CAP. XXXIV. Come il vescovo di Trievi sconfisse gl’Inghilesi.

Il vescovo di Trievi veggendo il reame di Francia in tanta rivoluzione e traverse, e che necessario era a’ cherici per difesa di loro franchigia prendere l’arme, come uomo valoroso, ricolse gente d’arme e d’amistà e di soldo, e abboccossi per avventura in un assalto con certi Inghilesi, ch’erano guidati per gente del re di Navarra, e combattè con loro e sconfisseli, i quali erano intorno di millecinquecento, de’ quali assai ne furono morti. In questo medesimo giorno il Delfino di Vienna si mise ad assedio a Monlione, il quale era venuto alle mani degl’Inghilesi, per racquistarlo, e forte lo strinse, perchè essendo il castello presso a dieci leghe a Parigi, gli parea gran vergogna fosse della corona e grande abbassamento che fosse in podestà de’ nemici, e ’l luogo era molto presso a Parigi, e forte offendea. Durante l’assedio avea il Delfino a suo soldo certi baroni alamanni, e non avendo di che pagarli, loro diede in gaggio due buoni castelli del reame. Puossi considerare in quanta soffratta e debolezza era in questi giorni il reame di Francia, che si stimò per li savi se non fosse stato, com’era, antico e corale l’odio per lunghe riotte aveano avute i Franceschi e gl’Inghilesi, in dispetto innaturale convertito, il quale facea a’ Franceschi sostenere ogni affanno e ogni tormento, per certo il re d’Inghilterra era sovrano della guerra.

CAP. XXXV. Come fu soccorsa Pavia, e levatone l’oste de’ Visconti.

L’oste di messer Galeazzo signore di Milano lungamente era stato sopra Pavia con certe bastite, forte tenendo stretta la terra; il marchese di Monferrato preso suo tempo, con la più gente potè ragunare s’entrò cautamente in Pavia, e avuto per sue spie del reggimento dell’oste, e del poco ordine e guardie di quelli delle bastie, subitamente e aspramente li assalì improvviso, e li ruppe e sbarattò, e liberò dall’assedio, e menò in Pavia più di dugentocinquanta cavalieri e molti prigioni, e fornimento e arnese; e ciò fatto, si tornò alle terre sue. Messer Galeazzo per la sua gran potenza poco pregiando quella rottura rifornì subitamente le frontiere di Pavia di gente d’arme assai più che di prima, facendo tutto dì cavalcare in sulle porti di Pavia di gente d’arme assai più che di prima, sicchè senza tenervi bastia forte gli affliggea, e tenevagli sì stretti, che non s’ardivano d’uscir fuori persona, e di loro frutti non poteano avere bene. E del seguente mese di luglio il detto messer Galeazzo fece un’altra grande oste, e mandolla nel Monferrato addosso al marchese.

CAP. XXXVI. Come il capitano di Forlì s’arrendè al legato.

Avendo perduto il capitano di Forlì il caldo della compagnia, ed essendo per la lunga guerra molto battuto, e vedendo che più non potea sostenere, e che poco era in grazia e in amore de’ suoi cittadini per la messa che fatta avea della compagnia in Forlì, essendo tra il legato e lui per mezzani lungo trattato d’accordo, prese partito di arrendersi liberamente alla discrezione e misericordia del legato, con alcuna promessa d’essere bene trattato e del modo, che a dì 4 di luglio 1359, il legato in persona, avendo prima messa la gente sua e prese le fortezze, entrò in Forlì con grande festa e solennità e di sua gente e de’ cittadini di Forlì. Nella quale entrata Albertaccio da’ Ricasoli cittadino di Firenze, il quale al continovo era stato al consiglio segreto del cardinale, e delle sue guerre in gran parte conducitore e maestro, in sull’entrare del palagio fatto fu cavaliere. E ciò fatto, il legato ordinato la guardia della città e lasciatovi suo vicario se n’andò a Faenza, e ivi in piuvico parlamento, essendo dinanzi da lui messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano di Forlì, riconobbe e confessò tutti i suoi falli ed errori che commessi avea contro la Chiesa di Roma e suoi pastori, i quali letti li furono nella faccia in presenza del popolo, domandando umilmente perdono e misericordia dalla Chiesa di Roma. Il legato fatto ciò, e in lungo e bello sermone gravando in parole l’ingiurie e la pertinacia della resia, e le pene nelle quali era incorso il capitano, privollo d’ogni dignità e onore, e per penitenza gl’impose, ch’elli vicitasse certe chiese di Faenza in certa forma; e ciò fatto, il legato cavalcò a Imola, ove venne il signore di Bologna sotto la cui confidanza il capitano s’era arrenduto; e stati a parlamento insieme più giorni, a dì 17 di luglio, il cardinale ricomunicò nella mensa messer Francesco degli Ordelaffi, e nominatamente tutti i suoi aderenti e quelli che l’aveano favoreggiato, e ristituillo nell’onore della cavalleria, e perdonogli tutte l’offese per lui fatte alla Chiesa di Roma, e annullò ogni processo per lui fatto di resia contro a lui, e ridusselo nella grazia sua, e dichiarò che dieci anni fosse signore di Forlimpopoli e di Castrocaro, potendo stare in ciascuno de’ detti luoghi famigliarmente, e rimanendo le rocche in guardia d’amici comuni, e liberamente li ristituì la moglie, e’ figliuoli, e tutti quelli che tenea in prigione degli amici e seguaci del capitano; e così ebbe fine la lunga e pertinace guerra e ribellione del capitano di Forlì; e per la detta cagione la Romagna rimase in pace, e liberamente all’ubbidienza della Chiesa di Roma.

CAP. XXXVII. Di una compagnia creata d’Inghilesi in Francia.

Volendo il re d’Inghilterra mostrare osservazione di pace secondo l’ordine, infintamente in suo titolo o nome niuna guerra fatta nel reame di Francia, ma i molti Inghilesi ch’erano nel reame seguendo il segreto ordine dato per lui ora con uno ora con altro caporale s’accostavano che li guidasse a guerreggiare e sconciare il reame di Francia; in questi tempi della state uno sartore inghilese il quale avea nome Gianni della Guglia, essendo nella guerra dimostrato prode uomo con gran cuore in fatti d’arme cominciò a fare brigata di saccardi e assai Inghilesi che si dilettavano di mal fare, e che attendeano a vivere di rapine, e cercando e rubando ora una villa ora un’altra nel paese crebbe in tanto sua brigata, che da tutti i paesani era ridottato forte; e per questo senza i casali non murati cominciarono tutti a patteggiarsi con lui, e li davano pannaggio e danari, ed egli li faceva sicuri; e per questo modo montò tanto sua nomea che catuno si facea suo accomandato, onde in pochi mesi fece gran tesoro. Essendo moltiplicato di gente e d’avere, cominciò a passare di paese in paese, e sì andando venne insino al Pau, e ivi prese laici, e’ cherici rubò, e’ laici lasciò andare; onde la corte di Roma ne mostrò gran paura, e pensava a farsi forte per resistere a quella brigata. Costui nell’avvenimento del Pau de’ signori d’Inghilterra lasciò il capitanato e la gente, e ridussesi all’ubbidienza del re, e de’ danari ch’avea accolti ne fè buona parte a’ reali; e così andavano in que’ tempi i fatti di Francia.

CAP. XXXVIII. D’una zuffa che fu tra gli artefici di Bruggia.

Noi avemo detto più volte, che ’l mondo per lo suo peccato non sa nè può stare in riposo, e le sue travaglie, le quali scrivemo, ne fanno la fede, che si può dire veramente l’opera nostra il libro della tribolazione, e nuove. In questi dì a dì 17 di luglio, avendo il conte di Fiandra ragunata la comune di Bruggia per alcuna sentenza che dare dovea per danno d’alcuno sopra certo misfatto, uno calzolaio prosuntuosamente si levò a dire nella ragunanza contro alla volontà del conte, il perchè due degli altri minuti mestieri parlando lo ributtarono, e dissono contro a lui. Il calzolaio trasse fuori la spada, e disse, che chi ’l volesse seguire con sua arme n’andasse alla piazza di Bruggia, il perchè molti de’ mestieri il seguirono; e ragunati in sul mercato con loro arme e transegne stavano in punto, e attenti per rispondere a chi gli volesse di quel luogo cacciare. Altri mestieri, che non erano contenti che costoro pigliassono nella villa maggioranza, de’ quali si feciono capo folloni e tesserandoli, s’andarono ad armare, e in breve spazio di tempo in gran numero si ragunarono in sul mercato, e di subito senz’altro consiglio in fiotto si dirizzarono a coloro ch’erano schierati in sulla piazza, e percossonli, e rupponli, e nell’assalto n’uccisono cinquantasette, e molti ne magagnarono di fedite. E ciò fatto, co’ loro avversari di presente feciono la concordia, e di loro feciono tre capi, uno tesserandolo, e uno carpentiere, e uno calzolaio, e in questi tre fu riposto e commesso il fascio e tutto il pondo di loro governamento e reggimento; e al conte non feciono violenza alcuna, nè niuno mal sembiante. E racchetò la furia e il bollore del popolo in un batter d’occhio, questi tre mandarono la grida, che catuno andasse a fare suo mestiero, e ponesse giù l’arme, e così fu fatto. Che a pensare, ed è incredibile cosa e maravigliosa, che il tumulto di tanto popolo con cotante offensioni e tempeste s’acquetasse così lievemente, senza ricordo delle ingiurie sanguinose mescolate della pace, ciò si può dire, che in un punto fu la pace, e l’aspra e crudele guerra.