CAP. XCIX. D’un trattato si scoperse in Bologna, e quello ne seguì.
Essendo alcuni cittadini bolognesi con alquanti forestieri in trattato co’ capitani dell’oste del Biscione, con impromessa di dare loro una porta se si appressassero alla città, l’oste subito si mosse, e venne a Panicale presso a Bologna a due miglia, il perchè i Bolognesi spaventati ebbono gran paura, onde dì e notte stando in sollecita guardia sagacemente de’ sospetti cercavano, i quali nel mormorio del popolo brogliavano. I traditori veggendo che loro malvagia intenzione ad esecuzione non poteano mandare, e che loro malizia si venia a scoprire, la notte i più presono consiglio, e si collarono a terra delle mura, massimamente i caporali; degli altri alquanti presi ne furono, e messi al macello. Vedendo caporali dell’oste che loro pensiere venia fallato, e che dov’erano gran soffratta di vittuaglia sentivano, del mese di giugno si ritrassono addietro, e tornarsi a Castelfranco; onde dilungati da Bologna miglia ventuno, essendo il tempo del mietere, tutti i Bolognesi, eziandio quelli che usi non erano di sì fatto servigio, sollecitamente puosono mano alla falce, e quello segavano, o grano o biada che fosse, con la paglia con sollecitudine a guisa delle formiche riponeano nella città. Gl’inimici in questi giorni soprastettono assai senza fare loro cavalcate, o per disagio che patito avessono, o perchè attendessono loro paghe, o perchè fossono contenti che i Bolognesi facessono la state perchè più si mantenesse la guerra, o perchè per pecunia fossono corrotti, che più credibile fu; e certo i Bolognesi non furono lenti, ma in pochi dì misono dentro roba da vivere per un anno, che gran conforto fu a’ poveri lavoratori, e a tutta la città.
CAP. C. Come il papa confortò gli ambasciadori bolognesi, e richiese d’aiuto i Fiorentini all’impresa di Bologna.
Il papa avea a grande onore e con paternale accoglienza ricevuti gli ambasciadori bolognesi, e inteso quello che esposto aveano, con amorevoli e persuasive parole riconfortò, con affermare che sarebbono dal tiranno di Milano difesi. È vero che mandato avea un piccolo sussidio di camera al legato, il quale fu prima logoro e stribuito che al legato giugnesse. A principi d’Alamagna, al re d’Ungheria, ai comuni di Toscana mandato avea per aiuto la Chiesa di Roma, e per lo generale de’ romitani, il quale il papa avea per ambasciadore mandato a Firenze, forte strinse esso comune che in servigio di santa Chiesa facesse l’impresa della difesa di Bologna, mostrando con colorate ragioni che atare santa Chiesa, quando seco ha la ragione e la giustizia, contro al tiranno usurpatore, occupatore della libertà di santa Chiesa e degli altri popoli che a libertà vogliono vivere, non era fare contro la pace, e che più utile e fidata vicino era al comune di Firenze la Chiesa di Dio che messer Bernabò, e più altre ragioni rettoricamente dicendo, per le quali dimostrava che ’l comune potea e dovea servire santa Chiesa, e massimamente per conservare in libertà i loro fratelli Bolognesi, ma poco gli valse a questa volta sonare la campanella, che ’l comune di Firenze, usato di mantenere sua fede e lealtà, a questa volta chiuse gli orecchi. Così avesse fatto per l’addietro, e per l’innanzi facesse, perocchè quando per lo passato ha fatte l’alte e grandi imprese, per i governatori della Chiesa di Roma addosso gli sono rimase a strigare; e quando il comune ha avuto bisogno, la Chiesa l’ha al tutto abbandonato, in grave pericolo di suo stato; ora il comune a questa volta stette fermo e costante a non imprendere cose nè per diretto nè per indiretto, che la pace potessono maculare. I principi d’Alamagna e il re d’Ungheria non furono alla richiesta correnti, vogliendo con capo di ragione gravemente procedere sicchè la riuscita vergognosa non fosse, considerata la potenza del signore di Milano. Dipoi del mese di giugno passarono per Firenze gli ambasciadori del re d’Ungheria, i quali andavano al santo padre, e da loro s’ebbe che ’l re avea desti suoi baroni e gente, per averla in punto se bisognasse. Il legato per sodisfare alla guardia di Bologna ha premuto e preme di sussidio di pecunia la Marca, il Ducato e la Romagna, sicchè nè hanno potuto nè possono dormire; e in que’ giorni il legato mandò in Bologna messer Galeotto de’ Malatesti capitano della gente dell’arme, aspettando il gran siniscalco il quale in que’ dì tornare dovea dal signore di Milano con trattato d’accordo; e così i Bolognesi mal guidati e peggio trattati stavano in forse ora d’accordo ora di guerra: la gente del legato guardavano la terra, e i nimici di fuori aveano il campo in balía.
CAP. CI. Come i Chiaravallesi vennero contro a Todi, e come furono rotti e presi.
I Chiaravallesi di Todi aveano menato trattato con certi loro amici d’entro per rientrare in casa loro, ed era il trattato, ch’e’ doveano avere il castello che si chiama la Pietra; e venuto il tempo, a dì 10 di giugno mandaro per lo castello, e loro dato fu. Fatto questo principio con quaranta uomini da cavallo e con gran popolo si dirizzarono a Todi, con speranza che i cittadini fossono intrigati e disordinati per la subita ribellione del castello, e che i loro amici d’entro avessono più baldanza a metterli dentro; avvenne, che desto il popolo per la perdita della Pietra di presente fu sotto l’arme, e quelli del cardinale, i quali allora governavano quella città, de’ quali era il sovrano messer Catalano, sentendo l’avvenimento de’ Chiaravallesi lasciarono le porti con buone guardie, e con loro seguaci a piè e a cavallo francamente si misono fuori a petto ai loro avversari, i quali veggendo la moltitudine del popolo venire con furia contro a loro, impauriti si misono alla fuga, e il popolo a seguitarli, uccidendo cui giugnere poteano; e rotti e straccati i Chiaravallesi, che mattamente s’erano messi innanzi, il popolo con quell’empito furioso se n’andò al castello e riebbelo, con gran danno di quelli che v’erano entrati; e tornati in Todi si riposavo, non trovando di loro cittadini d’entro alcuno sospetto.
CAP. CII. Come l’oste di messer Bernabò si strinse a Bologna, e fermaronvi bastite.
Essendo soggiornata la gente di messer Bernabò a Castelfranco, e preso suo rinfrescamento a utilità de’ Bolognesi come dinanzi è detto, inverso l’uscita di giugno cavalcaro verso Bologna facendo danno d’arsione più che non erano usati, e puosonsi presso a un miglio fuori della porta di santo Stefano, e feciono nuove bastite, e altrove per tenere più stretta la terra e d’intorno la cavalcarono, sicchè la gente si ritenne dell’andare fuori più che non solea, e quando uscivano da lunga dell’oste, ciò faceano con scorta de’ cavalieri d’entro, e recavano della roba, ma non al modo usato, nè senza grande pericolo delle persone.
CAP. CIII. Come la casa reale di Francia feciono parentado co’ Visconti per danari, con vituperio della corona.
La fortuna, maestra e donna delle mondane delizie, senza torre più lontano esempio de’ suoi straboccamenti, ce n’adduce nel presente a narrare uno, lo quale senza stupore di mente chi diritto vorrà giudicare nè porre si può in scrittura nè leggere. Chi arebbe per lo passato, considerato la grandezza della corona di Francia, potuto immaginare, che per gli assalti del piccolo re d’Inghilterra in comparazione del re di Francia fosse a tanto ridotta, che quasi com’all’incanto la propria carne vendesse, la qual cosa è nel cospetto de’ cristiani ammirabile specchio e certissimo dell’infelicità degli stati mondani. E per più mostrare la grandezza di questa misera fortuna, torneremo un poco addietro all’origine del presente stocco regale della casa di Francia. Giovanni lo Sventurato re di Francia ebbe per moglie la figlia del re di Boemia nata d’Ottachero, e sorella carnale di Carlo imperadore de’ Romani, della quale avea tre figliuoli maschi e tre femmine, delle quali l’una era consegrata a Dio nel nobile e ricco monistero di Puscì, l’altra era donna del re di Navarra, la terza nome Elisabetta era la donna del re di Francia: ora esso Giovanni, per soddisfare ai secento migliaia di scudi promessi di pagare in Calese al re d’Inghilterra per i patti della pace, si condusse a vendere al tiranno di Milano messer Galeazzo Visconti per secento migliaia di fiorini la figliuola per giugnerla in matrimonio con messer Giovanni figliuolo di messer Galeazzo, allora d’età d’undici anni, lo quale per lo titolo della dote titolato fu conte di Virtù. Il modo fu questo, che essendo il re di Francia prigione in Inghilterra del mese di giugno detto anno, e occorrendoli spese molte, e più avere a pagare i detti secento migliaia di scudi, e trovandosi male in apparecchio a ciò potere fare, la detta sua figliuola consentì mogliera del detto messer Giovanni, avendo in dono da messer Galeazzo trecento migliaia di fiorini d’oro, e comperando nel reame di Francia dal re baronaggi in nome di dota della detta fanciulla di valuta di trecento migliaia di fiorini: e ciò fu accecamento, che il re ricevuti i danari gli diè la piccolissima contea di Vergiù, tutto che di Virtù volgarmente si titolasse, per coprire la miseria della povera contea. Lo re di Francia per la detta convegna promise, che avuti i trecento migliaia di fiorini al mezzo di settembre di detto anno farebbe la figliuola conducere in Savoia, e ivi la farebbe assegnare al piacimento di messer Galeazzo. Fermate e stipulate solennemente le dette convegne tra il re e messer Galeazzo, parendo a’ signori di Milano avere fatto, quello ch’aveano fatto magnificandosi, mandarono per tutta Italia ambasciadori a significare il fatto, e a invitare baroni, signori e comuni che venissono e mandassono alla loro corte e festa; e cominciarono a ricogliere gioielli, pietre preziose, sciamiti, drappi, quanti in Italia avere ne poterono, facendo di tutto pomposo apparecchiamento. Giunta la fanciulla in Savoia, messer Galeazzo con l’ordine si convenia mandò per lei, e giunta in Milano a dì 8 del mese d’ottobre, la fanciulla in abito e atto regale si contenne, ricevendo riverenza e da’ signori e da loro donne, ma il drappo sopra capo non sofferse, e così stette infino che fu sposata; e da quel punto innanzi posto in oblio la reale dignità e nobiltà di sangue, reverenza fece e a messer Galeazzo, e a messer Bernabò, e alle donne loro. Il corredo cominciò la domenica a dì 11 d’ottobre. con apparecchiamento di molte vivande alla lombarda, di per sè ordinate le donne in numero di secento riccamente ornate, e magnificamente servite, e gli uomini dall’altra parte, essendo gli ambasciadori de’ signori, de’ tiranni, e de’ comuni in numero di più di mille alle prime tavole servite di tre vivande copiosamente. La festa durò per tre giorni, facendo nel cortile di messer Galeazzo del continovo giostre a tre arringhi, e le donne ne’ casamenti d’intorno erano ordinate e alloggiate a vedere; le burbanze furono grandi di sopravveste e cimieri, tale venne in figura del re di Francia, tale del re d’Inghilterra, e così degli altri re, duchi e signori, perchè la festa più onorevole fosse, tutto che valentria d’arme poco o niente vi si facesse da doverlo pregiare; altre notabili cose non vi furono; nell’ultimo messer Bernabò fece il convito suo, e fu fornita la festa. È vero che lungamente dinanzi essendovi giunti gli ambasciadori italiani tutti onorati furono, e fatte loro larghe spese da’ signori con sollecita provvedenza. Messer Giovanni era d’età di dieci anni, il perchè il matrimonio non si potè consumare in questo. Alquanto avemo il tempo passato per ricogliere insieme la storia di questo matrimonio, ora torneremo addietro a più spaventevol volto delle miserie mondane in nostra materia.