’ balestrieri del comune di Firenze li condussono a Vicchio, e feciono loro dare del pane che mandato era là per l’oste de’ Fiorentini. E avvenne, che non potendosi raffrenare i fedeli de’ conti dalla mischia, che i balestrieri del comune di Firenze furono costretti dagli ambasciadori di saettarli. I cittadini, e i contadini di Firenze, e i balestrieri, che di grande animo erano tratti per combattere la compagnia, udendo ch’elli erano condotti in signoria del Mugello, perderono il vigore, e grande dolore n’ebbono, più che se fossono stati sconfitti, e ben conobbono che ’l comune era stato beffato, e pubblicamente, e dentro e di fuori, appellavano gli ambasciadori per poco fedeli e diritti al loro comune.

CAP. LXXIX. Come la compagnia andò in Romagna.