CAP. XXXIX. Come l’imperadore de’ Tartari fu morto.
In questo tempo il figliuolo di Giannisbec imperadore de’ Tartari, ch’abitava intorno alla marina del Mare oceano detto volgarmente il Mare maggiore, avendo pochi anni tenuto l’imperio, e in quello piccolo tempo fatto morire per diversi modi quasi tutti quelli ch’erano di suo lignaggio, o per paura che non li togliessono la signoria, o per altro animo imperversato e tirannesco, ultimamente caduto in lieve malattia, affrettato fu di morire d’aprile 1359. E quanto che sua vita fosse con molta guardia e cautela, difendere non si seppe da morte violente, tanto era per sua iniquità mal voluto: e pur venne l’imperio dove con sollecitudine s’era sforzato che non pervenisse, a uno di sua gesta.
CAP. XL. Di novità de’ Turchi in Romania.
Nel medesimo tempo di sopra Ottoman Megi, il maggiore signore de’ Turchi, avendo riavuto il figliuolo il quale, come dicemmo, era stato preso da’ Greci, col detto suo figliuolo insieme con esercito grande di Turchi avea lungo tempo assediata Dommettica, nobile e bella città posta in Romania, la quale non essendo soccorsa dall’imperadore di Costantinopoli nè dagli altri, e non potendosi più tenere, s’arrendè, e venne in potestà de’ Turchi. E avendola Ottoman di sua gente di guardia fornita, con grandissima gente di Turchi si dirizzò a Costantinopoli, con speranza di prendere la terra, o per assedio, o per battaglia; e giunti, fermarono loro campo presso alla città, correndo spesso per tutti i paesi dintorno, e facendo a’ Greci grandissimo danno. E ivi stati lungamente senza fare acquisto di cosa che venisse a dire niente, veggendo che poco potea adoprare, se ne tornò in Turchia.
CAP. XLI. Come il Delfino di Vienna fece pace col re di Navarra.
Quanto che la pace fatta tra’ due re d’Inghilterra e di Francia in sostanza fosse nonnulla, nondimanco per non potere per onestà offendere palesemente forte era allentata la guerra, e molti Inghilesi s’erano tornati nell’isola con quello ch’aveano potuto avanzare del nò e del sì. Al re di Navarra pochi Inghilesi erano rimasi, onde non potendo tanto male fare quanto per l’addietro era usato, questa tiepidezza di tempo diede materia a quei baroni di cercare pace tra ’l re e ’l Delfino, la quale per le dette cagioni assai tosto seguì. E accozzati il re e ’l Delfino, per buona e ferma pace si baciarono in bocca, e il re promise di stare in fede della corona di Francia, e d’atare il Delfino a suo potere contro all’oppressione degl’Inghilesi. Questa pace molto fu cara, e di gran contentamento a’ Franceschi, perocchè la loro divisione era stata materia del guasto di Francia. Ma come che ’l fatto si fosse, la pace i più pensarono che fosse con inganno e a mal fine per la viziata fede del re di Navarra, e corrotta per l’usanza delle scellerate cose in che egli era trascorso, immaginando che non meno potesse nuocere sotto fidanza di pace, che fatto s’avesse nella guerra palese. E così ne seguette, come apparve poco appresso per segni aperti e manifesti.
CAP. XLII. Come l’oste de’ Fiorentini tornò a Firenze e la compagnia ne andò nella Riviera.
Fuggita la compagnia del campo delle Mosche dov’erano stati appetto dell’oste de’ Fiorentini per speranza venti giorni, com’è addietro narrato, ed essendo al ponte a San Quirico in sul fiume del Serchio, molti se ne partirono, e chi prese suo viaggio, e chi in uno e chi in altro paese; e la maggiore fortezza di loro, ch’era col conte di Lando, e con Anichino di Bongardo, quasi tutta di lingua tedesca, prese il soldo dal marchese di Monferrato: e ricevuto per loro condotta in parte di paga ventottomila fiorini d’oro, tutto loro arnese grosso con gran parte di loro gente misono in arme. E conducendoli sempre i Pisani, e avuto licenza dal doge e da’ Genovesi, e dato loro stadichi di non far danno per la Riviera, donde loro convenia passare, e di torre derrata per danaio, se n’andarono in sulla Magra; e s’affilarono uomo innanzi a uomo, e misonsi in cammino per li stretti e malagevoli passi, che alla via loro non era altra rimasa. Nè per ricordo si trova, che dal tempo d’Annibale in qua gente d’arme numero grande per que’ luoghi passasse, perchè sono vie malagevoli alle capre. E bene verifica la sentenza di Valerio Massimo, il quale dice, che la nicistà dell’umana fiebolezza è sodo legame, la quale in questa forma è rivolta in verbo francesco. Necessità fa vecchia trottare. In questo cammino senza niuna offesa, solo che di male vivere, misono tempo assai. La compagnia, come detto avemo, preso suo viaggio, l’oste del comune di Firenze stette ferma in sul campo infino al giovedì a dì primo d’agosto 1359; a quel dì con grande festa levarono il campo molto ordinatamente, e passarono da Serravalle, e alloggiaronsi la sera alla Bertesca tra i confini di Firenze e di Pistoia, stendendosi fino a Prato; il venerdì mattina a dì 2 d’agosto di quindi si tornarono a Firenze. I Fiorentini per onorare il capitano li mandarono incontro alla porta due grandi destrieri coverti di scarlatto, e un ricco palio d’oro levato in asti con grandi drappelloni pendenti alla reale, sotto il quale vollono ch’egli entrasse nella terra a guida di cavalieri, e gentili uomini e popolari, ma il valente capitano prese e accettò cortesemente con savie parole i cavalli, ch’erano doni cavallereschi, e ricusò di venire sotto il palio; e fulli a maggiore onore riputato. E per rendere al comune l’insegne, con la gente ordinata come l’avea a campo tenuta, nella prima frontiera mise i balestrieri e gente a piè, e appresso la camera del comune, poi gli Ungheri, appresso i cavalieri, e in fine mise il palio innanzi per onore del comune alla sua persona, e senza niuna pompa in mezzo del conte di Nola e del figliuolo di messer Bernabò, e’ venne per la città al palagio de’ signori priori, e ivi con grande allegrezza rassegnò il bastone e l’insegne a’ signori priori, le quali accomandate gli aveano, e da indi a pochi giorni fatto a grande numero di cittadini un nobile e solenne convito se ne tornò in Romagna.
CAP. XLIII. Della morte e sepoltura di messer Biordo degli Ubertini.
Messer Biordo degli Ubertini fu cavaliere gentilesco e di bella maniera, costumato e d’onesta vita, savio e pro’ della persona, e ornato d’ogni virtù, e per tanto in singolare grazia dell’imperadore, e molto amato dal legato di Spagna e da molti altri signori. Costui e’ suoi consorti in questi tempi forte s’inimicavano co’ Tarlati d’Arezzo, e molto erano da loro soperchiati; onde egli avendo provato che ’l caldo e il favore de’ detti signori era troppo di lontano di passaggio e di poco profitto, sopra tutto desiderava d’essere confidente e servidore del comune di Firenze, la cui amicizia vedea ch’era stabile e diritta, e che gratificava il servigio; perchè, come addietro dicemmo, per essere egli e’ suoi in bando e ribelli del comune di Firenze, offerse il servigio di sè e de’ suoi contro la compagnia, e accettato venne nell’oste, dove per mostrare quello ch’egli era s’affaticò sopra modo, che da tutti fu ricevuto da grande sentimento in opera d’arme, tornato col capitano a Firenze, subito cadde in malattia. Il comune avendo prima avuto a grado sua liberalità, e appresso l’opere sue, di presente lo ribandirono co’ consorti suoi, e per mostrare verso lui tenerezza, con molti medici alle spese del comune lo feciono medicare; ma come a Dio piacque, potendo più l’infermità che le medicine, la mattina a dì 16 d’agosto divotamente rendè l’anima a Dio. Il corpo si serbò sino nel dì seguente, per attendere il vescovo d’Arezzo suo consorto e gli altri di casa sua; ed essendo venuti, per lo comune furono fatte l’esequie della sua sepoltura riccamente, e alla chiesa de’ frati minori ove si ripose, che tutte le cappelle, e ’l coro, e sopra una gran capanna fu fornita di cera e con molti doppieri, e sopra la bara un drappo a oro con drappelloni pendenti coll’arme del popolo e del comune, e di parte guelfa e degli Ubertini, e con vaio di sopra con sei cavalli a bandiere di sue armi, e uno pennone di quello del popolo e uno di parte guelfa, con molti fanti e donzelli vestiti a nero. Fu cosa notabile e bella in segno di gratitudine del nostro comune, il quale volentieri onora chi onora lui, dimettendo le vecchie ingiurie per lo nuovo bene, e non avendo a parte rispetto, ma alle operazioni fedeli e devote. Alle dette esequie fu il detto vescovo, e ’l Farinata e tutti gli altri consorti vestiti a nero, e’ signori priori, e’ collegi, e’ capitani della parte, e gli altri rettori e uficiali del comune, e tutti i cherici e buoni cittadini, e ’l chericato tutto e’ religiosi di Firenze. Morì in casa i Portinari; e la bara si pose in sul crocicchio di Porta san Piero dalla loggia de’ Pazzi, dove posta la mattina, tanto vi stette, che ’l vescovo venne: e intorno alla bara erano fanti vestiti di nero, e cavalli e bandiere, l’uno appresso l’altro, parte per la via, che viene al palagio della podestà, e parte per quella che va a santa Reparata; fu cosa ricca e piatosa, e tutto il popolo piccoli e grandi trassono a vedere. Abbianne fatta più lunga scrittura che non si richiede, perchè ne parea fallire, se onorandolo tanto il nostro comune noi non l’avessimo con la penna onorato, e perchè pensiamo, che sia esempio a molti a tramettersi a ben fare, veggendo essere il bene operare premiato a coloro che ’l meritano.