CAP. XIX. Come il re di Spagna e quello d’Araona s’affrontarono e non combatterono.
Seguendo le discordie e tribolazioni de’ cristiani, che a giornate per li loro peccati rovesciano i due re, quello d’Araona e quello di Spagna intra gli altri di nome cristiano, e grandi e famosi, s’erano ingaggiati di battaglia, e all’entrata del mese d’aprile 1359 ciascheduno di loro provveduto e avveduto, fatto tutto suo sforzo per essere alla battaglia, comparirono alla fine de’ loro reami assai di presso ciascheduno; quello di Spagna, che si noma quello di Castella, venne con settemila cavalieri tra di sua raunata e di gente barbara, i quali si chiamavano Mori, e con popolo assai; quello d’Araona venne con cinquemila cavalieri catalani e con grande quantità di popolo a piè, armati di lance e di dardi maneschi, i quali sono da loro chiamati mugaveri, e l’una e l’altra gente con le persone de’ loro re s’avvicinarono insieme per ordinarsi a battaglia: e non pertanto che il re d’Araona fosse con meno cavalieri che quello di Castella, molta sicurtà e baldanza prendea nella fede de’ suoi baroni, ma più in Dio, perchè avea seco giusta cagione, e ciò li dava speranza di vincere; ma quello di Spagna, tutto che si sentisse la forza maggiore, non si fidava della fortuna della battaglia, per la coscienza di sua vita scellerata e crudele, perocchè tornandoli a memoria che l’anno dinanzi avea di sua mano morti venticinque de’ suoi baroni, come addietro contammo, invilì, temendo ch’e’ baroni che gli erano rimasi non li tenessero fede, e stornava con modi sagaci la zuffa; il perchè seguì, che stati più giorni affrontati senza muovere assalto, o aizzare l’uno l’altro, quasi come se avessono fatta convegna, si partirono del campo, e tornaronsi indietro ciascuno alla sua frontiera. Di ciò fu lodato il re d’Araona, che tutto che conoscesse che per la discordia de’ suoi nemici la vittoria fosse nelle sue mani, non volle mettere tanti cristiani a farli uccidere insieme.
CAP. XX. Come il comune di Firenze si provvide contro alla compagnia.
Bene che ’l nostro comune di Firenze sollicitamente e con molta provvedenza infra ’l tempo che la compagnia badava in Romagna aspettando il tributo dal cardinale si fosse messo in assetto e alla difesa, a all’offesa de’ suoi nemici, sentendo che ’l sabato santo a dì 20 d’aprile la pecunia promessa alla compagnia era pagata, raddoppiò la sollecitudine, facendo gente quanta ne trovava assoldare, e affrettando l’aiuto dell’amistadi, e rifermò per capitano di guerra messer Pandolfo de’ Malatesti, e a dì 29 d’aprile 1359 fece la mostra della gente sua, la quale fu da duemila barbute, e da cinquecento Ungheri, e da duemilacinquecento balestrieri eletti tra gli altri e armati tutti a corazzine; e avendo in punto questa brigata, messer Bernabò signore di Milano, il quale da questa Compagnia più volte era stato oltraggiato e l’avea in odio, offerse aiuto di mille barbute e di mille masnadieri al nostro comune, e il comune l’accettò perocchè in quel tempo vivea in fede e in buona pace col detto signore; fatto l’accetto, il detto signore senza niuno intervallo di tempo ne cominciò a fare soldare in Toscana. E mentre si facea queste cose, messer Francesco da Carrara signore di Padova mandò in aiuto a’ Fiorentini dugento cavalieri, e i marchesi da Este signori di Ferrara mandarono trecento cavalieri; e fu cosa mirabile, che i tiranni che per natura sogliono essere nemici e oppressatori de’ popoli che vogliono vivere in libertà, il perchè le ragioni sono manifeste, si mettessono ad atare il nostro comune fedelmente, che sopra tutti gli altri d’Italia sempre s’è opposto a’ tiranni e disfattine molti, e i popoli di Toscana che sono vivuti lungamente a libertà cercassono il contrario quasi di assenso comune, bene che non apertamente, come appresso diremo. E cominciandoci a’ più antichi e intimi amici del nostro comune, e che mai da lui non furono offesi, ma sempre atati e difesi e esaltati ne’ loro onori, cioè da’ Perugini, contro al volere del comune di Firenze, e per suo abbassamento e desolazione, secondo loro credenza e speranza, presono accordo colla compagnia per cinque anni, dando loro di censo ogni anno fiorini quattromila d’oro, e a tutta l’oste in dono tre dì vittuaglia, e da indi innanzi derrata per danaio, e il passo libero per lo loro contado e distretto a ogni tempo ch’e’ volessono passare, promettendo che non darebbono contro a loro aiuto a’ Fiorentini; la quale coralmente punse il nostro comune, e molto l’ebbe a grave. Vedendo i Sanesi e’ Pisani ch’e’ Perugini, che sempre erano stati un animo e un corpo co’ Fiorentini, aveano preso l’accordo nella forma ch’avemo detto di sopra, feciono il simigliante, e più i Pisani, come antichi e perfidi nemici del nostro comune, foraggio, e passo, e segreta promessa di dare loro aiuto della gente dell’arme loro; la qual cosa sagacemente feciono poi, come leggendo nostra opera al suo tempo si potrà trovare.
CAP. XXI. D’una folgore che cadde in sulla chiesa maggiore di Siena.
Tutto che i miracoli che noi veggiamo di poco ci muovano a lasciare i peccati e tornare a penitenza, pure li dovemo scrivere a terrore de’ mortali. In questi dì della Pasqua della resurrezione di Cristo, a dì 21 d’aprile in sull’ora della terza, essendo il tempo turbato e largo della piova, una folgore percosse l’agnolo ch’era nel colmo della chiesa del vescovado di Siena, e portollo via, e non lo fracassò, e scese nella cappella, e arse i paramenti e il tavolato dell’altare maggiore; e avendo il prete consegrato il corpo di Cristo, non essendo ancora comunicato, cadde in terra tramortito, e cinque preti ch’erano d’intorno al servigio dell’altare percosse e ricise, e l’ostia e la croce dell’altare non si potè mai ritrovare.
CAP. XXII. Di una battaglia tra due baroni del re di Rascia.
Il re di Rascia il quale era sotto il tributo del re d’Ungheria cessava di fare l’omaggio, e ribellavasi al re; il perchè venuto in indegnazione della corona, e avendo il re d’Ungheria contro a lui conceputo e proposto nell’animo suo di farlo conoscente, duro e malagevole li parea di passare la Danoia, per mantenere la gente nel reame di Rascia, non avendo nel paese terra alcuna che li desse ricetto. E stando in questi pensieri, come suole apparecchiare la fortuna talora i non pensati acconci e’ rimedi, due baroni del reame di Rascia per loro gare e male venture riottavano insieme; il re s’era più volte travagliato di recarli a concordia, e nella fine in questi giorni avuto l’uno e l’altro, e cercando di porli in pace, e non li potendo recare, crucciato, come poco discreto, disse: Andate nella mal’ora, e l’uno faccia all’altro il peggio che può; la parola detta sopr’ira fu ricevuta per espressa licenza; onde partendosi amendue pieni d’odio e di mal volere infiammati, quello di loro con alquanto meno podere avea le sue terre in sulla riviera della Danoia, l’altro ch’era di maggiore possanza accolta gente d’arme lo cavalcò, ardendo e guastando il suo paese, e infine al suo abboccamento lo sconfisse; nè a ciò contento, cercava sollicitamente di distruggerlo e trarlo a fine, e per ciò fare lo cavalcava spesso, facendo ogni male. Vedendo il detto barone ch’e’ non potea resistere, e nel suo re non avea speranza che levasse dall’impresa l’avversario suo, lasciò il meglio che potè le sue terre fornite a difesa, e segretamente valicò la Danoia, e ridussesi a uno de’ baroni d’Ungheria che l’aiutasse, promettendoli di farsi cristiano; il barone del re d’Ungheria li diè quella quantità d’Ungheri che li chiese, e ’l barone a parte a parte occultamente li mise nelle sue terre, e fece mettere la fama di volere fare di sua gente tutto suo sforzo per vendicare sua onta e dannaggio. Il suo nemico che poco il pregiava, per la vittoria avuta di lui era molto montato in baldanza, venne da capo con tutto suo sforzo in sulle terre del detto barone, e non avendo l’avviso degli Ungheri ch’erano venuti in aiuto de’ suoi nemici, e mescolato tra loro, con animosa battaglia durissima, per la virtù degli Ungheri fu sconfitto, e rimase morto in sul campo. E bene cadde nella sentenza dell’antico proverbio che dice, chi è povero di spie è ricco di vituperio, e fece fede che non si vuole avere tanto a vile il nemico che non creda che offendere lo possa. Di questa tenzone non curata ne’ principii, come si dovea, e lasciata passare in malattia da non rimediare, nacque, che avuto il passo da questo barone il re d’Ungheria con grande esercito passò la Danoia, come a suo luogo e tempo diviseremo.
CAP. XXIII. Come sotto nome di falsa pace il re di Navarra tribolò Francia.
In questo medesimo tempo il sollecito re di Navarra, avendo in apparenza ridotti gl’Inghilesi in forma di compagnia, per non mostrare di volere fare contro alla volontà del re d’Inghilterra, e contro alla falsa pace che per lui era bandita, cominciò a cavalcare in Berrì, e tribolare quel paese con aspra e mortale guerra, stendendosi infino in Campagna, rubando le ville e’ cammini, e ardendo chi non si voleva rimedire. I legati del papa, ch’aveano preso cura della concordia tra’ due re, vedendo quello che il re di Navarra aveva fatto col braccio degl’Inghilesi, ne scrissono al re d’Inghilterra, pregandolo che per bene della pace senza più aizzare i Franceschi li piacesse porvi rimedio; e massimamente perchè il fatto pareva contro al suo comandamento, e non atto di pace com’era ita la grida. Il re rispose, che di ciò li pesava, e che non vedea come a quella mala gente, e del tutto disposta a mal fare, potesse rimediare nè mettervi riparo, che volentieri per suo onore il farebbe. Stando le cose di Francia mal disposte in questi baratti, nel mese d’aprile 1359, nella città di Digiono in Borgogna, una parte del popolo minuto vago di preda si levò a romore, e corsono a furore alle case de’ maggiori e de’ più ricchi cittadini della terra, e rubaronli, e chi non fuggì loro dinanzi in quella tempesta fu morto. Il duca di Borgogna sentendo questa novità, e temendo di ribellione, mandò là di sua gente d’arme, e de’ malfattori ne fece assai bandeggiare, e presine nel numero di centoventi, per vendetta del misfatto gli fece appendere per la gola.