CAP. LIX. Come fu morto il signore di Verona dal fratello.

Messer Cane della gesta di quelli della Scala signori di Verona, per morbidezze di nuova fortuna era divenuto dissoluto e crudele, e per tanto in odio de’ suoi cittadini grande, senza amore de’ suoi cortigiani, eziandio de’ suoi consorti e parenti; essendo per andare in questi tempi nella Magna a’ marchesi di Brandimborgo, ch’erano suoi cognati, e avendo i suoi fratelli carnali, messer Cane Signore e Polo Albuino, secondo il testamento di messer Mastino erano con lui consorti nella signoria, e non prendendo di niuno di loro confidanza, ma piuttosto sospetto, segretamente fè giurare i soldati nelle mani d’un suo figliuolo bastardo. Come questo sentirono i fratelli forte l’ebbono a male, e presonne sdegno: messer Cane Signore ne fece parlare dicendo al gran Cane, che tanta sconfidanza non dovea mostrare ne’ fratelli: le parole, quanto che assai fossono amorevoli, furono gravi e sospettose al tiranno, e con parole di minacce spaventò e impaurì il fratello, tutto che per avventura non fosse nell’animo suo quanto le minacce dicevano. Il giovane pensò che assai era lieve al fratello a fare quanto dicea in parole, perchè conoscea che molta crudeltà regnava nell’animo suo, e che per tanto poco al signore arebbe riguardato; onde un sabato, a dì 14 di dicembre detto anno, essendo cavalcato Gran Cane per la terra con piccola compagnia, e Cane Signore accompagnato di due scudieri di cui tutto si confidava se n’andò alla stalla del signore, e tolse tre corsieri i più eletti e i migliori vi trovò, e montativi tutti e tre a cavallo, con l’armi celate si mosse per la terra a piccoli passi cercando del gran Cane, e come lo scontrarono, il gran Cane disse al fratello, ch’e’ non facea bene a cavalcare i suoi corsieri, e Cane Signore rispose; Voi fate bene sì che voi non volete ch’io cavalchi niuno buono cavallo: e tratto fuori uno stocco ch’avea a lato accortamente gli si ficcò addosso, e con esso il passò dall’un lato all’altro, e menatoli un altro colpo in sul capo l’abbattè del cavallo, e per tema di non essere sorpreso prese la fuga, avacciando in forma il cammino che in Padova giunse la sera; ed essendo come da parte del signore ricevuto, li manifestò quello ch’avea fatto al fratello, e le ragioni che mosso l’aveano: il signore mostrò per la spiacevolezza del caso ne’ sembianti doglienza, senza assolvere il fatto o condannare, confortato il giovane che a lui era fuggito, con speranza che la cosa che proceduta era da sdegno arebbe buono fine. In questa miserabile fortuna di tanto signore non si trovò chi traesse ferro fuori, nè chi perseguitasse il fratello, e quelli ch’erano con lui, tremando di sè ciascuno, per immaginazione che sì alta cosa essere non potesse senza ordine, si fuggirono di presente, e lasciarono in terra il loro signore a morte fedito.

CAP. LX. Come Cane Signore fu fatto signore di Verona.

Sentito che fu per Verona il caso sinistro di loro signore, non si trovò nella terra persona che si levasse di cuore, tanto era odiato e mal voluto; e dopo alquanto spazio di tempo fu ricolto di terra senza avere conoscimento niuno, e spiritò poco, sicchè appena levato del luogo passò, e lasciò la tirannia e la vita. L’esequie per l’onore del titolo che tenea, e della casa, li furono fatte magnifiche, e più liete in vista che dolorose; perocchè riso e pianto, e l’altre forti passioni dell’animo coll’altro contrario male si possono coprire. Il popolo vile, e costumato in servaggio, trovandosi in sua libertà, perocchè non v’era capo di signoria, se non per Polo Albuino ch’era un piccolo garzone senza consiglio e senza gente d’arme, perocch’erano tutti in servigio di messer Bernabò nell’oste a Bologna, nè altro caldo o favore, non seppono usare la libertà e la franchigia che loro avea non pensatamente renduto fortuna. Radunati insieme i fratelli di Gran Cane, nel parlamento in segno di signoria diedono la bacchetta a Polo Albuino ricevendo per sè e per lo fratello, e di presente crearono ambasciadori, e mandaronli a Padova a Cane Signore, invitandolo che venisse a prendere la cura della sua città di Verona; il quale accompagnato da dugento cavalieri del signore di Padova si partì, e giunto in Verona, con grande letizia e onore fu ricevuto, facendolisi incontro alla porta il fratello, e ivi li diede la bacchetta, e lo rinvestì della signoria che avea ricevuta per lui; e così per dimostranza di fede rimasono amendue nella signoria ch’avea ricevuta per lui, e la città si posò senza novità niuna in buona pace.

CAP. LXI. Come fu presa Bibbiena pe’ Fiorentini.

Essendo stato l’assedio a Bibbiena per spazio di due mesi e dodici dì, nel quale messer Leale e Marco, essendo senza triegue colle battaglie continue e con trabocchi che mai non ristavano in aperto e di fuori combattuti, e in occulto colle cave, e coll’animo grande e colla sollecitudine sofferivano tutto senza riposo, e con consiglio poneano a ogni cosa riparo; e indurati negli affanni e ne’ pericoli non si dichinavano a nulla, ma con fronte dura e pertinacia più si mostravano fieri che mai. I terrazzani per la disordinata fatica, e perchè vedeano guastare i beni loro dentro e di fuori, desideravano l’accordo, e vedendo che la cosa a lungo andare convenia che venisse a quello che volea il comune di Firenze, e pareva a loro che quanto più si stentava venire in maggiore indegnazione de’ Fiorentini, e maggiore distruggimento e consumazione di loro e di loro cose; e pertanto alcuna volta pregarono i Tarlati che prendessono partito a buon’ora, ed ebbono da loro spiacevole e mala risposta. Onde seguì, che diciotto di loro segretamente si giurarono insieme, de’ quali si fece capo uno maestro Acciaio, uomo secondo suo grado intendente e coraggioso, i quali senza indugio o perdimento di tempo s’intesono con alcuni de’ terrazzani di Bibbiena, cui i Tarlati aveano per sospetto cacciati fuori e riduciensi nell’oste de’ Fiorentini, con offerire loro, che dove potessono avere sicurtà e fermezza che la terra non fosse rubata, che a loro dava il cuore di farla venire assai prestamente alle mani del comune di Firenze. E ciò avendo gli usciti sentito, se ne ristrinsono con Farinata degli Ubertini, il quale con loro entrò in ragionamento con due cittadini di quello uficio della guerra i quali erano nel campo, e li domandarono che fede, che sicurtà, e che patti voleano; e fu loro detto da’ cittadini. E ciò udito, lo conferirono a bocca a’ signori e a’ collegi, e da loro ebbono piena balía di potere prendere piena concordia, di promettere e sicurare come a loro paresse a beneficio e contentamento de’ terrazzani, salvando l’onore del comune; e tornati nel campo, feciono a quelli d’entro sentire che aveano mandato di convenirsi con loro. I congiurati per alquanti giorni attesono il tempo che a loro toccava la guardia in certa parte delle mura, e venuto, con una fune collarono un fante, e mandaronlo al Farinata, il quale fu co’ detti cittadini con cui conduceva il detto trattato, e di presente furono al capitano, e li manifestarono il fatto com’era. Il capitano, per coprire col senno suo segreto, diede a intendere che avea sentito che la notte certa gente dovea entrare in Bibbiena, e che volea porre aguato a quel luogo, per lo quale avea sentore che doveano entrare, ed elesse sotto il detto nome quattrocento fanti de’ migliori e de’ più gagliardi ch’erano nell’oste, e ottanta uomini di cavallo a piè armati di tutte loro armi, e seco volle il Farinata con tutti gli usciti di Bibbiena, i quali con altri loro confidenti furono ottanta fanti; e avendo il capitano fatto provvedere delle scale, e ricevuto da quelli d’entro l’avviso dove le dovesse accostare, il dì della pasqua dell’Epifania, a dì 6 di gennaio 1359, in sulla mezza notte quetamente s’accostarono alle mura, e avendo avuto avviso di fuori da maestro Acciaio e da’ suoi congiurati ch’erano in sulle mura alla guardia di quel luogo, ve ne rizzarono cinque, e Farinata di prima co’ suoi, e appresso il capitano montarono in sulle mura, e discesono nella terra alla condotta de’ congiurati, non trovando chi gli impedisse. Mentre si faceano queste cose, uno masnadiere nominato, assai confidente di Marco, che andava cercando le mura, quando giunse in quella parte, ricevuto il nome da’ terrazzani e datoli la via, come fu in mezzo di loro fedito il traboccarono delle mura dentro; e ciò fatto, il romore si levò nella terra, al quale si destò tutta l’oste, che non sapeano che si fosse, e accostati alla terra quelli ch’erano entrati, levate l’insegne del comune di Firenze s’avvisarono insieme, attendendo che gli eletti per lo capitano di quelli che dicemmo di sopra fossono tutti dentro. Marco, ch’era nella rocca con la sua brigata più fiorita, uscì fuori francamente, e percosse a quelli ch’erano entrati, ma da loro ricevuto senza paura con le spade villanamente fu ributtato; nel quale assalto il Farinata, ch’era di quelli dinanzi, fu fedito d’una lancia nell’arcale del petto sì gravemente, che gli fu necessità ritirarsi indietro, della quale fedita assai ne stette in pericolo di morte. Il capitano scendendo nell’entrata delle scale cadde, e sconciossi il piede in forma che non potè stare in su’ piedi, sicchè amendue i capitani in sull’entrata in quella notte furono impediti. I terrazzani che da’ nostri cittadini aveano ricevuta la fede, che non riceverebbono nè danno nè ingiuria, sfatavano nelle loro case senza offendere i Fiorentini, e alquanti di loro intimi amici di Marco e suoi servidori per tema si fuggirono nella rocca; e stando la terra in questi termini, da quelli d’entro a quelli di fuori fu l’una delle porti tagliata, sicchè la gente in fiotto entrò dentro, e furono signori della terra. I due Fiorentini, che in nome del comune aveano promesso che nè violenza nè ruberia non si farebbe, in quella notte s’adoperarono sollecitamente in forma e in modo che niuna ingiuria, o ruberia o danno nella terra si fece eziandio in parole. I terrazzani uomini e donne assicurati offeriano pane e vino, e altre cose abbondantemente, così a quelli ch’erano entrati come a quelli ch’entravano. Come a Dio piacque, e fu mirabile cosa, la terra si vinse senza spargimento di sangue, e senza ruberia o ingiuria o violenza niuna o piccola o grande, che a raccontare è cosa incredibile e vera.

CAP. LXII. Come la rocca di Bibbiena s’arrendè al comune di Firenze.

Vedendo Marco che la terra era presa, e ch’egli era con gente assai nella rocca e con poca vittuaglia, perocchè per tema delle cave l’avea sfornita, cercò di potersi patteggiare salvando le persone, ma non ebbe luogo, e dibattutosi sopra ciò per molte riprese, infine impetrò, che la sua donna ch’era figliuola del prefetto da Vico, la quale era gravida, con un suo piccolo fanciullo con tutti gli arnesi di lei se ne potesse andare, e che i terrazzani e alcuni sbanditi del comune di Firenze fossono salvi; e quanto s’appartenne agli sbanditi, non fu senza ombra d’infamia a’ nostri cittadini che si trovarono a questo servigio. Marco e Lodovico suo fratello, e messer Leale loro zio, Francesco della Faggiuola e altri masnadieri in numero di quaranta rimasono prigioni, tutto che poi appresso il detto Francesco ch’era garzone e infermo fosse lasciato, e a dì 7 di gennaio del detto anno renderono la rocca, e a dì 12 del detto mese vennono presi a Firenze i detti Tarlati, e furono messi spartitamente l’uno dall’altro nelle prigioni del comune di Firenze.

CAP. LXIII. Di novità state in Spagna.

Carlo fratello naturale dello scellerato re di Spagna, e da lui cacciato, si riducea col re d’Araona, conoscendo che la forza e bestiale vita del fratello nel reame per paura lo facea temere e odiare; e per tanto stimando che li fosse assai leggiere a fare movimento nel reame eziandio con piccola gente, avuto dal re ottocento cavalieri si mise in certa parte della Spagna, e correndo il paese ricolse gran preda. Il re com’ebbe del fatto sentore, sapendo il luogo dov’erano, e che loro era necessario volendo tornare in loro paese passare per un certo luogo malagevole e stretto, subito mandò duemila cavalieri ad occupare quel passo. Sentendo Carlo e’ Catalani che ’l passo ond’era la loro ritornata era preso, e la gente che v’era, volgendo la tema in disperazione, si deliberarono di mettersi alla fortuna della battaglia, che altro rimedio non v’era. Il valente giovane Carlo col volto fiero, come fosse certo della vittoria confortando i Catalani, e inanimandoli a ben fare, mostrava che tra la gente che gli attendea de’ nemici erano pochi buoni uomini, e che gli altri erano gente vile e dispettosa, e male armata e novizza, e dell’onore del re per sua crudeltà poco desiderosa, aggiugnendo, che se voleano a loro donne e famiglie tornare, necessità era loro fare la via con le spade in mano, e che certo si rendea, conoscendo la virtù loro, che arebbono la via onoratamente. I Catalani vedendo l’animo ardito e sicuro dei giovane presono speranza di vittoria, e si misono alla battaglia, la quale fu fiera, e aspra e dura lungo tempo, ma i Catalani, come la necessità strignea, raddoppiate le forze e l’ardire, diportandosi valentemente, ruppono e sbarattarono gli Spagnuoli, e oltre a’ morti e a’ magagnati ne furono presi più di trecento cavalieri, e con la preda e con la vittuaglia non pensata si tornarono in Araona.