CAP. LV. Come i signori di Milano posono l’assedio a Pavia.
I signori di Milano, per la grande entrata ch’aveano di loro terre in que’ tempi erano di gran podere, sicchè perchè alcuna volta perdessono loro gente d’arme, di presente per la forza del danaro erano riforniti di nuovo, e possenti a tornare in campo meglio che prima. E però non ostante ch’avessono l’oste grande sopra Mantova, e fornissono contro al marchese di Monferrato la guerra di Novara e di Vercelli, essendo la compagnia del conte di Lando, come detto avemo, in aiuto a’ Lombardi collegati, feciono di nuovo grande oste, e andarono a porre l’assedio alla città di Pavia del mese di maggio, ove aveano più di duemila cavalieri e pedoni, e popolo assai per questi assedi. E per mantenere le grandi spese consumavano le forze de’ collegati, non ostante che spesso negli assalti la loro gente ricevessono danno e vergogna; e ciò addiveniva, perchè i loro soldati tedeschi aveano ricetto, e parte di loro cavalcatori nella compagnia, sicchè contro a loro non si combatteano lealmente, per non disfare la detta compagnia; e avvedutisi i signori di Milano per più volte di questo, e trovatisi con diecimila cavalieri a loro soldo, e mille di quelli della compagnia gli cavalcavano presso a Milano, non ostante ch’avessono vantaggio contro a’ loro avversari, per questa cagione cominciarono a dare gli orecchi al trattato della pace, la quale poi si fornì, come al suo tempo racconteremo.
CAP. LVI. Come i Perugini afforzarono l’Orsaia.
Di questo mese d’agosto, i Perugini per potere con meno gente d’arme e con minore spesa mantenere l’assedio a Cortona, cominciarono ad afforzare di mura e di fossi l’Orsaia per farvi una terra nuova, sicchè il verno come la state potessono tenere assediati i Cortonesi dal lato del piano. I Cortonesi per questo poco si curavano, perocchè la montagna era in loro balía, e aveano gente a cavallo e a piè che spesso faceano risentire i loro nemici.
CAP. LVII. Come si fece la pace da’ signori di Milano a’ collegati.
Quasi per spazio di tre anni era continovata la guerra da’ signori di Milano a’ collegati Lombardi, nella quale erano i signori di Mantova, di Ferrara, e di Bologna, e il marchese di Monferrato, Genova, e Pavia; nelle quali battaglie, ribellioni e presure d’assai città e castella erano fatte, com’addietro abbiamo narrato, con vari avvenimenti di guerra e di fortuna e d’una e d’altra parte; e come che la possanza de’ signori di Milano fosse grandissima, pure aveano perdute la maggior parte delle terre che tenere soleano nel Piemonte, e Novara, Como, Pavia, e Genova, e Savona, e con la Riviera e di levante e di ponente, e molte altre castella in quelli paesi; ma tutto che queste terre fossono loro tolte, per loro entrata e potenza conduceano gente d’arme, e nuove osti faceano, avendo più forza l’un dì che l’altro, almeno in apparenza. Per le quali cose i collegati straccati dalle gravezze delle spese incomportabili a loro, con gran pericolo e pena sosteneano la guerra, avendo nel segreto grande appetito di pace; dall’altra parte i signori di Milano s’erano trovati più volte ingannati dalla gente d’arme di lingua tedesca, che avendo essi forza di novemila in diecimila cavalieri, mille o duemila barbute della compagnia per più riprese, come mostrato abbiamo, correano infino alle porte di Milano, e stavano a oste nel loro contado, e non trovavano Tedeschi che contro a loro facessono resistenza, che tutti teneano parte nella compagnia, e i cassi da’ soldi entravano in quella, e per questa cagione s’aveano vedute rubellare molte terre; per la qual cosa anche eglino desideravano concordia. Onde essendo mezzano e sollicitatore della pace messer Feltrino da Gonzaga de’ signori di Mantova, la pace si fornì, e palesossi per tutto all’uscita del mese di maggio, gli anni 1358, con certi patti e convegne che poco vennono a dire, come appresso si dimostrò per lo fine.
CAP. LVIII. Come s’abbattè i palazzi di quelli di Beccheria.
Essendo cacciati da Pavia quelli della casa di Beccheria, come a verno addietro narrato, frate Iacopo Bossolaro fece sua predicazione, alla quale s’adunò tutto il popolo di Pavia uomini e donne; e con belle e ornate parole mostrò, che non era bastevole avere cacciati di Pavia i tiranni, se a loro non si togliesse la speranza del tornare, la quale loro durerebbe mentre che le loro case e’ palagi fossono in piè; e che per tanto a lui necessario parea d’abbatterli, e fare piazza del sito dov’erano. Fornita la predica, tutto il popolo si mosse, e volonterosamente corse ad abbattere le dette case e palagi: e in picciolo tempo non vi lasciarono pietra sopra pietra, che non portassono via; e il luogo recarono a piazza, secondo che il frate predicando avea consigliato. E fu ciò cosa mirabile, che tutti, maschi e femmine, piccoli e grandi vi furono per maestri e manovali, e a modo delle formiche ciascuno ne portò via la parte sua.
CAP. LIX. Di molte paci e altre cose notevoli fatte.
Gli antichi Romani al tempo del popolo gentile aveano un tempio nella città consacrato a Giano, il quale nel loro errore faceano Iddio dell’anno. E per tanto il primo mese dell’anno a questo loro Iddio era consacrato, e da lui era denominato Gianuaro, che noi volgarmente appelliamo Gennaio. Questo tempio di Giano, quando stava aperto era segno di guerra, e quando stava chiuso era segno di pace. Di che tornando alle favole antiche, e all’usanze antiche della magnificenza romana, questo nostro anno dire si potrebbe quello della pace: perchè in esso fu fatta e fermata la pace dal re d’Inghilterra al re di Scozia, e lasciato fu di prigione il re David, che carcerato il tenea quello d’Inghilterra. Ancora si fè la concordia dal re di Spagna al re d’Araona, e quella dal re d’Inghilterra al re di Francia, il quale era suo prigione, benchè per li patti rimanesse sospesa. E fecesi la pace dal comune di Vinegia al re d’Ungheria; e quella de’ signori e tiranni di Lombardia, che di sopra avemo raccontata; e quella dal re Luigi al duca di Durazzo; e quella da’ Perugini a’ Sanesi. E più ad aumento di pace in questo anno fu abbondanza di tutti i frutti della terra. È vero, che furono nel verno malattie di freddo, e nella state molte febbri terzane, e semplici e doppie, sicchè se gli uomini fer pace delle loro guerre, non dimanco gli elementi per li peccati sconci degli uomini loro fecero guerra. Nella quale fu da notare, che come l’anno passato la Valdelsa, e il Chianti, e il Valdarno furono di molte infermitadi gravate e morie, che così nel presente, che fu mirabile cosa. E perchè per queste paci fossono liete molte provincie, il reame di Francia in questi giorni ebbe grandi e gravi commozioni di popoli contro a’ gentili uomini, che molto guastarono il paese, e tre gran compagnie di gente d’arme settentrionali conturbarono forte Italia e la Provenza. Il perchè appare, che universale pace non può essere nel mondo, come fu al tempo che ’l figliuolo di Dio umana carne della Vergine prese.