CAP. LXIV. Come i Pistoiesi ripresono il castello della Sambuca.
Durando la guerra dal signore di Milano a quello di Bologna, e tenendo quello di Bologna il castello della Sambuca, ch’era del contado di Pistoia, ed era la chiave di dare l’entrata e l’uscita per li paesi così all’offesa come alla difesa, veggendo i Pistoiesi che il signore di Bologna era forte impedito della detta guerra, e che messer Bernabò sormontava, presono tempo, e consiglio e favore, e il vescovo loro, il quale era Fiorentino, nella Sambuca trattò, e seppe tanto trattare e ordinare, che l’una delle guardie che guardava la torre della rocca uccise il capitano; e fermato l’uscio per modo che di sotto non poteano essere offesi, salì nella vetta, e colle pietre cominciò a combattere col castellano dal lato d’entro, e’ terrazzani, com’era ordinato, cominciarono a combattere di fuori; sicchè non potendo stare alla difesa, che non lasciava, quei della torre vi cavalcarono. Il castellano, ch’era Lombardo, stordito per lo tradimento e per lo subito assalto, s’arrendè, salve le persone e l’avere, e all’uscita di gennaio del detto anno, e la terra rimase liberamente nelle mani de’ Pistolesi. Di questa cosa i Fiorentini furono molto contenti, sperando al bisogno potere avere la guardia di quello luogo a sua difesa.
CAP. LXV. Come messer Bernabò strignea Bologna.
L’oste di messer Bernabò in questi tempi continovamente cresceva, la quale avea fermato suo campo a Casalecchio, e il capitano del luogo faceva cavalcare le brigate or qua or là, rompendo le strade, e facendo assai danno a’ paesani. Gli Ubaldini ad arte si mostravano divisi, e parte ne teneano con messer Bernabò, e parte con messer Giovanni, il perchè le strade e l’alpi non si poteano usare. Il legato, che come il nibbio aspettava la preda, per trarre a sè l’animo di messer Giovanni, cui vedea dovere poco durare, l’aiutava con tutta la sua forza, mettendo al continovo in Bologna gente e vittuaglia. Messer Bernabò di ciò forte turbato, gli scrisse, che non faceva bene a impedirlo che non tornasse in casa sua, minacciandolo, che se non se ne rimanesse li farebbe novità nella Romagna e nella Marca. Per queste minacce il legato più si sforzava ad atare messer Giovanni, il quale vedendosi male parato e poco atto alla difesa, durando la guerra guari di tempo, per più riprese mandava a Milano suoi ambasciadori per levare messer Bernabò dall’impresa, e nondimeno ricercava se potesse muovere i Fiorentini in suo aiuto; e non trovandovi modo, cominciò a trattare collegato il ragionamento: il quale dava gli orecchi a volere fare l’impresa, la quale nella fine venne fornita, come a suo tempo diremo. Ma in questi dì, la cosa tanto dubbiosa e avviluppata, che non si vedea dove la cosa ragionevolemente potesse passare, la guerra rinforzava a giornate. Il capitano di messer Bernabò per più strignere la terra e da lungi e da presso ponea bastie, e all’uscita di febbraio ebbe Castiglione per trattato, ch’è un forte castello posto tra Modena e Bologna. Il signore di Bologna, ch’era uomo al suo tempo riputato, astuto e di buona testa, e per molti anni pratico delle battaglie del mondo, bene conosceva che impossibile era sua difesa contro la forza di messer Bernabò, non avendo altro aiuto, e però sagacissimamente si sostenea, traendo delle castella quelli terrazzani che gli erano sospetti, e bene li conoscea, e in Bologna sotto solenne guardia tenea molti cittadini di cui non prendea confidanza; e del continovo pensava, come con suo vantaggio e onore potesse dare ad altrui i pensieri della guerra, e uscire di tante persecuzioni in luogo dove potesse il resto de’ suoi giorni in pace vivere.
CAP. LXVI. Come gli Aretini riebbono il castello della Pieve a santo Stefano.
Il castello della Pieve a santo Stefano lungo tempo era stato nelle mani de’ Tarlati; e’ terrazzani sentendo che Bibbiena era presa pe’ Fiorentini, temendo de’ mali che verisimilemente potevan loro avvenire, cercarono di volersi acconciare con li Aretini con volontà di quelli da Pietramala. Nella terra era uno figliuolo di messer Piero Sacconi male in concio a potere resistere al loro volere, e però venendo eglino a lui, loro consentì ciò che seppono divisare; e di presente fece il fatto a’ suoi consorti sentire, e ad altri amici caporali di loro stato, i quali senza indugio copertamente mandarono fanti al castello, e uno di loro con pochi compagni disarmati, come se andassono a sollazzo, entrò dentro con loro, e come si sentirono forti dentro mutarono sermone, e coloro che si voleano accordare, e tutti quelli che si faceano a ciò capo mandarono per stadichi ad altre loro tenute, e di gente forestiera fornirono la guardia della terra, il perchè la cosa, per allora si rimase. Ma i villani della terra loro intenzione, senza mostrare segno di fuori, serbarono nel petto, e a dì 8 di febbraio detto anno, non prendendone guardia i Tarlati che aveano la cosa per cheta, i terrazzani preso loro tempo tutti si levarono a romore, e presi i caporali de’ loro signori e de’ soldati, tenendoli tanto che riebbono li stadichi loro, e liberaronsi della tirannia, racconciandosi col comune d’Arezzo, e tornando allo stato e costume antico di loro contadini, con certe immanità che domandarono, e loro furono concedute. Questo fu alla casa de’ Tarlati, dopo la perdita di Bibbiena, grande abbassamento di loro stato e signoria.
CAP. LXVII. Come il re d’Inghilterra si pose a oste alla città di Rems.
Il gennaio 1359 il re d’Inghilterra pose campo vicino alla città di Rems, usando cautela di non fare loro guasto di fuori, e per più fiate con belli modi cercò con impromesse di magnificare e d’esaltare quella villa sopra tutte quelle di Francia, che gli fosse prestato l’assento che in quella città potesse prendere la corona di Francia, promettendo a tutti di trattarli benignamente; ma poichè vide che non era udito, stimando che facessono ciò per vergogna d’arrendersi senza dominaggio, li cominciò a minacciare di lungo assedio e disolazione della terra se non facessono quello che domandava; ma lusinghe nè minacce approdarono niente, perocchè fu di comune assentimento risposto loro, che aveano loro diritto re, a cui intendeano mentre che durasse loro spirito in corpo stare leali, diritti e fedeli, e che facesse suo podere contro a loro che alla difesa intenderebbono a loro podere. Avendo il re d’Inghilterra dalla comune di Rems questa finale risposta, diede boce, che forniti quaranta dì d’assedio, di fuori in campo prenderebbe la corona; ma non succedendo le cose a suo proponimento, convenne che prendesse per lo migliore altro consiglio. E ciò avvenne, perchè la stagione era forte contraria a tenere suo esercito insieme o a sicurtà, e dividere non lo potea; onde per fare maggiori danni per lo reame, e per stendersi con meno gravezza nel verno, prese e ordinò la sua cavalleria come appresso racconteremo.
CAP. LXVIII. Discordia del conte di Focì a quello d’Armignacca.
Vedendo il re, come poco davanti dicemmo, che il suo stallo a Rems era pericoloso e con poco profitto, all’entrare di febbraio divise suo oste, e una parte ne fece cavalcare per lo paese, la quale non trovando contrario s’arrestò a san Dionigi ch’è presso a Parigi a due leghe: e questa mandata secondo l’opinione di molti fu di consiglio del re di Navarra e con suo favore, sotto la scusa dello sdegno preso per lui per lo Delfino di sospetto de’ mali ch’e’ facea. Il Delfino, col consiglio di certi baroni fidati e fedeli alla corona, intendea a fornire le rocche e le terre, e a fare sollecita e buona guardia in ogni luogo, e lasciava correre e cavalcare il paese alla volontà degl’Inghilesi. E stando in queste tenebre il reame di Francia, e non senza pericolo, era per invidia grave discordia cresciuta intra il conte di Focì e quello d’Armignacca, il quale solea essere assai di minore possa che quello di Focì, molto era cresciuto in tanto ch’avanzava assai quello di Focì; e la cagione di ciò era stato, perocchè per spazio di cinque anni quello d’Armignacca avea tenuto il vicariato del paese per lo Delfino, onde avea tratto grande tesoro; e per questo vizio d’invidia, il quale nelle corti de’ signori signoreggia, il conte di Focì, veggendo il reame in tanto pericolo, con segreto favore del re d’Inghilterra, secondo che per fama si disse, raunò gente d’arme a cavallo e cavalcò per lo paese, ed entrando nelle ville e nelle castella come barone fidato alla corona, e con questo modo mandò fino a Tolosa, dicea che volea altri cinque anni la vicheria del paese come avea avuto quello d’Armignacca, che domandando colta per guardare il paese, non senza tema di ribellione e per molto arbitrio s’appropriò senza l’assentimento dei Delfino; i paesani si portavano saviamente per non dare loro in parte a’ loro avversari, onde s’acquetò la nuova e paurosa fortuna, non che guerra non rimanesse tra’ due conti.