CAP. LXIX. Quello feciono gli osti del re d’Inghilterra in Francia.

Un’altra parte dell’oste del re d’Inghilterra, essendo il verno nel suo più grave tempo e ridotto alle piove, sotto la condotta del duca di Guales, ch’era il primogenito del re d’Inghilterra, e del duca di Lancastro, che al detto re era cugino, si mise a passare in Brettagna per luoghi stretti e guazzosi, e per li freddi spiacevoli e rei; a quel tempo alla gloria degl’Inghilesi non era malagevole nulla, i quali faceano a loro senno e a loro voglia del reame di Francia quale aveano in piega, e così stimavano fare di Borgogna, dove solea essere il pregio e l’onore di gente d’arme, e così ferono, perocchè passarono per luoghi stretti e malagevoli senza contasto; e giunti nel paese, lo trovarono pieno di molto bene, onde molto s’adagiarono al vernare. Il duca di Borgogna era un giovinetto, ed egli e’ suoi baroni erano malcontenti del re di Francia, perchè avea la duchessa madre del detto duca tolta per moglie, e per la sua dote assai avea preso tutte giurisdizioni del paese; la quale cosa fu cagione di non prendere quella franca difesa contro agl’Inghilesi che si potea pigliare. Gl’Inghilesi per questo rispetto temperatamente si portarono co’ paesani, non prendendo più che a loro fosse mestiero; e perchè il paese era dovizioso, e i passi nella forza degl’Inghilesi, poco appresso del mese di marzo seguente, il re lasciate fornite in Normandia e in Pittieri e in Berrì certe castella afforzate che aveano acquistate, cavalcando liberamente il paese, col rimanente di sua oste se n’andò a Celona in Borgogna, e di là mandò al papa suoi messaggi domandando suo ricetto a Avignone; della qual cosa il papa e’ cardinali, e tutta la corte ne fu in gelosia e in paura. Il papa gli mandò per la detta cagione due vescovi, li quali il pregarono e comandarono che non volesse per sua venuta turbare la Chiesa di Roma, e il re di ciò l’ubbidì; nondimeno con ogni studio facea il papa afforzare la città d’Avignone.

CAP. LXX. Come più castella si rubellarono a’ Tarlati.

Come per esperienza vedemo, e gli uomini e gli animali senza ragione per natura sono vaghi di libertà, e l’appetiscono come loro proprio bene; gli uccelletti in gabbia vezzosamente nudriti si rallegrano vedendo le selve, e se possono fuggire de’ luoghi dove sono incarcerati ritornano a’ boschi; gli uomini che sono stati in lungo servaggio avvezzi al giogo della tirannia, se sono continovi, e veggiono il tempo di ricoverare loro libertà, con tutti i sentimenti del corpo si studiano a ciò pervenire. E di ciò in questi dì ne vedemmo la prova ne’ suggetti de’ Tarlati, perocchè a dì 13 di febbraio 1359 la Serra si diede al comune di Firenze; la quale fortezza il nome concordia al fatto, perocchè serra il passo della montagna che è dal comune di Bibbiena in Romagna: e il detto dì Montecchio s’arrendè agli Aretini. Quelli della valle di Chiusi avendo mandato per gente al podestà di Bibbiena, e non potendola avere, se prima non ne facesse coscienza al comune di Firenze, e a loro troppo tardava, l’ebbono dagli Aretini, e rubellaronsi da’ Tarlati. Guido fratello di Marco si tenne alla rocca, ch’era fortissima, e da non potersi mai vincere per forza, onde per gli Aretini fu cinta d’assedio in forma che poco potea sperare in soccorso di fuori. E per questa simigliante fortuna aveano considerato che i tiranni murano a secco, che bene che loro mura per altezza passino il cielo, come n’è tratta una pietra di sotto di quelle in su che è carica, l’altre senza niuno ritegno rovinano; il perchè se cotali che usurpano il dominio avessono buon sentimento, non piglierebbono fidanza delle maravigliose fortezze, ma de’ cuori de’ suggetti loro, trattandoli bene.

CAP. LXXI. Di un trattato di Bologna scoperto.

Non meno ne’ trattati che nella forza dell’arme si riposa e rivolge l’intenzione de’ tiranni; non meno acquistano con tradimento, e con corrompitori di baratteria che colle battaglie. E considerato le grandi, e le lunghe, e disordinate spese delle guerre, per meno spesa sono larghissimi ne’ trattati. Questa regola si scoperse in questi di ne’ caporali di messer Bernabò, i quali teneano trattati con certi soldati ch’erano in Bologna, i quali promisono, che approssimandosi l’oste a Bologna darebbono una porta. Per la detta cagione all’uscita di gennaio del detto anno il campo si mosse, e approssimossi alla terra; ma scoperto il trattato, e presi i traditori, e fattone degna giustizia, l’oste si ritrasse indietro, perchè stando dov’erano venuti stavano in disagio è in pericolo, e tornaronsi a casa al luogo dov’era la loro bastita maggiore.

CAP. LXXII. Come le sette di Cicilia si divoravano insieme.

La parte del re Luigi in Cicilia, sì de’ Messinesi, come de’ Palermitani, in questo tempo era dal giovane duca di Cicilia e da’ suoi Catalani sopra modo tribolata e astretta, che ’l re Luigi altro che con parole non aiutava i suoi partigiani, il quale era cresciuto al duca il seguito suo, e di continovo cavalcavano sulle porte di Palermo e di Messina, e loro tenute e fortezze e con assedio e trattati toglieano; onde non potendo resistere alle continove e gravi oppressioni, da capo con grande istanza richiesono il re d’aiuto, significando loro stato e bisogno. Il re mandò a’ Fiorentini per trecento cavalieri che gli erano stati per tre mesi promessi. Il comune per fare più presto il servigio li mandò settemila fiorini d’oro, avendo sopra questo risposto, che avendo altra volta mandata gente, era stata soprattenuta i detti danari, perchè tanto montava il soldo di trecento cavalieri per tre mesi, acciocchè ’l re li conducesse a suo modo, e quando n’avesse bisogno. I danari presono luogo in altri servigi, e il soccorso de’ Ciciliani per quella volta furono lettere confortatorie, dando loro speranza per animarli alla sofferenza, aspettando se si cambiasse fortuna. Il di che di questo seguette, che i Catalani presono maggiore cuore, e condussono gli amici del re a grande stretta, e con grandi pericoli e partiti, come si potrà al suo tempo provare.

CAP. LXXIII. Come la Chiesa deliberò l’impresa di Bologna.

Egli è vero, che come già detto avemo, messer Giovanni da Oleggio non veggendo sufficiente sua possa a resistere a messer Bernabò, nè speranza di soccorso bastevole, cercato e ricercato avea se con lui potesse avere convegna o pace fidata, e non di manco, come sagace e astuto, cercava col legato di rendere Bologna alla Chiesa con suo vantaggio e profitto. Il legato, ch’era d’animo grande, e desideroso di torre quell’impresa per crescere suo onore e nome, non si attentava, perchè non si vedea sufficiente a sostenere tanto fatto, e cominciare non volea senza l’assento del papa e de’ cardinali, per non avere riprensione nè vergogna. E avendo per questa cagione e con lettere e ambasciadori sollicitato il papa, mostrandogli quelle buone ragioni ch’erano a sua intenzione conformi, del mese di febbraio del detto anno, ebbe per diliberazione del santo padre e de’ suoi cardinali, che nel nome di Dio facesse l’impresa, tutto che in questo tempo messer Bernabò con grande spendìo cercasse con danari con suoi protettori in corte che ci ò non si facesse; e tanta fu la forza de’ danari e de’ doni, che ora sì ora no si dicea, con poco onore della Chiesa di Roma. Nè a questo contento il tiranno, sua oste cresceva premendo d’imposte e di colte tutti i cherici ch’erano di terre a lui sottoposte; e credendo con parole altiere spaventare il legato ch’era uomo senza paura, forte lo minacciava. E così la città di Bologna era di fuori tribolata, e dentro stava in gelosia, e prima non sapendo a cui fosse venduta, e sapendo che di lei si facea tenere mercato, e non osava parlare; queste miserie si giugneano in loro gravi danni e le fatiche corporali. Queste pene, se da’ cittadini erano pazientemente portate, meritavano sollevamento, ma non era ancora il tempo che Iddio avea diliberato per fine delle fatiche loro.