CAP. LXV. Come si fece certa arrota al palio di san Giovanni.

Di questo mese i Fiorentini arrosono al palio di san Giovanni, ch’era di due finissimi velluti chermesi, con uno nastro d’oro largo quattro dita coll’arme del popolo e del comune, riccamente ricamate di seta d’otto braccia di lunghezza, quanto le dette due pezze erano larghe, di vaio sgrigiato; cosa molto orrevole e bella alla nostra festa.

CAP. LXVI. Come il Delfino mandò per lo proposto di Parigi.

Tornando a’ fatti di Francia che occorsono in que’ tempi, il Delfino di Vienna, e ’l duca d’Orleans, come addietro avemo fatta menzione, per disdegno, o forse per paura piuttosto, che più verisimile parve, s’era partito di Parigi, e l’amministrazione e governo del tutto avea lasciato al proposto de’ mercatanti e a’ borgesi di Parigi; perchè essendo ripreso di codardia, si mosse, e appressossi alla città, stimando che il proposto li portasse reverenza, e come reale lo ridottasse, e a lui mandò a dire, che con trenta compagni li venisse a parlare. Il proposto rispose di farlo; e di presente tutto il popolo commosse, il quale in numero di trentamila o più il seguirono per ire seco infino al luogo dove stava il Delfino. Il quale udendo in che forma venia, non lo attese, ma si partì in fretta, per non attendere la piena del popolo ignorante e mal consigliato, e tornossene ad Orliens. E ciò fu all’entrata di giugno.

CAP. LXVII. Di novità fatte per lo popolo di Parigi.

I borgesi e ’l popolo minuto di Parigi vedendosi armati, che n’erano poco usi, e che ’l Delfino non attendendo loro furia s’era partito, montarono in baldanza; e come suole avvenire, e per sperienza si vede, che i vili, che prendono ardire contro a chi fugge, vantandosi di loro cuore e ardire, col fumo della vittoria senza contasto si fermarono, aspettando se loro fosse mosso niente. Il proposto con quelli che lui seguivano nel malvagio proponimento e consiglio, veggendo lo stolto popolo armato, e per levità d’animo nimicato contro la casa reale, pensarono con esso, avanti che giù ponessono l’arme, a maggiori fatti procedere. E per tanto confortato il popolo, e inanimatolo a speranza di migliore fortuna, quasi come gente furiosa e irata la condussono spartamente come vedeano che richiedesse la faccenda, e ogni parte d’essa sotto guida a’ palagi e a’ manieri de’ gentili uomini ch’erano vicini a Parigi, i quali non prendendo guardia di loro, e non avendo alcuno avviso di loro iniquo e reo proponimento, nè del movimento di chi li guidava, molti ne furono sorpresi. Il furioso popolo incrudelito, quanti ne giugnea tanti ne mettea al taglio delle spade, non perdonando a fanciulli o a donne; e a’ micidi aggiugneano l’arsioni, diroccando fortezze e manieri a costuma di fiere selvagge. E intra gli altri nobili e ricchi dificii guastarono il bello castello di Montmorensì, e altre molte castella notabili. E con questa rabbiosa vittoria, con spargimento di cittadinesco sangue, si tornarono in Parigi, avendosi fatti nemici i gentili uomini e i baroni del reame.

CAP. LXVIII. Come l’altre ville seguirono di fare come Parigi.

Sentendosi per lo paese quanto inumanamente, e con quanta bestiale fierezza il popolo di Parigi s’era portato contro a’ baroni e a’ gentili uomini circustanti e vicini a Parigi, l’altre buone ville di Piccardia e di Francia, prendendo esempio dal popolo di Parigi, tantosto s’adunarono in arme, e uscirono delle ville come se andassono contro a’ nemici, e ricercarono i gentili uomini e le famiglie loro per li manieri, e per le castella, e per le tenute dove si riduceano, e quanti ne poterono giugnere senza misericordia n’uccisono, e i loro manieri e castella dove poterono entrare disfeciono. E fu sì subita e improvvisa questa tempesta, che molti tra le loro mani ne perirono, dando boce e cagione, ch’e’ gentili uomini e i baroni erano traditori del re loro signore; ma certo chi fu primo motore di tanto scellerato male fu il reo e il traditore di suo signore e di tutto il reame, come appresso leggendo si potrà trovare.

CAP. LXIX. Di novità di Forlì.

Bene che paia assai disonesto e fuori di ragione, che li prelati che dovrebbono essere correggitori de’ difetti e peccati de’ secolari s’inviluppino e rivolgano in quelli, e massimamente in quelli errori mondani che più paiono orribili e abominevoli, come sono tradimenti, o se volemo più onesto parlare, trattati, nondimeno per la corrotta usanza del malvagio tempo che corre, non pare si disdica a coloro che sono posti da santa Chiesa alla cura de’ suoi beni temporali, tutto che cherici sieno, usare arte di tradigione. Per questa larga e non dannata licenza, l’abate di Clugnì legato di papa in Romagna, avendo fatto tenere certo trattato con le guardie d’alquante bertesche della città di Forlì, le quali gli doveano essere date, mandò della sua gente una notte intorno di seicento tra a piè e a cavallo, e presonle, ed entrarono nella terra; e se avessono avuto con loro più forte braccio n’erano signori. I cittadini, per l’improvviso e subito assalto non sbigottiti, insieme col capitano francamente si fedirono tra loro ch’erano entrati, e per forza gli ripinsono di fuori, avendone morti e presi una parte di quelli che più s’erano messi innanzi; intra gli altri rimase preso il figliuolo del conte Bandino di Montegranelli; e gli altri si fuggirono senza avere caccia fuori della terra, e tornarsi al legato beffati.