CAP. LXX. Come il legato ebbe Meldola.

Uno de’ terrazzani di Meldola capo di setta, essendo per più tempo stato con certi suoi congiunti sostenuto dal capitano di Forlì per sua sicurtà di quella terra, si collò dalle mura con suoi compagni di furto, e fuggissi nel campo al legato, e ivi segretamente stando più giorni s’intese con altri suoi terrazzani. E a dì 2 di luglio detto anno, il legato ordinata sua gente sott’ombra di combattere Meldola, si strinse alla terra. Lo Meldolese di cui avemo parlato, senza arme uscì della schiera, e innanzi si mise verso la terra, e fè certo segno a quelli delle mura, sicchè fu conosciuto; e sperando nell’ordine e nel favore di coloro che dentro avea temperati con belle e savie parole, ed efficaci alla materia, disse a’ suoi terrazzani, che non volessono essere morti e disfatti in contumacia di santa Chiesa, che domandava con gran ragione la sua terra, e con beneficio, per servire al tiranno scomunicato, che contro a Dio e contro a ragione si tenea in ribellione del legato e di santa Chiesa, il quale era stretto per modo, che tosto dovea e potea essere disfatto; loro assicurando che dalla gente della Chiesa non riceverebbono offesa nè danno alcuno. I Meldolesi alla Romagnuola voltanti, e affannati dalla lunga guerra, udendo così parlare il loro terrazzano, ed essendo sospinti da’ consigli e conforti di quelli dentro che col detto loro terrazzano s’intendeano, di presente apersono le porte, e ricevettono liberamente con allegrezza e festa la gente del legato pacificamente. Li forestieri che v’erano ciò vedendo, bellamente si ricolsono al cassero, e quelli del legato di presente s’afforzarono nel castello, e assediarono la rocca dentro e di fuori, avendo dottanza che la compagnia ch’allora era di presso non li venisse a impedire; e strignendo forte con assedio, e ricercando spesso con trabocchi e con altre battaglie quelli della rocca, a dì 25 del detto mese s’arrenderono salve le persone.

CAP. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono il monte nuovo per avere danari.

Per l’armata del mare essendo consumata molta moneta dell’usate rendite del comune, sopravvenendo le compagnie del conte di Lando e d’Anichino di Bongardo, e apparecchiandosi molte altre novità in Italia, alle quali per conservare suo stato necessità era al nostro comune di provvedere; e non potendosi ciò fare senza danari, ed essendo l’entrate del comune indebitate, e porre di nuovo gravezze senza manifesta guerra incomportabile e pericoloso parea, massimamente per la nuova dissensione e sospetto nato tra’ cittadini per le accuse e persecuzioni, che sotto il titolo della parte guelfa si facea de’ buoni, e a’ buoni antichi cittadini che si voleano vivere in pace, sotto il segno della detta pace onorando il comune, e non poteano. Quelli che reggevano il comune cercavano nuovo modo, provvedendo per legge che chi spontaneamente prestasse al comune fosse scritto a suo creditore nuovamente nell’uno tre, cioè in fiorini trecento prestandone cento di quello che veramente prestavano, dando al detto monte nuovo e a’ suoi creditori tutti i privilegi e immunità del monte vecchio. Per questa via il comune senza altra gravezza ebbe al suo bisogno soccorso; e se bene si misura, non per carità o affezione ch’avessono i cittadini alla sua repubblica, ma per la cupidigia del largo profitto; il quale fuori del buono e antico costume de’ nostri maggiori molti n’ha tirati dalla mercatanzia in su l’usura, e sì ha ingrossate le coscienze, che le vedovelle poco si curano dell’anime, pur che il monte risponda bene loro.

CAP. LXXII. Della gran compagnia.

La gran compagnia essendo nella Romagna a’ confini del Bolognese, sotto la condotta del conte Broccardo e di messer Amerigo del Cavalletto, in numero di tremilacinquecento cavalieri e grande quantità di pedoni, baldanzosamente del mese di luglio mandarono a domandare il passo in Toscana al nostro comune; il quale sorpreso dalla subita domanda, non avvedendosi de’ patti ch’aveano con loro, intra’ quali che non dovessono offendere nè passare per lo nostro terreno fra certo tempo, il quale ancora durava, e temendo della ricolta, che la maggiore parte era in su l’aia, di presente vi mandarono ambasciadore, concedendo che potessono passare a dieci bandiere insieme, togliendo derrata per danaio. Li conducitori e caporali di quella insuperbiti per la temenza che parea mostrasse il comune, tacendo i patti, risposono, che non voleano passare spartiti, nè per lo luogo loro assegnato, ma per quello più loro piacesse. Non volendosi per lo comune a ciò consentire, nel consigliare che se ne fè furono ricordate e ritrovate le convenienze il comune avea con loro, e furono creati ambasciadori ch’andassono a loro, i quali furono; messer Manno Donati, messer Giovanni de’ Medici, Amerigo di messer Giannozzo Cavalcanti, e Simone di Rinieri Peruzzi; i quali ebbono i punti di loro ambasciata, e portarono i patti giurati, soscritti, e suggellati per li caporali e conducitori d’essa compagnia; i quali mostrati loro, come è usanza di gente d’arme di sì fatta maniera quando si sente podere, niente li pregiarono; e perseverando in loro sconce e disoneste domande, accennavano di passare a loro posta, e donde loro bene paresse, a mal grado di chi il volesse vietare. Perchè ciò sentendo il comune, sollicitamente s’apparecchiava alla difesa; e per chiudere loro i passi dell’alpe a suo podere richiesto avea gli Ubaldini, i conti Guidi e gli altri amici del comune ch’aveano podere ne’ luoghi onde si temea che potessono passare, e con poco ordine per la fretta, e senza capitanare, mandò la gente sua da cavallo e assai balestrieri nel Mugello e alla guardia de’ passi. Essendo i detti ambasciadori nel campo della compagnia, e segretamente rivocati dalla loro ambasciata, vi fu mandato di nuovo ambasciadore Filippo Machiavelli, a cui fu commesso in segreto, ch’aoperasse co’ caporali ch’e’ non venissono per lo nostro contado, e che in ciò spendesse da cinquemila in seimila fiorini: e avendosi da lui in risposta che ciò non si potea fare, il comune raddoppiando la sollicitudine a sua difesa intendea.

CAP. LXXIII. Come il conte di Lando tornò d’Alamagna alla compagnia.

Il famoso capo di ladroni conte di Lando era nella Magna passato, e portato n’avea il tesoro ch’avea guadagnato, ovvero rubato delle prede degl’Italiani, e di là comperatone terre e castella, e riscosse di quelle ch’avea impegnate. Appresso era stato con l’imperadore, e mostratogli come e’ non era ubbidito da’ comuni di Toscana, e che dove egli avesse titolo da lui, per forza di sua compagnia per tutto il farebbe senza suo costo ubbidire: mostrandoli come la Toscana era piena di soldati di lingua tedesca, che tutti, dove che fossono a soldo, s’intenderebbono con lui. E per tanto non temea trovare in campo contasto; e dove con suo titolo entrasse in alcuna buona città di Toscana, l’altre domerebbe per modo, che di tutte il farebbe libero signore. L’imperadore, ch’era cupido di natura, e astuto, conobbe il partito, e per volere a ciò provvedere per modo indiretto e coperto, sicchè se avesse luogo il consiglio del conte l’esecuzione fosse pronta, e se non, almeno colorata; essendo consueto di tenere suo vicario in Pisa, ne intitolò suo vicario il predetto conte in palese, ma in occulto si disse li diè maggiore legazione. Costui giunto a Bologna, sentì la condotta fatta della sua compagnia da’ Sanesi contro a’ Perugini, la qual cosa molto andava a sua intenzione; e vedendo la discordia del passo col comune di Firenze, di presente cavalcò alla compagnia, e trovò che gli ambasciadori del nostro comune erano rivocati; e volendosi ritornare a Firenze, egli li ritenne, e disse, ch’a niuno partito volea che la compagnia valicasse contro a volontà del comune nè per lo suo contado; e con gli ambasciadori insieme trovarono questa via; che essendo la compagnia in Valdilamone dovesse passare da Marradi, e dappoi passare tra Castiglione e Biforco, e ricidere da Belforte e Dicomano, e da indi a Vicorata, e poi a Isola, e da Isola a san Leolino, e quindi a Bibbiena; e i detti ambasciadori promisono, che ’l comune di Firenze per cinque di loro apparecchierebbe panatica, prendendo derrata per danaio, e in quelli luoghi donde dovea essere loro trapasso. Questa concordia fatta senza mandato a’ Fiorentini non dispiacque, perchè parea in parte conforme a’ patti che i Fiorentini aveano con loro. E per tanto con sollicitudine procedea il comune, che la vittuaglia fosse apparecchiata ne’ luoghi ragionati per li quali doveano passare, e già n’era cominciata a mandare a Dicomano. Gli ambasciadori erano rimasi nella compagnia come il conte avea voluto per più sicurtà di sua condotta, ma non per mandato ch’avessono dal loro comune.

CAP. LXXIV. Come la compagnia fu rotta nell’alpe.

Fermata per lo nostro comune la concordia colla compagnia, come è di sopra narrato, la compagnia di presente si mosse con bello ordine de’ suoi capitani, e a dì 24 del mese di luglio 1358 prese albergo nell’alpe tra Castiglione e Biforco: e come è d’uso di gente di sì fatta maniera che male si può temperare, che come il ferro alla calamita non corra alla preda, passando i patti e convegne si toglieano la vittuaglia loro apparecchiata senza pagare, e se trovavano cose non bene riposte nè in luogo sicuro ne faceano danno, oltraggiando i paesani e di parole e di fatti. Perchè dolendosi gli offesi di ciò, ed essendo male uditi e peggio intesi, ne presono cruccio; e raccogliendosi insieme, nel mormorio alquanti di loro cominciarono ragionamento e di vendetta e di ristoro di loro dannaggio, e senza perdere tempo, s’intesono insieme quelli di Biforco fedeli de’ conti da Battifolle, e quelli di Castiglione fedeli di quello d’Alberghettino, e con loro s’aggiunsono alquanti di quelli della Valdilamone, e disposonsi a loro vantaggio a luogo e tempo nel trapasso d’assalire la compagnia, o parte d’essa, e cercare loro ventura per rifarsi di loro danni, e vendicarsi degli oltraggi che aveano ricevuti. Quella sera medesima che questo per li villani si cercava ciò fu detto al conte di Lando, e avvisato che la seguente mattina gli s’apparecchiava novità: poco mostrò averlo a calere, sapendo che poco numero essere potea, e di gente alpigiana, e male in arnese quella che il cercasse d’offendere; nondimanco avanti al fare del giorno avacciò sua cavalcata, e mise sua gente in cammino, e ne fece più parti, nella prima fè cavalcare messer Amerigo del Cavalletto, e con lui gli ambasciadori fiorentini, fuori d’uno che ne tenne con seco, colla maggior parte di sua gente armata e disarmata con tutta la salmeria.