CAP. LX. Come la compagnia del conte di Lando venne in Romagna.

Incontanente che la pace de’ Lombardi fu fatta, la compagnia del conte di Lando, ch’era stata contro a’ signori di Milano per condotta de’ collegati, com’addietro abbiamo narrato, si partì di quei paesi; e all’uscita del mese di giugno, avendo per tutto il passo aperto, e la vittuaglia da’ paesani, con licenza del signore di Bologna se ne vennono a Budrio in sul Bolognese; e ivi stettono alquanto di tempo prendendo loro rinfrescamento, dando di loro usati aguati e improvvisi assalti assai di tema a tutti i Toscani, e al legato del papa in Romagna, e così al Regno, aspettando in quel luogo civanza di condotta, e danari da chi con loro si volesse patteggiare e comporre.

CAP. LXI. Come il re Luigi riebbe il castello di Parma.

Narreremo in questo capitolo cosa che non pare degna di memoria, nè certo è, se non in, tanto per quanto per essa si può dimostrare la debolezza in que’ giorni del famoso reame di Puglia. Certi ladroni e rubatori di strade nel detto regno in questi giorni faceano compagnia, e aveano preso per loro ridotto un castelletto tra Serni e Castello da mare che si chiama Parma: e ivi s’erano adunati, e rubavano le strade e’ paesi che da loro non si volieno rimedire. E aveano già tanto fatto, che circa a centoventi di loro erano montati a cavallo, e armati a guisa di cavalieri, e spesso correano fino a Napoli, e per Terra di Lavoro; e maggiore guerra e danno faceano a’ paesani, che quelli della gran compagnia quand’erano nel Regno, perocch’e’ sapeano i passi e le vie del paese, e conoscevano i massari e’ paesani da cui si poteva trarre il danaro. E così teneano in mala ventura e angoscia tutto il paese, che niuno osava andare per cammini senza buona scorta. E per questa cagione il re fece gente d’arme, e ristrinseli nel detto castello, e assediolli: e in fine vedendo i detti ladroni che non poteano tenere il castello, l’abbandonarono, e fuggirsi del paese, e il re riprese la terra, e la fornì di sua gente; perchè alquanto ne migliorò la sicurtà delle strade e de’ cammini.

CAP. LXII. De’ fatti di Siena della loro guerra.

Li Sanesi avendo veduto non rotte le loro forze, nè con ordine di battaglia, essere così sventuratamente sconfitti e cavalcati da’ Perugini infino alle porti, essendo di natura sdegnosa e altiera e di voglioso consiglio, di comune assentimento deliberarono di fare ogni loro sforzo e podere per qualunque modo potessono, per vendicare loro vergogna; non ostante che per lo comune di Firenze oltre all’usato amore consueto di faticarsi a pacificare loro vicini, ingelosito che per loro riotte non surgesse allettamento di signore forestiere, di continovo sollecitamente cercasse modo comportevole a sgravare il soperchio dell’onta fatta a’ Sanesi, e a questo per forza d’amistà de’ reggenti e maggiori di Perugia avessono condotto ad assentire i Perugini, nè modo nè verso co’ Sanesi trovare non potè, i quali nel furore di loro lieve animo, non guardando a stato di parte guelfa, nè a’ pericoli che seguire ne potesse alla libertà de’ comuni di Toscana, malcontenti di ciò che per l’uno comune e per l’altro si facea, cercando sempre concordia tra loro senza favorare in segreto o in palese eziandio in parole nessuno di loro contro all’altro, solenni ambasciadori con pieno mandato e larghe promesse mandarono a’ signori di Milano per impetrare loro aiuto e favore; ma poco loro valse, tutto che in niente montasse per loro mal volere e pravo concetto, perocchè per la pace tra detti signori e comuni di Toscana fatta, per non romperla non se ne vollono travagliare. Il perchè veggendosi i Sanesi mancare la detta speranza, in sulla quale stavano ventosamente a cavallo, cercarono convegna colla compagnia che di Lombardia era venuta a Budrio, e si patteggiarono ch’andasse al loro soldo per certa quantità di moneta: e nel patto inchiusono, che la compagnia un mese e più con altra loro gente dovesse stare in sul contado di Perugia; e per lo detto servigio diedono caparra e la ferma, all’entrata del mese di giugno 1358. Semoci un poco allargati in parlanza sopra questa materia, per fare ricordanza a coloro che per li tempi verranno al reggimento del nostro comune, che stieno avvisati a’ rimedi della straboccata e ventosa volontà de’ Sanesi, i quali sovente per levità d’animo hanno tentata la loro sovversione e degli altri comuni di Toscana, che vogliono e amano di vivere in libertà.

CAP. LXIII. Come i Pisani abbandonarono la gara di Talamone.

I Pisani avendo provato e riprovato per molte riprese, che nè per loro armate, nè per impedimenti di mare, nè per lega che tacitamente avessono col doge di Genova, nè per qualunque altri loro argomenti o sagacità, usando larghe promesse di nuove franchigie e più utile a’ Fiorentini, non aveano potuto rimuovere il comune di Firenze dal suo fermo proponimento del non tornare a fare porto a Pisa, ma piuttosto coll’aizzamento gli aveano fatti indurare; e veggendo ch’esso comune di Firenze s’era messo in armare galee, e cercare ventura di mare contro a loro; colla usata astuzia, del mese di giugno detto anno, con segreta deliberazione fatta tra loro mandarono la grida, che i Pisani e’ loro distrettuali, e ogni altra maniera di gente liberamente potesse andare a Talamone co’ suoi legni e mercatanzie, e di là recare e portare mercatanzia salvi e sicuri da tutta loro gente. E incontanente cominciarono a mandarvi della roba loro con fare porto a Talamone; e nondimeno i Fiorentini continovo le loro galee teneano alla guardia del mare.

CAP. LXIV. Come i Sanesi chiamarono capitano, e uscirono a oste.

Avendo i Sanesi l’animo infiammato contro al comune di Perugia, elessono per loro capitano di guerra il prefetto da Vico con gran balìa nella città e di fuori sopra la gente d’arme, il quale accettò: ma non venendo presto come il furore de’ Sanesi cercava; a dì 21 di giugno uscirono fuori a oste sopra il Monte a Sansavino colla loro gente d’arme, e con settecento barbute che avea Anichino di Bongardo capitano della nuova compagnia, e ivi sforzandosi di vincere la terra, senza frutto stettono aspettando il loro capitano e l’altra gran compagnia che aveano condotta in Lombardia. I Perugini temeano forte l’avvenimento della compagnia, e acconciavansi bene a lasciare trovare modo a’ Fiorentini d’avere la pace; nondimeno afforzavano l’Orsaia per potersi tenere più forti e provveduti alla loro difesa.