CAP. XIV. Operazioni della moría.
In quest’anno l’usata moría dell’anguinaia, la quale nell’autunno passato avea nel Brabante e nelle circustanti parti del Reno fatti gran danni, nel verno si dilatò, e comprese e passò nel Friuli facendo l’uficio suo per infino al marzo, e parte della Schiavonia, ma non troppo agramente; perocchè enfiando sotto il ditello e l’anguinaia, chi passava il settimo giorno era sicuro; vero è che in sette dì assai ne morivano. Ancora non pigliava le città e le ville comunemente, ma al modo della gragnuola l’una lasciava stare e l’altra prendea; e durando dove cominciava dalle venti alle ventidue settimane, molta gente d’ogni generazione trasse a fine.
CAP. XV. Di certa novità ch’ebbe in Perugia in questi tempi.
Chi vorrà con animo riposato recare alla mente quello che scritto si trova degli stati mondani dal tempo di Nembrotte primo tiranno infino ne’ giorni presenti, vedrà manifesto, che mai niuno tempo fu tanto pacifico nè tanto durato tranquillo che ne’ reami, e nelle città, e (che è più da maravigliare) nelle piccole e povere ville, non sieno stati di quelli che hanno cerco e a tutti i sentimenti del corpo e dell’animo di soprastare agli altri, e di farsi maggiori e governatori, usurpando le pubbliche e le private ricchezze; e senza recare esempi a prova di ciò, che sono infiniti, e notori e manifesti, cercate le note volgarmente hanno fatto quelli di nostra famiglia intorno alle cose che sono occorse ne’ tempi da farne memoria, troverà che non di Roma città in Italia, ma in tutto il mondo mai non fu in tanto riposo che per tutto non sentisse affanno di questa materia; onde li savi, che ricordano delle cose antiche, veggendo questi casi tutto giorno addivenire, non si dogliono nè si maravigliano, ma i semplici e idioti, che solo tengono gli occhi alle cose che sono loro davanti, si turbano e rammaricano, e mormorando stoltamente favellano, e non sapendo vedere nè dare riparo potendo si contristano. Essendo dunque questa vita comune, molte più e così ne sono state maculate l’altre città di Toscana, come la nostra. E in questi tempi ne fece sperienza la città di Perugia, che essendo il popolo suo villanamente barattato per Leggieri d’Andreotto e per gli altri grandi cittadini appellati Raspanti, che con lui s’intendeano ne’ fatti dell’impresa della città di Cortona e della guerra de’ Sanesi ch’era seguita, quelli che voleano vivere mezzano e popolare senza fare danno o vergogna al suo comune ebbono tanto di podere, che feciono in Perugia venire per sindaco di comune messer Geri della casa de’ Pazzi di Firenze, cavaliere sagace e di grande cuore, voglioso e vago di novità come più volte mostrò per l’opere sue. L’uficio fu con gran podestà e balía, in ritrovare chi avesse male preso della pecunia del comune e’ beni, e punire agramente cui trovasse colpevole; il valente cavaliere, come giunse informato appieno per solenne investigagione di quelli che ne’ detti casi aveano errato, non prese gli uccellini, ma formò francamente suo processo contro al detto Leggieri, e altri maggiorenti di quelli dello stato, ad animo di farne giustizia, senza tenere in collo il processo. Gl’inquisiti non s’osavano rappresentare veggendo l’uficiale coraggioso e disposto a punire, per tema di non essere posti al tormento, e condannati personalmente e vituperosamente per barattieri e rubatori del loro comune: e colla forza de’ Raspanti, che li favoreggiavano, procuravano il dì e la notte come potessono impedire l’uficiale in forma ch’e’ non potesse procedere. I gentili uomini con tutto il seguito loro riscaldavano e francheggiavano il sindaco perchè condannasse, stimando che se ciò fosse avvenuto rimaneano senza dubbio i maggiori, e volgeano lo stato. Onde avveggendosi di ciò i popolari, eziandio quelli ch’aveano cominciato la mena, si dierono a cercare de’ rimedi, e trovarono uno statuto, che essendo eletto per ambasciadore di comune, qualunque fosse e qualunque uficiale inquisito, mentre che durasse il tempo dell’ambasciata si sospendea il processo; onde operarono co’ signori, che gl’inquisiti fossono eletti per ambasciadori, e così seguette; perchè convenne che i processi cominciati fossono sospesi. Il perchè il valente cavaliere, veggendo che gli erano presi i dadi, e ch’e’ non potea fare niente di suo intendimento, lasciò l’uficio, e tornossi a Firenze. Il suo successore trovati i processi pendenti assolse i detti grandi cittadini, e per mostrare di fare uficio condannò i minori e gl’impotenti, onde a furore di popolo anzi ch’e’ finisse l’uficio fu messo in prigione e vituperosamente condannato fornì i giorni suoi in prigione.
CAP. XVI. Di sconfitta ebbono i Turchi da’ frieri.
Avendo i Turchi presa sopra i Greci disordinata e troppa baldanza, ne’ detti tempi armarono ventinove legni, e valicarono nella Romania bassa, e non trovando in pelago chi rispondesse loro si misono per la fiumara molto fra terra predando il paese, e pigliando a costuma di pecore, e avendo accolti più di milledugento prigioni e altra roba assai, e ridotta tutta alla riva del fiume per caricare i navili; il maestro dello spedale che per sue spie avea della detta armata sentito, e fatto armare quattro galee e uno legno, e messovi quanti e’ potè de’ migliori e più franchi de’ suoi frieri, e altra buona gente d’arme, e nobilmente fornita e apparecchiata a battaglia, le fè senza perdere tempo dirizzare in Romania; li quali trovando come i Turchi avendo i Greci a vile s’erano messi per la fiumana, presono subitamente la bocca del fiume, e a lento passo tennono loro dietro; e non avendo rispetto perchè i Turchi molti più fossono a numero, li soprappresono quando intendeano a caricarei navili, e fidandosi nel nome di Cristo e nell’aiuto suo scesono in terra, e arditamente presono la battaglia con loro, la quale durò lungamente; e non ostante che i Turchi fossono male ordinati, erano tanti, e vedeansi in luogo che non poteano fuggire se non si facessono fare la via colle spade, però grande resistenza feciono e aspra zuffa: alla fine furono rotti e sbarattati, e la maggiore parte di loro morti e magagnati. Quelli che rimasono nella sconfitta furono tutti presi, e i loro legni e navili, che niuno non ne campò. I frieri liberata la preda e’ prigioni che i Turchi aveano presi, e con piena vittoria, si ritornarono salvi a Rodi.
CAP. XVII. Di novità state in Provenza contro a quelli del Balzo.
I gentili uomini della Provenza che si chiamavano villanamente oltraggiati da’ signori e dalla casa del Balzo, i quali aveano tenuto e condotto gran tempo sopra loro la compagnia, desiderosi di vendicare gli oltraggi e’ danni loro fatti, del mese di marzo s’adunarono insieme con quella gente d’arme che più presto poterono accogliere senza fare segno di cui volessono offendere, e di furto presono l’Aguglia, nobilissima e bella fortezza di quelli del Balzo, e presa, senza arresto la gittarono in terra infino ne’ fondamenti. E ciò fatto, intendeano a tutto loro potere di seguire alla distruzione della casa del Balzo, se non che il papa e’ cardinali, veggendo che quella guerra tuttochè fosse tra private persone e non generale, nè con offesa altrui che di loro, per lo sturbo che di ciò seguiva alla corte di Roma vi s’interpose perchè non procedesse più oltre, e feciono racquetare i Provenzali, e por giù l’arme. In questi giorni i Borgognoni e’ Provenzali che erano nel reame di Francia stavano in pessima disposizione, perocchè chi volea mal fare non era punito, e di tali si trovavano assai, e aveano grande seguito; onde per la detta cagione i cammini d’ogni parte erano rotti, e’ mercatanti e l’altra gente rubati, ed erano sì stretti i cammini da questa mala gente, che appena i corrieri, che andavano e venivano a Avignone, dalle loro mani poteano scampare; il perchè la corte stava in molto disagio, e ad altro non s’intendea che a trarre a fine le nuove mura d’Avignone: e per ciò fornire, il papa e’ cardinali aveano fatta l’imposta a tutti i cittadini e cortigiani, la quale era certa tassa in nome di capo censo, e per casa, e per famiglie e botteghe, le quali si ricoglievano ogni mese una volta, o più o meno, tre dì come il bisogno occorreva. E per seguire i fatti de’ corrieri, giugnendo insieme il caso che viene, il cardinale di Pelagorga e quello di Bologna, i quali erano stati in Francia e in Inghilterra a trattare la pace intra’ due re, come addietro facemmo menzione, tornando a corte, sentendosi, furono assaliti da gente d’arme, e nell’assalto furono morti dodici de’ famigli loro, intra’ quali v’ebbe sei cavalieri, e però fuggirono senza arrestarsi per spazio di quattro miglia, e’ buoni cavalli e gli sproni li camparono che non furono presi, e ridussonsi in Celano, non sapendo chi li cacciava. Bene si sparse la voce che i Franceschi si teneano mal contenti di loro per li trattati menati per loro in poco favore del loro re e signore; ma ciò non fu vero, ma piuttosto operazione di rubatori, che stimarono essere ricchi se gli avessono potuti pigliare, che atto di vendetta per sdegno ch’avessono preso i Franceschi.
CAP. XVIII. Il consiglio si tenne in Francia sopra le domande degl’Inghilesi.
Essendo divulgata la non vera pace tra li due re d’Inghilterra e di Francia per vera, il duca d’Orliens, e il Delfino di Vienna figliuolo del re di Francia andò a Mompelieri dove si fè grande ragunanza de’ baroni di Francia, e con loro furono i due cardinali ch’erano stati altra volta al trattare della pace; quivi si fece parlamento per tutti, nel quale chiaramente per tutti si tenne e conobbe, che quello che domandava il re d’Inghilterra non era possibile, perchè non vedeano che si potesse per modo alcuno inducere i Franceschi al consentimento, tant’era la domanda ontosa e altiera, e a grande animo de’ Franceschi, per la vituperosa e sdegnosa cosa, onde senza prendere accordo si partì il parlamento. Il Delfino cavalcò ad Orliens con intenzione, che se ’l padre passasse in Francia col re d’Inghilterra, com’era ordinato, li prestasse il consentimento della corona per difesa del reame, e per tenere ciò che si potea; giunto in Orliens, mandò due baroni al re d’Inghilterra a cercare accordo con lui, e fatto per sue lettere ed ambasciate, a tutte le città e buone ville di Francia manifestò quello che chiedea il re d’Inghilterra in vergogna e abbassamento della corona e nome de’ Franceschi, e confortò li comuni che stessono attenti e provveduti, e che si studiassono a fare buona guardia.