CAP. XCIV. Come il re Luigi fece guerra al duca di Durazzo, e ultimamente s’accordaro.

I processi del regno di Puglia in questi tempi di poca memoria son degni per i loro lievi movimenti. Il duca di Durazzo sentendosi nemico del re Luigi, per tema di suo stato accogliea in Puglia gente d’arme nelle terre sue, e molti gentili uomini napoletani, e di Nido e di Capovana s’erano ridotti con lui il maggior fratello del re titolato imperadore di Costantinopoli si tramettea di fare concordia tra loro, e lo re non volea consentire; e per mostrare quanto la cosa gli era grave, del mese d’aprile del detto anno con molta gente d’arme in persona cavalcò in Puglia per guerreggiare messer Luigi di Durazzo, il quale, com’è detto, apparecchiato s’era alla difesa a suo podere; il re, per levarli l’aiuto e favore de’ Napoletani, fece comandare a tutti, i cavalieri di Nido e di Capovana che con lui erano che partire se ne dovessono altrimenti per ribelli gli avrebbe e traditori della corona; nè per tanto i gentili uomini non vollono abbandonare il duca, onde il re gli fece sbandire, e mando a Napoli a fare l’esecuzione con abbattere loro case; nè il re avrebbe questo potuto fornire, se non che la reina e pregò e comandò a quelli di Capovana e di Nido che lasciassono fare la volontà del re, e così fatto fu senza contasto per reverenza della reina; allora abbattuti furono molti palagi e case di gentili uomini in Capovana e in Nido, cosa di rado udita e avvenuta in quella città. Lo re passato il furore si lasciò consigliare, temendo che tale riotta non fosse cagione d’attrarre gente d’arme nel Regno, e per mano dell’imperadore fermò la pace col duca; nè pertanto il duca fidò sua persona nella forza del re, ma il figliuolo d’età di meno di sette anni mandò a fare l’omaggio al re, a tutto che per li capitoli della pace ordinato era alla città di Napoli.

CAP. XCV. Come messer Niccola gran siniscalco del Regno andò in corte di Roma per accordare il re con la Chiesa, e fattogli dal papa ciò gli domandò, e grand’onore, se ne tornò in Lombardia.

Essendo intorno al re Luigi il grande siniscalco il maggiore e il più ridottato barone, come operare suole l’invidia, comune morte e vizio delle corti, con false informazioni mosse il re a disdegno contro messer Niccola. Esso ch’era alla corona fedele, con animo grande mostrava di non se n’avvedere, e prese cagioni oneste alle sue terre si riparava, massimamente a Nocea, e provvedeva i fatti suoi. Lo re povero di savio consiglio per le cose gli occorrevano sovente mandava per lui; esso preso scusabili cagioni per farlo conoscente ritardava l’andare: e certo essendo messer Niccola appresso del re niuno de’ baroni osava alzare il ciglio. E in que’ giorni occorso era che per lo censo debito alla Chiesa, e non pagato, il Regno era interdetto; il gran siniscalco avendo voglia d’essere a corte per levarsi dinanzi agl’invidiosi assalti de’ baroni, e per cercare maggiori cose, alle quali l’animo suo si dirizzava, e per fare prova di sè, con volontà del re andò a corte di Roma, ove e dal papa e da’ cardinali fu sopra modo onorato; e in prima la domenica della rosa il papa commendato di virtù, di nobiltà, e di valore messer Niccola li diede la Rosa, la quale osava dare al più nobile uomo che allora si trovasse in corte di Roma, appresso con lui s’accordò del censo del reame, e levò l’interdetto. Da indi a pochi giorni il papa di proprio movimento li diede per messer Giovanni figliuolo di Iacopo di Donato Acciaiuoli suo consorto l’arcivescovado di Patrasso, essendo i cardinali di più altri solliciti promotori, di costui nullo intendimento v’era: il papa mostrò come essendo uopo di braccio secolare al sostenimento di quello beneficio, costui più idoneo era che un altro per lo consiglio e favore del gran siniscalco, e senza attendere altra deliberazione, come domandavano i cardinali. d’isso fatto lo elesse. Di poi di proprio moto del santo padre, l’uficio e dignità del senato di Roma e tutto esso uficio accomandato fu al detto messer Niccola a sua vita, e più la rettoria del Patrimonio, e la contea di Campagna; i quali ufici e rettorie esso messer Niccola per riverenza del suo signore messer lo re Luigi senza licenza non volle accettare. E oltre alle predette grazie spontaneamente fatte, molte petizioni di beneficii il papa liberamente gli segnò, mostrando a tutti la grande confidenza che nel nobile uomo avea. E avendo messer Niccola preso licenza del partire dal papa, il papa gli commise ch’andasse a’ signori di Milano, e con loro cercasse accordo sopra i fatti di Bologna. Il savio cavaliere per questa sua partita sostenne oneste cagioni simulando, e intanto ebbe da messer Bernabò perchè altrimenti nel secreto fare noi volea, pensando non doverne potere avere onore: partì adunque di corte, e dirizzossi a Milano; quello ne seguì a suo luogo diremo.

CAP. XCVI. Come gli Aretini per baratta ebbono Chiusi e la Rocca.

Essendo Marco di messer Piero Saccone de’ Tarlati in certo trattato col comune di Firenze di dare delle sue terre al comune per liberare di prigione e se e’ suoi, la moglie la madre e gli altri suoi fratelli, con sagacità di chi l’ebbe a conducere, furono messi in altro trattato, nel quale mostrato fu loro, che se in concordia fossono con gli Aretini, ove stava il tutto, che i Fiorentini rimarrebbono per contenti; onde pensando la donna ben fare mossa da questo consiglio, e per conforto di certi frati minori i quali erano in questo ragionamento mezzani, non potendo di Chiusi fare a suo senno, che v’era dentro il figliuolo, si diliberò vogliosamente, come usanza è delle femmine, di dare Pietramala agli Aretini, con patto che come avessono Chiusi restituissono Pietramala; e dato Pietramala la donna fè dire al figliuolo, che se non desse la rocca di Chiusi, come data avea la rocca di Pietramala così darebbe quella del Caprese, e di tutte altre loro terre. Il giovane veggendo il male principio, e conoscendo la madre animosa e costante, diede la rocca di Chiusi agli Aretini, la quale con sicurtà di stadichi di renderla, se non facessono Marco e gli altri suoi trarre di prigione, e incontanente alla donna restituirono Pietramala. Di questa baratta il comune di Firenze concepette non piccolo sdegno contro agli Aretini, ma non lo dimostrò, aspettando che essi di loro errore ammendassero, e rendessero al comune di Firenze suo debito onore; la qual cosa nè vollono nè seppono fare, come col tempo seguendo nostra scrittura si potrà trovare.

CAP. XCVII. Come il conticino da Ghiaggiuolo fu da’ figliuoli propri preso e vituperevolmente tenuto.

Seguita cosa per sua natura non degna di memoria, ma piuttosto di perpetuo silenzio: l’esempio crudele, disonesto e abominevole ci forza a porlo intra gli altri nostri ricordi. Ramberto della casa de’ Malatesti da Rimini detto volgarmente il conticino da Ghìaggiuolo, uomo assai famoso, essendo nell’età di sessantacinque anni e oltre, avea della figliuola di Francesco della Faggiuola sua donna due figliuoli, l’uno per nome Francesco, l’altro Niccolò, giovani costumati e di gentile aspetto, e che in vista mostravano di più alto animo che non mostrarono per opera. Costoro essendo col padre in arme al servigio di santa Chiesa, eziandio contro i consorti loro allora nimici di santa Chiesa, e contro il capitano di Forlì, presono Santarcangiolo e altre terre, e le ridussono all’ubbidienza di santa Chiesa, e presono la guerra contro al capitano di Forlì. In un assalto amendue questi giovani furono presi; e avendo il conte di Lando con sua gente servito il capitano, e dovendo da lui avere danari assai, intra gli altri pagamenti questi due giovani gli furono assegnati in parte di pagamento per fiorini seimila, ed egli li si prese, seguendo il proverbio, dal male pagatore o aceto o cercone. Il padre sentendo ch’erano nelle mani del conte di Lando, e fuori delle mani dell’antico e crudele nemico capitano di Forlì, con molta sollecitudine e arte cercò di riscuoterli, e infine pagati fiorini mille cinquecento gli riebbe. È vero che essendo la madre de’ detti Francesco e Niccolò attempata e datasi allo spirito, il detto conticino pubblicamente si tenea in casa un’amica, e di lei avea cinque figliuoli d’assai vezzoso e gentilesco aspetto, il maggiore d’età di dodici anni. Il conte, ch’era nell’età che detto avemo, grande affezione mostrava a questi bastardi, il perchè la loro madre prendea di baldanza più non si convenia; e pertanto era in uggia e crepore a’ detti Francesco e Niccolò, non di manco il conte i madornali e loro madre onorava quanto si convenia teneramente, lasciando a loro madre in dominio la rocca di Ghiaggiuolo e ’l castello, stimando in suo concetto lasciare di sua masserizia alcuna cosa a’ bastardi, e il retaggio a’ madornali. Lo giorno di Pasqua rosata, a dì 23 di maggio, avendo il conte e’ figliuoli desinato insieme di buona voglia, e stando gran pezza a sollazzare insieme, e ito il conte a dormire, e poi ritornato a festeggiare con loro, e stando a vedere loro giuochi, un fedele del conte, fante assai pregiato e fidatissimo a lui, lo prese di dietro; il conte pensando cianciasse, com’era usato, niuno riparo prese, e un altro intanto sopraggiunse che gli levò il coltello dal lato, e alandolo all’altro tenere lo gittarono in terra; i figliuoli con le funi nelle mani, ne’ piedi con tutta l’altra persona strettamente il legarono, come si suole di ladroni, e così legato lo feciono portare, e nella sua propria camera in un fondo che v’era l’incarcerarono, e sotto buona e fidata guardia il teneano, e tanto per più giorni lo tennono legato facendolo imboccare e fare gli altri servigi, che feciono fare una stanga di ferro, e buove, le quali pesanti fuori d’ordine gli misono in gamba, mettendoli i piedi la notte ne’ ceppi. La sua femmina detta Rosina nel fiumicello di Chiusercole con un sasso al collo feciono annegare; i bastardi cacciarono tutti, i quali con vergogna de’ madornali in piccolo tempo presono cattivo viaggio. Lo padre facendo sovente di parole schernire, e rimprocciarli la Rosina e’ suoi bastardi; costui pazientemente tutto portando, e umilmente spesso domandando misericordia, con volere far ciò che i figliuoli sapessono divisare, i lor cuori più indurando a giornate, lungo tempo lo tennono in sì orribile vita. Io ho letto e riletto, mai tanta crudeltà non trovai ne’ cuori de’ salvatichi barbari, e non so a quali fiere selvaggie gli potessi assomigliare. I figliuoli sogliono essere teneri del padre, e di sua gloria e onore; fede ne fa Valerio Massimo per l’esempio di Manlio, il quale essendo dal padre villanamente trattato, sentendo che il padre volea essere accusato, andò alla casa dell’accusatore, il quale graziosamente lo ricevette pensando che volesse favorare l’accusa contro il padre, il giovane riduttolo in luogo segreto gli strinse il coltello sopra il capo, e si fece promettere e giurare si leverebbe dall’accusare: costoro bene trattati dal padre, senza cagione, che eziandio qualunque leve pena meritase, lo crucifissono; e pertanto in perpetua infamia di sì fatti figliuoli scritto l’avemo.

CAP. XCVIII. Come si fermò pace dal re d’Inghilterra a’ Franceschi, e’ patti e le convegne ebbono insieme.

Avendo come nell’addietro narrato avemo lo re d’Inghilterra il verno tutto e parte della primavera co’ figliuoli e col cugino cavalcato tutto il reame di Francia senza contasto alcuno, nè però potuto acquistare alcuna buona terra, ed essendo stati sopra Parigi ad assedio con niente profittare, standosi a Ciartres, il detto re come savio e pratico prencipe, pensando e conoscendo i difetti e i pericoli che sogliono e possono occorrere nelle continuanze delle guerre, vedendosi il sovrano in arme e nell’onore del reame di Francia, e in caso di poter prendere suo vantaggio nella pace, si dispose al tutto non volere più sua fortuna tentare: onde essendo presso a Ciartres a due leghe il cardinale di Pelagorga e l’abate di Clugnì legati del papa a cercare la pace tra’ detti due re, lo re d’Inghilterra loro fece sentire, ch’attenderebbe al trattato della pace cercato per loro dove per lo governamento e’ reggenti di Francia si dovesse mandare trattatori: li detti legati ciò inteso di presente mandarono al reggente significando, che s’attendere volea alla pace cercata per loro per avventura la potrebbe avere. In questo i detti legati col re d’Inghilterra elessono per luogo comune una villa detta Beeragnì, la quale è presso a Ciartres a una lega: lo reggente di Francia per la sua parte mandò il vescovo di Brevagio, il conte di Trinciavilla, il quale era prigione degl’Inghilesi, il maliscalco di Francia e più altri signori e prelati, i quali partirono di Parigi a dì 17 d’aprile, e a dì primo di maggio quivi co’ detti legati e con loro per la parte del re d’Inghilterra s’accozzarono, il duca di biancastro, il conte di Norentona, il conte di Vervich, e ’l conte di Cosmoforte, e altri signori e cavalieri in numero di ventidue, e a dì 8 di maggio per la grazia di Dio furono d’accordo, fermando la pace in sostanza nell’infrascritto modo. In prima che ’l re d’Inghilterra con quello che tenea in Guascogna abbi per quel modo le tenea il re di Francia l’infrascritte città, contee e paesi, oltre a quelle che tenea in Ghienna e Guascogna, la città e castella di Poittiers, e tutta la terra e ’l paese di Poittu, e ’l fio di Tomers, e la terra di Bellavilla, la città e castello di san Reose di Santes, e tutte le terre e paesi d’Essa; la città e castella di Pelagorga con sue terre e paese, la città, castella, terre e paesi di Limogia, la città, e castella, terre, e paese di Caorsa, la città e castella, terre e paese di Tarbes; la terra e il paese e la contea di Bigorece, la città, terre, e paese di Gaure; la città terra e paesi di Goulogm la città terra e paesi di Rodes, la contrada e paese di Rovergne: e se v’è alcuno signore come il conte di Foci, il conte d’Armignacca, il conte dell’Isole, il conte di Pelagorga, il visconte di Limoggia, o altri che tenghino alcuna cosa de’ detti luoghi e paesi, fare debbino omaggio al re d’Inghilterra, e tutti altri servigi e doveri per cagione di loro terre alla maniera che l’hanno fatto nel tempo passato, e più tutto ciò che il re d’Inghilterra o alcuno di loro tennono nella villa di Monstreul in sul mare, e più tutta la contea di Ponthieu, salvo lo alienato per lo re d’Inghilterra ad altri che nel re di Francia, e salvo se il re di Francia l’avesse in cambio per altre terre, nel quale caso lo re d’Inghilterra gli dee liberare la terra data in cambio: e se terre alienate per lo re d’Inghilterra ad altrui, le quali poi fossono venute nelle mani del re di Francia, lo re di Francia dare le dee a persone che ne facciano omaggio, e che rispondano a quello d’Inghilterra. E più deve avere il detto re d’Inghilterra la villa e castello di Galese, la villa castello e signoria della Marca, la villa castello e signoria di Sangato, Golognegi, Amegoie con tutte terre, vie, maresi, riviere, rendite, signorie, case, e chiese, e tutte appartenenze e luoghi intrachiusi con tutti i loro confini, e più la villa e tutta intera la contea di Ginis, con tutte le ville terre e fortezze e diritture di quelle come tenea il conte diretanamente morto, e come tenea il re di Francia, e di tutte le sopraddette città, castella e luoghi dee il re d’Inghilterra, e sue rede e successori liberamente avere tutti gli omaggi, obbedienze, sovranitadi, fii, diritti, saramenti, riconoscenze, fedeli, servigi, e mero e misto imperio, e tutte giurisdizioni e alte e basse, e padronaggi di chiese, e ogni signoria e ogni diritto che per qualunque cagione il re, la corona di Francia o i reali potessono per alcuna ragione o colore domandare, tutto s’intenda essere trasferito nel re, corona d’Inghilterra, e sue rede e successori pienamente e perpetuamente: e tutti quelli che giurato avessono per dette cagioni nelle mani del re, o d’alcuno de’ reali, da’ detti saramenti s’intendessono essere liberi e quitati, rimanendo al re d’Inghilterra come e’ sono appresso del re di Francia. E tutte dette città, terre castella e luoghi, il re e la corona d’Inghilterra perpetualmente deve in loro franchigia tenere, e perpetuale libertà, come signore diritto e sovrano, e come buono vicino al re di Francia e reame, e senza fare riconoscenza alcuna alla corona di Francia. E deve il re di Francia dare e pagare al re d’Inghilterra tre milioni di scudi d’oro, di Filippo gli due, i quali vagliono un obole d’Inghilterra, de’ quali al re d’Inghilterra, o a’ suoi commessarii, secentomigliaia quattro mesi appresso che ’l re di Francia sarà in Calese, dove il pagamento far dee; e infra l’anno prossimo avvenire quattrocento migliaia nella città di Londra, e ciascuno anno appresso quattrocento migliaia, tanto che compiuti sieno di pagare i detti tre milioni di scudi. E per osservanza del detto trattato e predette e infrascritte cose, de’ prigioni presi alla battaglia di Poittiers devono rimanere per stadichi al re d’Inghilterra gl’infrascritti, e più ancora degli altri, ciò sono: messer Luigi conte d’Angiò, messer Gianni conte di Poittiers figliuoli del re di Francia, il duca d’Orliens fratello del re; e del numero de’ quaranta che ’l re di Francia dee dare, sedici de’ presi alla battaglia di Poittiers, i compagni del re di Francia de’ nuovi staggiai nomi sono: il duca di Borgogna, il conte di Broig o il fratello, il conte d’Alanson o messer Piero suo fratello, il conte di san Polo, il conte di Ricorti, il conte di Pomeu, il conte di Valentinese, il conte di Brame, il conte di Baluldemonte, il visconte di Belmonte, il conte di Foreste, il sire da Iara, il sire di Fiene, il sire de’ Pratelli, il sire di san Venante, il signore de’ Culetiers, il Delfino di Daluyernia, il sire di Angestiem, il sire di Montener, e messer Guglielmo di Raon, messer Luigi di Ricorti, messer Gianni de’ Lagni. I nomi de’ sedici presi sono questi: messer Filippo di Francia, il conte d’Eia, il conte di Largavilla, il conte di Ponthieu, il conte di Trinciavilla, il conte di Logamb, il conte della Serra, il conte di don Martino, il conte di Ventado, il conte di Salisbruc, il conte di Vedasme, il signore di Truoy, il signore di.... il signore de Vali, il maliscalco di Donam, il sire d’Ambrignì. Dati li detti staggi, e venuto il re di Francia a Calese, e liberato di sua prigione, infra li tre mesi seguenti lo re d’Inghilterra dee lasciare libere al re di Francia la villa e la fortezza della Roccella, le castella e ville della contea d’Agenes e loro appartenenze, e il re di Francia tre mesi appresso che partito sarà da Calese dee rendere in Calese quattro persone della villa di Parigi, e due persone di ciascuna villa, ciò sono; Santo Omer, Aranzon, Amiens, Belvaggio, Lilla, Tornai, Doaggio, Long, Rems, Celona, Tors, Ciartres, Tolosa, Lione, Campigno, Roano, Camo, Trasiborgo de’ più sufficienti di dette ville per compimento del trattato. E dee il detto re di Francia e suo primogenito rinunziare ogni diritto e sovranità, e ogni ragione che sopra e nelle città, castella e luoghi potessono usare come vicini, senza appello o quistione per sovranità per lo detto re e reame di Francia, o avere potesse, sopra le dette contee, città, castella, terre, e luoghi, o loro appartenenze, le cede e doni al re d’Inghilterra perpetualmente. E lo re d’Inghilterra e suo primogenito debbono rinunziare al nome e diritto della corona di Francia, e all’omaggio, sovranità e dominio della duchea di Normandia, della duchea di Torenna, della contea d’Arom, e al dominio, sovranità, e omaggio del ducato di Retognac, e alla sovranità e omaggio della contea di Fiandra, e di tutte altre cose appartenenti alla corona di Francia, salvo delle dette contee, città, castella, ville, e luoghi suddetti, che pervenire debbono al re e corona d’Inghilterra; e dee lo detto re d’Inghilterra cedere e trasportare nella corona di Francia ogni ragione somma ove potesse avere. E sì tosto il re d’Inghilterra e suo primogenito ciò debbono fare, come il re di Francia le città, ville, castella, e luoghi che il re di Francia tiene delle sue nominate sopra quelle tiene il re d’Inghilterra avrà date, e consegnate liberamente al detto re d’Inghilterra, o suoi commessarii, le quali son queste; la città di Poittiers, e tutta la terra e paese di Poittu, con essa il fio di Toraci, e la terra di Bellavilla, la città di Gem, la terra e’ paesi d’Agenes, la città di Pelagorga, la città di Caorsa, la città di Limoggia, tutta la contea di Gavera con tutte loro castella, terre e paese. E ciò far dee il re di Francia per infino alla festa di san Giovanni Batista; e ciò fatto, subitamente appresso, davanti a quelli che per lo re di Francia a ciò saranno diputati, lo re d’Inghilterra e suo primogenito debbono rinunziare al reame di Francia, come detto è di sopra, e farne trasporto, cedizione e lasciamento per fede e saramento solennemente, e con lettere patenti aperte e suggellate del suggello reale, le quali lo detto re mandare dee nella natività di nostra Donna prossima avvenire nella chiesa degli agostini di Bruggia, le quali devono essere date a quelli i quali il re di Francia vi mandasse per riceverle. E se nel termine di san Giovanni Batista il detto re di Francia non potesse dare o consegnare al detto re d’Inghilterra, o suoi commessarii a ciò deputati, le sopraddette città, castella, ville i terre, e luoghi, le possa e debba dare e consegnare infra il termine di tutti i Santi prossimi avvenire a un anno, e fatto ciò, dee lo re d’Inghilterra infra il termine di sant’Andrea prossimo seguente fare le dette renunzie, mandare e presentare a Bruggia, come è detto di sopra. E per simile modo è tenuto e dee lo re di Francia e suo primogenito renunziare, trasportare e cedere ogni loro ragione della corona di Francia quali avessono sopra delle città, castella, ville, e terre, e luoghi, che per vigore del presente trattato aver dee lo re d’Inghilterra, e quelle mandare al suddetto termine al luogo degli agostini, dove dare si debbono al re d’Inghilterra, o a’ suoi commessarii a ciò deputati. Nè si dee il re di Francia nè sua gente armare contro al re d’Inghilterra infino a tanto che fornito sia, e mandato pienamente ad esecuzione ciò che nel trattato della pace si contiene e specificato è: e più che durante il detto tempo e termine nel quale lo re di Francia dee dare e consegnare le suddette città, castella, ville, terre, e luoghi, il detto re di Francia e suo primogenito non possano nè debbano in essi usare sovranità o servigio, nè domandare alcuna soggezione, nè querele, nè appellagioni in loro corpi ricevere, nè lo re d’Inghilterra si dee nè procedere nè per altro modo in esse intromettere, nè niente travagliare. Si terminò, e tal fine ebbe la lunga guerra per spazio di ventiquattro anni o circa menata tra gli detti due re, con inestimabile e incredibile danno di persone e di avere degli detti due re e reami, e loro aderenti e seguaci, e sì de’ mercatanti che praticavano i detti due reami. So che mi potea con meno scrittura passare, ma fatto son lungo per mostrare alle genti a quanta viltà venne per allora la corona di Francia. E qui faremo piccolo tramezzamento d’alcune cose occorse fuori della presente materia, acciocchè l’animo e l’intelletto faticato sopra una materia, e quindi avendo preso fastidio, abbi per nuovo cibo ricreazione, e torneremo alle italiane fortune.