CAP. LXXXIX. Di novità e morte del re di Granata, e loro esilio.

Nel mese d’aprile 1360 essendo Maometto re di Granata senza sospetto di suo stato uscito a cacciare, Raisalem suo barone, uomo di grande animo e seguito, postoli aguato lo volle uccidere, ma esso fuggì. Costui col seguito e forza sua coronò re un fratello di Maometto di piccola età, e perseguitava il detto Maometto, il quale per paura fuggì a Malica, e poi a Fessa, e quivi si ridusse al servigio del re di Fessa e a sua provvisione, e ivi dimorando aspettava tempo di ricoverare sua corona. Guardando Raisalem il giovane re, volle che facesse morire certi de’ suoi baroni, e non volendo il giovane re consentire perchè non erano in colpa, Raisalem l’uccise, e col suo seguito e forza si fè coronare re, non essendo della schiatta e casa reale, e da tutti i regnicoli di Granata quasi spontaneamente fu ubbidito, e fecesi chiamare il re vermiglio, e con tutta sua forza e consiglio nimicava il re Maometto, cui egli avea del regno cacciato, e oltre nimicava il re di Castella.

CAP. XC. Come il legato richiese d’aiuto il re d’Ungheria alla difesa di Bologna.

Già era quasi certa e indubitata speranza a’ pastori della Chiesa di Dio, e a’ governatori d’essa, sì di là come di qua da’ monti, della difesa della città di Bologna, e il legato d’ogni parte in qualunque modo potea cercava aiuto sollecitamente: com’a Firenze avea mandato, così all’imperadore e al re d’Ungheria sommovendoli al soccorso dell’onore di santa Chiesa intorno a’ fatti di Bologna; per questo lo re d’Ungheria richiesto, e non volendo, se prima non sapeva il come e perchè, con più certo e diliberato consiglio fare l’impresa, come gonfaloniere e difensore di santa Chiesa, al cui bisogno dicea non potere senza soccorso passare, lettere fece e sua ambasciata mandò a’ signori di Milano, loro pregando si partissero dall’offesa di santa Chiesa, e gli ammoniva sotto protesto d’aiuto che si partissono dall’impresa. I signori di Milano sentendo che suo movimento era pigro, e con lunga tratta di tempo, a’ suoi ambasciadori mostrarono, e a lui scrissono con assai apparenti ragioni che loro impresa era giusta e ragionevole, e che in corte di Roma palesemente se ne disputava, e che la ragione per loro parte rispondea, e così la sentenza attendeano; e però lo pregavano che contro a loro non prendesse il torto, che giusto il podere loro ne prenderebbono difesa, e gli ambasciadori di grande riverenza onorarono, e di molti e ricchi doni.

CAP. XCI. Come in corte si diè sentenza contro a quelli di Milano per i fatti di Bologna.

Dappoichè Bologna fu nelle mani del legato di Spagna, nonostante che i signori di Milano circondata l’avessono d’assedio, continovo in corte per loro ambasciadori avvocati protettori e procuratori il papa e’ cardinali intempellavano, mostrando in grido che la Chiesa loro faceva torto, perocchè l’aveano ancora per quattro anni a censo della Chiesa di Roma, e loro promesso era per bolle papali di consentimento del collegio de’ cardinali, ch’anzi il tempo loro non sarebbe tolta, e con l’usato modo di spendere e largamente donare alla disordinata cupidigia de’ cherici, assai de’ cardinali prelati e cortigiani aveano che in occulto e in palese gli favoreggiavano, il perchè la questione venne in giudicio, e convenne che per sentenza si determinasse, la quale si credette che per lo grande aiuto e favore che in corte aveano i signori di Milano che venisse per loro, ma tanto non si potè nè seppe argomentare che la sentenza non venisse di ragione per la Chiesa di Roma, perocchè i signori di Milano per difetto loro n’aveano perduta la possessione, e non l’aveano potuta ricoverare, ed essendo la proprietà di santa Chiesa, giustamente avea potuto racquistare la possessione. Data la sentenza, il papa con i cardinali in concistoro deliberarono di prenderne per tutte vie la difesa; ma come per antica usanza e de’ prelati al sussidio della moneta la mano era pigra e remissa, e per questo mandarono e per lettere e per ambasceria a’ signori di Milano gravandoli si togliessono dall’impresa, contro a loro cominciando processo, e all’imperadore, a’ principi d’Alamagna, e al re d’Ungheria, e appresso a tutti i signori di Lombardia e a’ comuni di Toscana scrissono per sussidio per non toccare il tesoro della Chiesa di Roma, e in tre volte a grande stento per questo servigio di camera trassono centoventi migliaia di fiorini, li quali vennono a sì pochi insieme e sì tardi, che in fatti di guerra poco profitto fare se ne potè, pur fece speranza d’alcuno leggiere sostentamento.

CAP. XCII. Come messer Galeazzo Visconti si mandò scusando in corte di Roma dell’impresa di Bologna.

Seguendo messer Bernabò sollecitamente l’impresa di Bologna nonostante la deliberazione fatta in corte, e il processo contro a lui formato, lo quale l’avea più d’ira infiammato e stimolato alla guerra, messer Galeazzo, o che ’l facesse per cagione del parentado nuovamente fatto col re di Francia, per lo quale dava la figliuola del re al figliuolo, e temea che ’l processo di santa Chiesa contro a lui fatto non l’impedisse, o vero che fosse di consentimento di messer Bernabò, o per suo proprio movimento, mandò a corte suoi ambasciadori a scusarsi al papa e a’ cardinali con dire, non intendea nè in segreto, nè in palese aiutar o favoreggiare il fratello nell’impresa di Bologna, perocchè egli avea il torto, e che per lui gli era stato contradetto e vietato, e per tanto domandava d’essere levato de’ processi i quali contro a lui e messer Bernabò eran formati; affermando non essere colpevole, e che intendea essere all’ubbidienza di santa Chiesa, e operare quanto onestamente contro il fratello potesse. La sua scusa fu ammessa, ove non desse favore a messer Bernabò, e il processo contro a lui fu sospeso.

CAP. XCIII. Come papa Innocenzio levò le riservagioni.

Per lungo spazio di molti anni, cominciando al tempo di papa Giovanni ventiduesimo, in corte di Roma erano fatte le riserbazioni di tutti i beneficii cattedrali e collegiali i quali secondo la ragione canonica riformare si doveano e soleano per i capitoli e collegi delle dette chiese, e ciò diede ad intendere di fare il detto papa Giovanni per accogliere moneta e fare il passaggio all’acquisto della Terra santa; e come uomo sagacissimo e astuto in tutte sue cose, e massime in fare il danaio, usava questa cautela, che vacando un beneficio di grande entrata togliea un prelato di più basso beneficio e lo promovea al maggiore, e un altro di minore beneficio a quello di colui cui avea promosso al maggiore, e così d’un beneficio vacato in corte cinque o sei ne facea vacare, avendo i frutti dell’anno, e con grande spendio di quelli ch’erano promossi; e fece il detto papa tesoro di diciotto milioni di fiorini in moneta coniata, e più di sei milioni in gioielli. Il quale ben seppe secondo il mondo Clemente sesto colla contessa di Torenna, la quale tra le poppe portava le supplicazioni, e aprendo il seno le porgea al santo padre; il quale in cacciare, e uccellare, e altri diletti mondani la maggior parte de’ suoi giorni spese. Ed era la corte tanto corrotta di simonia, che il più per simonia o per grazia de’ signori temporali e cardinali gl’indegni e scellerati cherici erano promossi, e i buoni e onesti ributtati, non senza loro vituperio e vergogna. Per le quali inconvenienze Innocenzio papa mosso da spirito diritto e buono zelo, in quest’anno 1360, per suo decreto fatto consiglio, e con volontà del collegio de’ cardinali, levò le riserbazioni, rilasciando le elezioni e postulazioni delle chiese cattedrali e collegiate alla grazia dello Spirito santo.