CAP. LXXIV. Come messer Giovanni da Oleggio fermò suo accordo con il legato di Bologna.

Il legato poich’ebbe a suo proponimento l’assento di corte di Roma, d’onde a tempo sperava favore, ritenendo singulare amicizia con messer Giovanni da Oleggio, e gareggiandolo molto per avere da lui quello che cercava, riprese con lui ragionamento e trattato con animo di contentarlo, purchè Bologna venisse alle sue mani, e perchè non dava del suo era largo per promesse. La cosa era venuta in termine, che poco dibattito di lievi cose fra loro aveano. Messer Giovanni stava sospeso, perchè non li parea ben fare rimanendo nemico di messer Bernabò e della casa de’ Visconti, della quale era per gesta. E stando in questo intra due, sentendo messer Bernabò che la convegna era per prendere tosto conclusione, e temendo forte che ciò non venisse fatto, mandò a messer Giovanni certi de’ Bonzoni da Crema, che gli erano cognati, e a loro commise che con ogn’istanza cercassono che Bologna non tornasse nelle mani della Chiesa, e che offerissono al loro cognato ogni patto e sicurtà ch’e’ volesse. Costoro col detto mandato di presente furono a Bologna, e trovarono come la concordia era in alto da potersi e doversi fornire con messer Giovanni; onde si strinsono con lui, e dissonli quanto aveano da loro signore, e lo confortarono con belle e indottive ragioni ch’e’ non volesse rimanere nimico del signore suo e in contumacia de’ suoi consorti, e di tanta possanza e grandezza, che potea con suo onore e vantaggio rimanere in buona pace con loro. Messer Giovanni rispose, ch’e’ volea fare certo e sicuro messer Bernabò che dopo sua morte Bologna gli verrebbe alle mani, mentre ch’e’ vivea la volea tenere per lui, e titolarsene suo vicario, e che volea fidanza che ciò li fosse osservato; e dove a questo messer Bernabò venisse realmente e facesse, disse d’abbandonare ogni altro trattato, affermando che sopra tutte le cose desiderava d’essere in grazia de’ suoi maggiori, e a loro ubbidiente e fedele. I cognati vollono la fede da lui, ed egli la diede loro, dicendo, ch’e’ non potea guari aspettare, e che la risposta prestamente volea; e con questo voltarsi indietro, e tornarsi a messer Bernabò, il quale avea sentito che l’accordo era fatto, e che il prendere stava a messer Giovanni; di che avendo da costoro chiara certezza in consiglio disse, ch’era contento di fare quanto messer Giovanni avea domandato, e che così per sua parte fermassono con lui. I giovani poco sperti e poco accorti, non considerando il pondo del fatto, e quanto il caso portava o potea portare, rendendo la cosa per fatta, con matta baldanza, quasi se non dovesse nè potesse fallare nè uscire di loro mani, lieti e allegri, perchè pareva loro fare gran fatti, presono alquanto soggiorno, aspettando il tempo carissimo e pericoloso in vani diletti, nelle quali cose spesono tre giorni oltre all’aspetto che messer Giovanni attendea; il perchè ne seguì, che essendo in prima messer Giovanni in sospetto della fede di messer Bernabò, il sospetto gli crebbe, e la tema di non essere tenuto a parole a mal fine, e senza più attendere prese partito, e fermò l’accordo col legato, come nel seguente capitolo diviseremo. Fornito il fatto, i giovani che gli erano cognati li vennono il giorno seguente, e trovarono la pietra posta in calcina, sicchè il pieno mandato ch’aveano da messer Bernabò tornò in fumo. Per questo fallo seguette, che i giovani a furore e tutte le loro famiglie furono disperse, e i loro beni guasti e incorporati alla camera del signore come di suoi traditori, e ne rimasono in bando delle persone.

CAP. LXXV. Patti da messer Giovanni da Oleggio alla Chiesa, e la tenuta di Bologna.

Per lo sospetto cresciuto a messer Giovanni di messer Bernabò, come poco avanti dicemmo, prese l’accordo, e concedette alla Chiesa Bologna con queste convegne: che il legato pagasse interamente i provvisionati e’ soldati di ciò che dovessono avere infino al dì ch’e’ rassegnasse Bologna, e che in cambio di Bologna avesse a sua vita liberamente la signoria della città di Fermo, e di suo contado e distretto, e che fosse titolato per lo detto marchese della Marca, e in sustanza succedette l’accordo: e per sicurtà di fermezza dell’una parte e dell’altra, il signore di Bologna mise nella città di Fermo messer Azzo degli Alidogi da Imola con gente d’arme come amico comune, e al capitano della gente che il legato avea messo in Bologna, ricevente per lo legato e per la Chiesa di Roma, in presenza del popolo diede la bacchetta della signoria, onde il popolo ne fece gran festa, perchè ciò desiderava e temeva di peggio, gridandosi per tutta la terra: Viva la santa Chiesa. Nondimeno il signore com’era ordinato nei patti, nelle sue mani fece giurare tutta gente d’arme da piè e da cavallo infino che li fosse attenuta l’impromessa; e così stette la città sotto titolo e forza di messer Giovanni, come della Chiesa di Roma, da mezzo il mese di marzo al primo dì d’aprile 1360. E in questo mezzo il legato intendea a fare pagare i soldati, e’ cittadini avendo presa baldanza, e in fatti e in parole villaneggiavano messer Giovanni e la famiglia sua, ricordandosi dell’ingiurie ch’aveano ricevute da loro; e per questo avvenne, che un dì messer Giovanni mandò per prendere di sua gente uno de’ Bentivogli, il quale essendo bene accompagnato si contese, e non se ne lasciò menare, gridando, all’arme all’arme; onde la terra si levò tutta a romore, infiammata contro al vecchio tiranno: il quale per tema si ricolse in cittadella, e tutta la notte stette armato con la sua gente e della Chiesa sotto buona guardia. Il dì seguente giunse messer Gomise in Bologna nipote del cardinale, il quale era marchese della Marca, e racchetò il romore del popolo, e prese la guardia delle porti e della città, e accomandatola a’ cittadini, corse la terra col popolo insieme con grande allegrezza, e aperse a’ prigioni. Il perchè i cittadini si certificarono che la signoria non potea tornare nelle mani del tiranno, nonostante che ancora fosse in sua podestà la cittadella, e il giuramento de’ soldati in sua mano. E stando le cose in tale maniera, messer Giovanni fu certificato dalla moglie come liberamente avea in sua podestà il Girfalco e l’altre fortezze di Fermo, e come presa era per lui la signoria della terra; onde avendo ciò, secondo i patti li convenia partire di Bologna, ma forte temea l’ira del popolo che non l’offendesse in sulla partita, e per tanto si stava in cittadella, e come, savio e avveduto ordinò ora una boce ora un’altra, tenendo suo consiglio segreto nel petto; e per meglio coprire l’animo suo pubblicamente facea cercare con gli Ubaldini che li dessono sicura la via, e a’ Fiorentini domandò il passo per loro terreno; i Bolognesi stavano a orecchi levati, e non faceano motto, aspettando di predarlo, e di fare strazio di lui gran voglia n’aveano. Il savio con maestria tranquillando i Bolognesi colse tempo, il martedì santo, a dì 31 di marzo nella mezza notte, dormendo i cittadini, chetamente e senza fare zitto con mille barbute, tra di suoi provvisionati e soldati di quelli della Chiesa, senza averne il dì fatta mostra uscì di Bologna, e andossene a Imola senza impedimento nessuno, e di là si partì, e andonne a Cesena a visitare il legato.

CAP. LXXVI. Come la città di Bologna fu libera dal tiranno in mano del legato e della Chiesa essendo assediata.

Il primo dì d’aprile, gli anni domini 1360, Bologna rimase libera dalla dura tirannia di messer Giovanni da Oleggio della casa de’ Visconti di Milano, il quale a dì 20 d’aprile 1355 l’avea rubata a’ suoi consorti per cui la tenea, come addietro facemmo menzione, e nello spazio di questi cinque anni avea decapitati oltre a cinquanta de’ maggiori e de’ migliori cittadini della terra, con trovando loro diverse cagioni, e dell’altro popolo n’avea morti e cacciati tanti, che pochi n’avea lasciati che avessono polso o forma d’uomo, e con averli munti e premuti infino alle sangui; e avendo fatte tante crudeltadi, e tante storsioni e ruberie, come volpe vecchia seppe sì fare, che con grandissimo mobile di moneta e gioielli liberamente se n’andò, e ridussesi in Fermo; e levato s’era del giuoco, e ridotto in luogo di pace e di riposo, lasciando i Bolognesi e il legato nella guerra; e per certo, s’egli era tenuto savio, questa volta lo dimostrò.

CAP. LXXVII. Come la Chiesa riformò Bologna.

Messer Gomise da Albonatio Spagnuolo nipote del legato, il quale era stato marchese della Marca, e Niccola da Farnese capitano della gente del legato rimasi nella libera signoria di Bologna, e fatta grande allegrezza e festa co’ cittadini della partita di messer Giovanni da Oleggio, e mostrando di loro grande confidanza, ma per accattare loro benivolenza e favore, si cominciarono a ordinare alla guardia, e alleggiarono il popolo di molte gravezze, e massimamente delle soperchie, nelle quali li tenea il tiranno; e il popolo con loro coscienza prese consiglio co’ più cari e sentiti cittadini, ed elessono di comune concordia d’ogni stato e condizione, mescolando i gentili uomini e’ popolari, e’ dottori e artefici eziandio dell’arti minute, pure che ognuno fosse contento, certo numero di cittadini che intendessono con gli uficiali della Chiesa alla guardia e alla difesa della città; e ciò fatto, il capitano della gente della Chiesa mandò comandando alla gente di messer Bernabò che si dovesse partire del terreno della Chiesa, significando loro come Bologna era tornata alle mani della Chiesa di Roma, com’essere dovea per ragione; la risposta fu questa, che innanzi si partissono voleano vedere per cui, e che s’e’ volessono se ne partissono glie n’andassono a cacciare. E preso sdegno del baldanzoso comandamento, ed essendo loro di nuovo giunto mille barbute, cavalcarono infino presso a Faenza, levando gran preda di bestiame e di gente, la quale condussono al luogo senza impedimento niuno; e com’aveano cominciato seguirono, facendo gran danno e spaventamento de’ paesani, e rompendo le strade, minacciando di peggio i Bolognesi e’ Romagnuoli; per le quali cose la letizia mostravano per parere loro essere fuori delle mani del tiranno, e posto giù il caldo voglioso si cominciò a raffreddare, e convertissi in paura di peggio, e ciò venne loro, come si potrà leggendo innanzi trovare.

CAP. LXXVIII. Di una congiura si scoperse in Pisa.

Gli artefici della città di Pisa, e massimamente quelli dell’arte minuta, vedendo loro mancare i guadagni per la partita de’ Fiorentini i quali il loro porto teneano in divieto, se ne doleano, e mormoravano e parlavano male; e perseverando nelle querele, una quantità di loro si giurarono insieme molto occultamente, e presono ordine tra loro, il quale il venerdì santo a dì 3 d’aprile doveano uccidere gran parte de’ loro maggiorenti ch’erano al governo della città, dove e come trovar gli potessono insieme, o divisi; e ciò fatto, doveano mandare per li Gambacorti, che allora si riduceano a Firenze, e con loro riformare la terra, e pacificare co’ Fiorentini per riavere il porto. Infra’ congiurati erano religiosi alquanti, e preti e altri cherici assai, intra’ quali fu un prete il quale fu veduto parlare con certi de’ secolari della congiura assai sconciamente, e per disusata maniera, o che parola di suo ragionamento fosse intesa, o che per lo modo del parlare si facesse sospetto, fu mandato per lui, e stretto, e’ confessò tutto l’ordigno; onde subitamente furono presi quattro preti e sette frati, e nel torno di cento artefici d’arte minute. I governatori della terra procedendo nel fatto trovarono ch’erano tanti gli avviluppati in questa congiura che per lo migliore si fermarono, e non si stesono più oltre, e del numero ch’aveano presi dodici ne furono impiccati, i quali trovarono più colpevoli e caporali, e gli altri furono condannati a condizione in danari, i quali per ricomperare le persone tosto furono pagati. Questa novità molto conturbò e impoverì la città con guasto dello stato della setta che allora reggea, la quale ne rimase in grande gelosia, e il popolo minuto malcontento e peggio disposto.