CAP. LXXXIV. Come il duca di Borgogna s’accordò con gl’Inghilesi.
Del mese di maggio 1360, il giovane duca di Borgogna, seguendo il consiglio de’ suoi baroni, prese accordo col re d’Inghilterra in questa forma. Che il re si dovesse partire del paese, e il duca a lui dovesse dare in tre anni centoventi migliaia di montoni d’oro, come ne toccasse per anno; e oltre a ciò, ch’avendo il re d’Inghilterra a sua coronazione del reame di Francia per boce d’imperio, che la sua sarebbe la seconda. Sotto questa concordia assai grande al re d’Inghilterra, più per l’onore della promessa e della boce del duca che per altra cagione il re d’Inghilterra con tutta sua oste si partì di Borgogna, e dirizzò suo viaggio verso Parigi, non trovando, fuori delle terre murate, chi lo contastasse niente, e tutti i paesani e le villate che non si sentivano da poterli fare resistenza gli si feciono incontro, e per riscatto di loro dammaggi li portavano danari, ed egli per sua bonarità, ciò che gli era dato prendea, e della sicurtà era a tutti cortese.
CAP. LXXXV. Come il re d’Inghilterra assediò Parigi.
Poichè ’l re d’Inghilterra vide che la fortuna per la maggiore parte avea favoreggiati tutti i suoi consigli e ordigni, e che tutte le cose, secondo il suo proponimento necessario a fornire anzi prendere l’assedio di Parigi gli erano procedute prosperamente, eccetto che presure di ville o di fortezze notabili, le quali vedea avere riguardo a Parigi, e che quando la città ch’era capo del reame fosse a sua podestà l’altre agevolmente gli verrebbono alle mani; e pensò come ultimo fine d’ogni sua intenzione certo che la ventura gli concedesse Parigi; e per tanto come trasse il piè di Borgogna, continovate sue giornate con tutta sua oste se ne venne a Parigi, e giunto e riposato alcuno dì, il sabato santo a dì 4 d’aprile 1360, la sua oste in tre parti divise, l’una a Corboglio, l’altra accomandò al duca di Guales, e lo fè porre in costa dall’altro lato della città, la terza diede al conte di Lancastro, il quale si fermò dall’altra banda, sicchè quasi in terzo a sesta fermarono l’assedio, e che questo fosse il deretano pensiero manifestarono. Il re di Navarra e il fratello, il quale avea formata pace col Delfino, come addietro dicemmo, a questo punto si scopersono amici e servidori del re d’Inghilterra, che la pace che fatta avea era stata infinta e a mal fine. Questa voltura del re di Navarra e del fratello assai diedono che pensare a’ Franceschi. Il Delfino avendo alcuno sentore della venuta del re d’Inghilterra e di suo intendimento, con molti baroni del reame e con grande cavalleria s’era ridotto in Parigi, e la città avea d’ogni cosa necessaria alla vita per grande tempo abbondevolmente fornita, e con provvedenza e sollicitudine attendeano alla guardia della città e di dì e di notte, e di fuori lasciava fare a’ nemici il loro volere, non lasciando uscire nè forestieri nè cittadini a fare d’arme, e tutto ciò per buono e savio consiglio: nè tanto poteano gl’Inghilesi con sollecitudine e scorrimenti strignere la città, che gente con vittuaglia non v’entrasse e uscisse, tutto che con pericolo assai. Il paese fuori di Parigi, eccetto città e terre di guardia, ubbidiano gl’Inghilesi e loro davano vittuaglia e danari, come addietro dicemmo, sicchè l’oste ne stava doviziosa e ad agio, e senza fatica d’avere a predare per vivere, e senza riotta aveano la vita e i soldi loro, e i beni de’ Franceschi. Or qui mi piace d’un poco gridare: O superbi e altieri cristiani, dirizzate gli occhi del cuore, volgete un poco questi pensieri a considerare gli straboccamenti della potenza mondana, e vedrete la viltà e la miseria essere al fine delle pompe e miserie de’ mortali; ponetevi avanti gli occhi la nobile e famosa città di Parigi assediata dagli Scirei d’Inghilterra; ponetevi il glorioso sangue della reale casa di Francia in quanto abbassamento era in questi giorni venuto; ponetevi la magnanimità e il coraggio, la gentilezza e’ costumi della cavalleria de’ Franceschi, a tanto disprezzamento in questi tempi ridotta, che abbi lasciato in preda il reame a poca gente, e loro dispettosa e di poca nomea, tenendo chiusa nelle terre murate, e non ardite con le teste levate, e prendendo fidanza della violente fortuna: più è maraviglioso a pensare che gl’Inghilesi abbiano fatto in Francia a loro senno, che se Capalle vincesse Firenze. Il fine dunque dell’arrogante superbia, come per esperienza sovente si vede, è cadimento in luogo umile e pieno di miseria: e certo chi con animo temperato vorrà giudicare, altro non potrà dire, se non che manifesto giudicio di Dio abbi corrotto questo flagello il popolo sdegnoso, e animo rilevato e altiero de’ Franceschi, che tutto l’altro mondo aveano per niente. Or dunque posate mortali, e non siate troppo osi, e sievi freno il magnifico reame di Francia, il quale è stato tra’ cristiani il maggiore già molte centinaia d’anni, e quando vi ritrovate nel più alto grado delle dignità temporali volgete gli occhi alla terra, e vedrete, che quanto il luogo è più alto e più rilevato, tanto è la ruina e la caduta maggiore, e forse poserete gli animi vostri alla sorte che v’ha conceduta la divina provvidenza, senza più oltre cercare che vi sia di mestiere.
CAP. LXXXVI. Come il re d’Inghilterra si strinse a Parigi, e combattè Corboglio.
Essendo l’oste del re d’Inghilterra alquanti dì soggiornata a Corboglio, e divisa, come di sopra dicemmo, in modo da potersi in piccolo tempo raccogliere insieme quando fosse bisogno, all’ottava della Pasqua di Resurrezione, il re con gran parte di sua oste si mosse e avvicinossi a Parigi con le schiere fatte, e tanto che gli scorridori si misono in sulle porti della città, facendo con parole e con atti assai oltraggio a’ Franceschi, ma però di Parigi non usciva persona: e ciò fu riputato gran senno, perchè uscendo, come suole il popolo voglioso e male ordinato, e in fatti d’arme poco uso, il pericolo era grandissimo, e il re con i suoi Inghilesi altro non desiderava, facendo sagacemente tutto ciò che poteano per attrarli di fuori. Veggendo il re dopo lungo stallo, che per aizzamento che fatto fosse a’ Franceschi nè gente usciva della terra nè porta s’apriva, fatto danno d’arsione per più sdegnare i nemici e animare a vendetta, si trasse indietro: il prenze di Guales tornato al re senza frutto di suo pensiero, per non lasciare niente che secondo il sottile provvedimento del re per ottenere suo proponimento fare si dovesse, esso in persona colla gente fresca ch’era rimasa nel campo con bell’ordine si mise a combattere il castello di Corboglio. La battaglia fu aspra e animosa, perocchè gli Inghilesi che erano montati nell’onore e pregio dell’arme alla disperata senza curare la vita si metteano a ogni pericolo; i Franceschi che conosceano che essendo vinti vituperavano il nome loro, ed erano carne di beccheria, si difendeano francamente ributtando i nemici; molti e dall’una parte e dall’altra ne furono morti e fediti; in fine gl’Inghilesi non potendo niente approdare si levarono dall’impresa. Come il duca avea fatto a Corboglio, così il conte di Lancastro e poi la persona del re cercarono di più altre castella e fortezze, e nulla poterono ottenere, sì bene erano in apparecchio a difesa; e queste cose furono gran cagione di recare gl’Inghilesi a concordia, come a suo luogo e tempo diremo.
CAP. LXXXVII. Conta del reggimento de’ Romani, e d’alcuna giustizia fatta.
L’antico popolo e reggimento romano a tutto il mondo era specchio di costanza, e incredibile fermezza d’onesto e regolato vivere, e d’ogni morale virtù, e quello ch’al presente possiede le ruine di quella famosa città è tutto per lo contrario mobile e incostante, e senza alcuna ombra di morali virtù. Loro stato sovente si muove con vogliosa e straboccata leggerezza, e cercando libertà l’hanno trovata, ma non l’hanno saputa ordinare nè tenere, com’addietro nell’opera nostra si può trovare. All’ultimo, dalla forma e costumi de’ reggimenti de’ popoli della Toscana che vivono in libertà, e massimamente de’ Fiorentini cui essi appellano figliuoli, hanno preso il modo, e fatti hanno loro cittadini in similitudine di priori e con simigliante balía, e riduconsi presso al Campidoglio, e per loro consiglio hanno i capi de’ Rioni, e a similitudine de’ gonfalonieri delle compagnie di Firenze fatti hanno banderesi con grande potestà e balía, li quali hanno altri sotto sè a cui danno i pennoni, e ciascuno de’ banderesi ha il seguito di millecinquecento popolari bene armati e in punto a seguirli a ogni loro posta; e così sono circa a tremila gli ubbidienti a’ banderesi. Questi hanno a fare l’esecuzione della giustizia di fuori contro i possenti e grandi cittadini che male facessono, o fossono inobbedienti al reggimento di Roma, o dessono alcuno ricetto ai mali fattori in loro fortezze o tenute; e contro a coloro che hanno trovato mal fare cominciato hanno così aspra giustizia, che passano i segni per troppa rigidezza, il perchè nè principe nè barone è nella giurisdizione del popolo di Roma che non stia spaventato, e che forte non gli ridotti, e che per paura non ubbidisca a’ governatori di Roma e’ loro rettori. E in questo anno occorse, che il Bello Gaietani zio del conte di Fondi, e Matteo dalla Torre, famosi capi e ritenitori de’ ladroni del paese, furono presi da’ detti banderesi con più loro seguaci malandrini e rubatori di strade, e di fatto e senza alcuno soggiorno tutti furono impiccati, e le loro tenute disfatte e ragguagliate con la terra. Ed essendo la Campagna in ribellione de’ Romani, e spilonca di ladroni, e questo popolo infiammato a ben fare, ridottola all’ubbidienza de’ Romani.
CAP. LXXXVIII. Come parte degli Ubaldini presono Montebene.
I figliuoli di Tano da Castello della casa degli Ubaldini seguaci de’ signori di Milano, e pertanto ai loro consorti nimici, nel detto anno e mese d’aprile, di ciò non prendendo guardia que’ della casa loro, con numero di fanti a ciò bastevoli, una mattina innanzi il fare del giorno presono Montebene, e lo steccarono di steccati e fossi, e dentro vi feciono capanne, e lo fornirono di vittuaglia e guernimenti da difesa, aspettando secondo l’ordine dato gente d’arme da piè e da cavallo da’ signori di Milano per fare da quella parte guerra a’ Bolognesi rompendo le strade. E a dì 15 d’aprile con dugento Ungheri e con trecento barbute, e con loro fedeli cavalcarono infino presso a Bologna, e levarono gran preda di prigioni e bestiame, e altri danni feciono assai. Poi a dì 23 del mese i Bolognesi con loro forza, e con loro i figliuoli di Maghinardo degli Ubaldini e loro fedeli, essendo partita la maggior parte della detta gente de’ signori di Milano, che male poteano nell’Alpe dimorare, cavalcarono alle valli, e quelli vi trovarono della detta gente misono al taglio delle spade, e in quelli paesi presono e uccisono e danneggiarono i fedeli dell’Alpe, e con quella preda maggiore che fare poteano si ridussono a salvamento: a quelli di Montebene non poterono noiare per la fortezza del luogo. Montebene per metà è del comune di Firenze, il perchè i Fiorentini mandarono ambasciadori agli Ubaldini, e gli ripresono dell’impresa, considerato che aveano occupato del contado di Firenze; da loro ebbono tanta umile e cortese risposta, a non volere far cosa dispiacesse al comune, che per non fare nuova impresa per allora loro risposta fu accettata, non che l’ingiuria con l’altre non fosse riposta, e riserbata a loro maggiore ruina.