CAP. CIV. Come messer Niccolò di Cesaro conte di ... e signore di Messina fu morto con quaranta compagni.

Nel mese di luglio detto anno, essendo messer Niccolò di Cesaro conte di .... tornato in Messina, e senza avere avuto dal re Luigi aiuto col quale potesse con la parte avversa campeggiare, perocchè i Catalani liberamente scorreano il piano tra Messina e Melazzo, e aveano prese parecchie castella, temendo messer Niccolò non prendessono il buono e forte castello di santa Lucia, vi cavalcò con quaranta compagni a cavallo per ordinare la guardia e la difesa che avessono a fare quelli del castello, e per confortarli del soccorso se bisogno loro fosse. Gli uomini del castello che vedeano l’altra parte poderosa e in campo, e che essendo ito messer Niccolò al re Luigi per aiuto non avea menato forza da poterli difendere, cominciarono a turbarsi contra lui, e tanto montò il bestial furore de’ villani, ch’egli co’ suoi compagni si rinchiuse nella rocca; i villani perseverando il loro mal talento mandarono per i Catalani che vi erano presso, e dieronsi a loro; e in esso stante i Catalani mandarono seicento cavalieri e popolo assai con quelli del castello, e assediarono la rocca, la quale per lo subito e sprovveduto caso male era fornita, in tanto che messer Niccolò fu costretto da cercare patti d’arrendersi, e così fè salve le persone: e avendo renduta la rocca fu menato con i suoi compagni a Melazzo, e loro detto fu, che se voleano campare facessono sì, che quelli di Melazzo s’arrendessero loro. Messer Niccolò vedendo nelle mani di cui era, e il partito duro, giudicossi morto, non di manco come valente si mise a tentare se potesse la morte fuggire, e con umili e dolci parole quanto potè pregò quelli di Melazzo, che per lo scampo suo e de’ compagni volessero assentire alla volontà de’ Catalani, ma essi se ne feciono beffe, e la risposta feciono colle balestra; onde i Catalani intralasciata, loro promessa fè, senza alcuna pietà o misericordia davanti a Melazzo e messer Niccolò e tutti i suoi compagni tagliarono a pezzi. Tale fu il fine della breve tirannia di messer Niccola di Cesaro signore di Messina. I Messinesi per la morte di messer Niccolò e de’ compagni scorta la bestiale crudeltà de’ Catalani, e visto che non si poteano confidare, come meglio seppono e poterono s’ordinarono alla difesa, aspettando a tempo dal re Luigi qualche soccorso.

CAP. CV. Come fornito il trattato della pace tra i due re si fè triegua, e giurossi l’una e l’altra, e lo re d’Inghilterra si tornò nell’isola per mandare a esecuzione le cose ordinate.

Fermato a Briagnì il trattato della pace tra i due re di Francia e d’Inghilterra, perchè parea che l’esecuzione d’essa avesse lungo tratto di tempo, feciono ivi medesimo una triegua, perchè ogni radice e materia di guerra cessasse. E ciò fatto, il re d’Inghilterra mandò a Parigi messer Rinaldo di Cubano, messer Bartolommeo Durvasso, messer Francesco Dalla, e messer Ricciardo della Vacca suoi baroni, nella cui presenza il Delfino di Vienna e duca di Normandia, primogenito del re di Francia e governatore del reame, in sul corpo di Cristo sagrato, e in su li santi Evangeli giurò d’attendere e osservare la detta triegua e la pace, e che la farebbe attendere e osservare; appresso lui simile fecero tutti i baroni di Francia che si trovarono in Parigi; e ciò fatto, i detti baroni del re d’Inghilterra si tornarono a Ciartres al re d’Inghilterra. I figliuoli del re d’Inghilterra e lo conte di Lancastro feciono simile giuramento a quello del Delfino di Vienna, e appresso i baroni del re d’Inghilterra che col re si trovarono giuraro come fatto aveano quelli di Francia: e ciò fatto fu a dì 11 del mese di maggio 1360. Le promesse fatte ne’ detti giuramenti furono, che li due re infra tre settimane dopo il prossimo san Giovanni giurerebbono la detta pace in Calese. La detta triegua bandita fu a dì 12 di maggio in Parigi, e appresso per tutto il reame. Fatto il saramento, agli 11 dì il re d’Inghilterra con tutto suo oste pacificamente si partì da Ciartres passando per Normandia, e prendendo derrata per danaio, e col prence suo figliuolo, e con gli altri suoi baroni entrò in mare a ......, e passò in Inghilterra, e tutta sua’ gente d’arme pacificamente si ridusse a Calese. Giunto il re d’Inghilterra, quello di Francia gli diè desinare nella torre di Londra, e quivi per loro fede giurarono di tenere e osservare il trattato di pace; appresso a dì 8 di luglio il re di Francia venne a Calese, e a dì 9 detto il re d’Inghilterra il re di Francia lui e ’l figliuolo convitò a mangiare, e in quella mattina lo re di Francia fermò l’accordo tra il re d’Inghilterra e ’l conte di Fiandra, e il detto conte andò a Calese, e da ciascuno re lietamente fu ricevuto. Poi a dì 14 di luglio, Carlo primogenito del re di Francia, duca di Normandia, e Delfino di Vienna, e governatore di Francia, da Bologna sul mare andò a Calese a vedere il padre, e desinò col re d’Inghilterra, l’altra mattina si partì. È vero che perchè non dubitasse lo re d’Inghilterra mandò a Bologna due figliuoli come staggi; poi sabato mattina a dì 24 di luglio, l’abate di Clugnì nella Chiesa di san Niccolò in Calese, nella presenza de’ detti due re e di due figliuoli di ciascuno, e di più di sessanta baroni tra dell’uno e dell’altro re, disse messa, e consegrato il corpo di Cristo, quando venne al terzo Agnus Dei che dice, dona nobis pacem, li detti due re si inginocchiarono con molta reverenza; l’abate si rivolse a loro col corpo di Cristo sagrato in mano, sopra il quale i due re giurarono d’attendere e osservare il trattato della pace, poi di quella detta ostia si comunicarono insieme. Appresso l’abate loro porse li santi Evangeli, e ancora sopra essi giurarono; giurato che ebbono i due re, similemente giurarono i loro figliuoli, e tutti i loro baroni che erano quivi nel numero detto di sopra. Detta la messa, messer Filippo di Navarra con tre baroni per parte del re di Navarra, e il duca d’Orliens fratello del re di Francia con tre altri baroni feciono e giurarono pace in vece e nome del re loro. Appresso il re d’Inghilterra fece pace col conte di Fiandra, e il duca di Lancastro cugino del re d’Inghilterra fece omaggio al re di Francia per le terre che da lui tenea in Campagna per retaggio della madre; e in questo stante la contea di Monforte fu renduta a messer Gianni di Brettagna. Lo re di Francia per mostrare sua magnificenza, sopra i patti della pace di grato donò al re d’Inghilterra la Roccella. Fu la detta pace gridata ne’ due reami a dì 24 d’ottobre 1360. Lo re d’Inghilterra dove in suo titolo dicea, re di Francia e d’Inghilterra, signore d’Irlanda e d’Aquitania, del detto titolo levò re di Francia, ma non rinunziò perciò alla signoria di Francia, perchè lo re di Francia non avea rinunziato alla sovranità e risorto delle città e castella, terre e cose le quali per l’osservanza della pace avea concedute al re d’Inghilterra, ma bene l’avea tratte della sorte della città, castella e luoghi al suo reame debiti e sottoposti; e certo per li patti rinunziare dovea, ricevute certe terre dal re d’Inghilterra: e ciò consentendo li due re, parvono per grandezza d’animo in tacito accordo. Lo re di Francia, lo quale era stato prigione d’Inghilterra anni quattro e dì venticinque, pagati li secento migliaia di scudi, e con la buona volontà del re d’Inghilterra se n’andò a Bologna sul mare, e di là poi a santo Dionigi. Lo re d’Inghilterra di poi a dì 31 di gennaio partì da Calese, e seco ne menò il duca d’Angiò e quello di Berrì figliuoli del re di Francia, e il duca d’Orliens, e quello di Borbona, messer Piero di Lanzone, e ’l fratello del conte di Stapè, tutti de’ reali di Francia, con tutti gli altri baroni e quelli che scrivemo di sopra che dovea staggi tenere. Lo re di Francia essendo a san Dionigi, avanti ch’entrasse in Parigi, a dì 2 di dicembre mandò al re di Navarra che venisse a lui, e perchè sicuramente venisse, gli mandò sofficienti stadichi. Lo re di Navarra non gli parendo avere misfatto alla corona liberamente insieme con gli staggi che ’l re gli avea mandati venne a lui, e giuntò gli fè la debita riverenza, e dipoi appresso giurò in sul corpo di Cristo sagrato nella presenza del re, che da quel giorno innanzi gli sarebbe buono e leale figliuolo, e fedele suggetto. Lo re di Francia appresso giurò che a lui sarebbe buon padre e signore: seguendo appresso il duca di Normandia e messer Filippo di Navarra giurarono fedelmente diritta amistà e fratellanza; e più il detto re di Navarra promise e giurò di fare a suo podere che ’l re d’Inghilterra la pace conchiusa a Briagnì osserverebbe. Il seguente dì, che fu il tredecimo dì di dicembre, lo re di Francia entrò in Parigi, dove a grande onore fu ricevuto, e donato dalla comune vasellamento d’argento appresso di mille marchi. Lo re riposato, ordine diede a dirizzare e sè e il reame regolandosi a minori spese, e fè battere moneta a soldi sedici il franco.

CAP. CVI. Come tre castella si rubellarono nella Marca al legato.

Scritto avemo il fine della lunga guerra delli due re di Francia e d’Inghilterra, tornando alle italiane tempeste ne occorre, che essendo l’oste di messer Bernabò a Bologna, continovo facea tenere trattati in Romagna e nella Marca, e li paesani per le disordinate gravezze che il legato faceva loro si rammaricavano forte, onde a coloro ch’erano disposti a mal fare ne cresceva baldanza; e però a petizione di quelli da Boschereto, aspettando forza da messer Bernabò secondo la promessa, ribellarono in un dì all’uscita di luglio il loro castello di Boschereto, e Corinalto e Montenuovo, in loro vicinanza, terre forti e ubertuose d’ogni bene da vivere. Il legato sentendo questa ribellione, incontanente vi fece cavalcare messer Galeotto de’ Malatesti con gente assai a piè e a cavallo, e innanzi che quelli di Corinalto si potessono provvedere alla difesa furono soprappresi in pochi dì per modo s’arrenderono, e salvate le persone, il castello fu rubato e arso. L’altre due ch’erano più forti e meglio ordinate alla difesa ricevettono l’assedio, aspettando soccorso dall’oste di messer Bernabò.

CAP. CVII. Come mortalità dell’anguinaia ricominciò in diverse parti del mondo.

Non è da lasciare in obliazione la moría mirabile dell’anguinaia in quest’anno ricominciata, simile a quella che principio ebbe nel 1348 infino nel 1350, come narrammo nel cominciamento del primo libro di questo nostro trattato. Questa pestilenza ricominciò del mese di maggio in Fiandra, che di largo il terzo de’ cittadini e oltra morirono, offendendo più il minuto popolo e povera gente che a’ mezzani, maggiori e forestieri, che pochi ne perirono, e durovvi infino all’uscita d’ottobre del detto anno, e così seguitò per l’altra Fiandra. In Brabante toccò poco, e così in Piccardia, ma nel vescovado di Lieges fè spaventevole dammaggio, perocchè la metà de’ viventi periro. Di poi si venne stendendo nella bassa Alamagna toccando non generalmente ogni terra, ma quasi quelle dove prima non avea gravate, e valicò nel Frioli e nella Schiavonia; e fu di quella medesima infertà d’enfiatura d’anguinaia e sotto il ditello come la prima generale, e sì era passato dal tempo di quella e suo cominciamento a quello di questa per spazio di quattordici anni, e anni dieci della fine di quella a questa, essendo alcuna volta tra questo tempo ritocca ora in uno ora in altro luogo, ma non grande come questo anno, certificando gli uomini correnti nel male che la mano di Dio non è stanca nè limitata da costellazioni nè da fisiche ragioni. Addivenne nel Frioli e in Ungheria, che la moría cominciata in enfiatura tornò in uscimento di sangue, e poi si convertì in febbre, e molti febbricosi farnetici, ballando e cantando morivano. E in questi tempi occorse cosa assai degna di nota, che in Pollonia, nelle parti confinanti con le terre dell’imperio, essendo in esse grandissima quantità di Giudei, i paesani cominciarono a mormorare, dicendo, che questa pestilenza loro venia per i Giudei; onde i Giudei temendo mandarono al re de’ loro anziani a chiederli misericordia, e fecionli gran doni di moneta, e d’una corona di smisurata valuta; lo re conservare gli volea, ma i popoli furiosi non si poterono quietare, ma correndo straboccatamente tra’ Giudei, e quasi a ultima consumazione, con ferro e fuoco oltre a diecimila Giudei spensono, e alla camera del re tutti i loro beni furono incorporati.

CAP. CVIII. Come il comune di Firenze prese Montecarelli e Montevivagni, e in essi preso il conte Tano, venuto a Firenze fu decapitato.

Essendo il conte Tano de’ conti Alberti per i suoi difetti e prave operazioni nemico al comune di Firenze, massimamente per l’accostarsi che fè con l’arcivescovo di Milano, in cui favore, (quando la gente del detto arcivescovo, essendone capitano messer Giovanni da Oleggio, passò in Mugello, e assediò la Scarperia) ribellò il castello di Montecarelli, caldeggiando l’oste ch’era alla Scarperia, di questa impresa ne piace dire alcuna piacevole e notabile ricordanza; che essendo appresso del detto conte un matto giocolaro, un giorno si mise in un fossato che dividea il contado del conte da quello del comune di Firenze, e quivi come assalito ad alta boce cominciò a gridare per molte riprese, accorri uomo, alle cui grida trassono in breve tempo oltre a cinquecento fanti del contado del comune di Firenze, i quali per le malizie del conte stavano sempre ad orecchi levati, e simile vi trasse il conte, e riprese il matto, ed esso riprese lui, dicendoli: Conte, guarda che a un mio piccolo grido subito sono corsi cinquecento uomini di quello del comune di Firenze, e niuno tratto ce n’è di quelli dell’arcivescovo di Milano: in buona fè, conte, tu sonerai il corno d’Orlando, e in tuo aiuto e favore non trarranno cinque di quelli di Milano in un anno. Lo detto conte bestiale, o per paura ch’avesse del comune di Firenze, o per averlo a vile, gli sbanditi del detto comune ritenea, e coloro ch’erano più rei e famosi di mal fare; per questo avvenne, che a loro posta entravano nel Mugello, e gli uomini uccideano e rubavano, e rifuggeano in Montecarelli, e ciò feciono sconciamente più volte; il perchè il comune ciò fè noto all’arcivescovo di Milano, il quale rispuose ch’era contro a sua coscienza, e ch’esso non era favoreggiatore di ladroni, e che il comune di Firenze facesse quello volesse giustizia e pace del paese; il perchè il comune con ordinato processo fè sbandire e condannare il detto conte e più altri nell’avere e nella persona, nonostante che per la pace dal comune di Firenze all’arcivescovo costui da’ Fiorentini non dovesse essere gravato. Quivi procedette, che a dì 12 d’agosto detto anno, il comune di Firenze mandò dugento uomini di cavallo e molti fanti del Mugello a Montecarelli, avendo trattato con fedeli del conte che il castello sarebbe dato. Il conte Tano veggendo gli atti de’ fedeli, e di quelli prendendo sospetto, s’era rifuggito co’ masnadieri che seco avea, e con gli sbanditi del comune di Firenze in Montevivagni. Come il castello di Montecarelli fu attorniato dalla gente del comune di Firenze, i fedeli del conte che l’aveano in guardia seguendo il trattato di subito s’arrenderono salvi, ricevuti furono nella protezione del comune. Il castello per diliberazione del comune infino alle fondamenta fu abbattuto, e il capitano di Firenze fatto capitano dell’oste si dirizzò all’assedio di Montevivagni; ed essendosi il conte provveduto alla difesa, per gli suoi sconci peccati perdè il senno a non prendere accordo col comune di Firenze, che ’l potè avere a vantaggio, solo dando le ragioni del detto Montevivagni al comune di Firenze, e prendendo danari, anzi si mise mattamente alla difesa; il capitano dell’oste gli tolse per forza un poggetto nomato l’Arcivescovo, e ciò avuto, d’intorno intorno l’assediò infino a dì 8 di settembre. Questo dì vi cominciò a dare la battaglia, e combattendosi forte, quelli ch’aveano la guardia della torre domandarono d’essere salvi come gli altri fedeli del conte, e fatto loro la promessa, cominciarono a dare delle pietre a’ masnadieri e sbanditi ch’erano alla difesa delle mura col conte, e per forza gliene levarono; onde il conte con suoi malfattori fu costretto arrendersi alla misericordia del comune di Firenze. Fuvvi preso il conte con uno degli Ubaldini, e con quattordici caporali sbanditi del comune di Firenze, e lasciati liberi i fedeli. Il conte con i predetti vennono legati dinanzi al potestà e capitano, che con gran festa fu ricevuto, assai maggiore non si convenia a sì piccolo fatto. Poi a dì 14 di settembre, il dì di santa Croce, il detto conte Tano per lo bando che avea fu dicapitato, e seppellito in santa Croce dirimpetto alla cappella di santo Lodovico a piè delle scalee, quasi nel mezzo; quello degli Ubaldini a richiesta de’ suoi consorti fu loro renduto. Gli sbanditi furono tranati e appesi vilmente. Tale fu il fine della spelonca di Montecarelli, e del suo conte Tano e sua corrotta fede, in non lieve esempio degli altri vicini del comune di Firenze.