CAP. CIX. Come in Francia si cominciò compagnia denominata bianca.
Nella concordia presa degli due re di Francia e d’Inghilterra, della quale s’attendea certa fine di buona pace, essendo il re d’Inghilterra co’ figliuoli e con l’oste sua tornato nell’isola, molti cavalieri e arcieri inghilesi usati alle prede e ruberie si rimasono nel paese: e avendo messer Beltramo di Crechì e l’arciprete di Pelagorga ordinato di fare compagnia, raccolsono ogni maniera di gente la quale trovarono disposta a mal fare, ed ebbono Franceschi, Tedeschi, Inghilesi, Guasconi, e Borgognoni, Normandi, e Provenzali, e crebbono in poco di tempo in grande numero, e nomarsi la compagnia bianca, e cominciarono a conturbare i paesi, e a trarre danari e roba d’ogni parte, e così stettono infino che la pace fu ferma, e il re di Francia lasciato di prigione; allora per comandamento de’ detti due re sotto pena di cuore e d’avere, e d’essere perseguitati da’ loro signori, s’uscirono del reame di Francia, e ridussonsi a Lingrè nell’impero, e ivi s’accolsono in numero di seimila barbute, essendo in paese grasso e ubertuoso da vivere: cercarono di valicare a Lione, i paesani s’adunarono a’ passi, e impedivanli per modo, che dove erano si ritennono lungamente con far danno assai con loro poco frutto.
CAP. CX. Della gravezza fatta per messer Bernabò ai cherici e laici, rotto il trattato della pace.
Vedendo messer Bernabò che la Chiesa si sforzava alla difesa di Bologna, e che l’intenzione sua non si empieva tosto come pensava, e che la spesa cresceva, fece stimare tutte le rendite e’ beni de’ prelati e cherici che erano sotto sua tirannia, e fatta la tassazione ebbe per nome e sopra nome tutti i secolari poderosi vicini alle prelature, benefiche chiese, e comandamento fece, che qualunque vicinanza infra certo tempo avessono pagato alla camera sua quelli danari che il beneficio era tassato, e il beneficio rispondea alla tassazione, che pagassono, e così convenne che fatto fosse, per modo che in tre mesi, luglio, agosto e settembre, ebbe nella camera sua de’ beni de’ cherici per questa via oltre a trecento trenta migliaia di fiorini d’oro, e di secolari sudditi suoi oltre alle sue rendite ordinate in sussidio di trecentosettanta migliaia di fiorini d’oro, e ciò per sostenere e fornire l’impresa fatta, e che fare intendea dell’oste sua sopra la città di Bologna: e convenne che così fatto fosse perchè il volle, e nel tempo, stimandosi il superbo tiranno di vincere per stracca la città di Bologna, e la Chiesa che presa l’avea. Essendo messer Niccola Acciaiuoli grande siniscalco del regno di Puglia con messer Bernabò per trattare accordo da lui alla Chiesa de’ fatti di Bologna, e venuto al legato, e trovatolo con più animo fermo contro al tiranno che non si stimava, avendo il legato ordinato certe convegne da trattarsi nella pace, e per uno famigliare del gran siniscalco le fece mandare a messer Bernabò, il quale volle che a capitolo a capitolo gli fossero lette, e leggendosi, a catuno capitolo rispondea, e io voglio Bologna, e così al tutto rimase il trattato rotto, con arrota di più villane novelle di parole dal tiranno al legato. Ed era in questi giorni la città di Bologna molto stretta, e pativa disagi e gravezze assai, ma di fuori si procacciava il soccorso per il legato con molta sollicitudine, e messer Bernabò continovo tenea un trattato d’impacciare il legato nella Marca e nella Romagna.
CAP. CXI. Come il capitano dell’oste di messer Bernabò mandò a soccorrere le castella ribellate al legato nella Marca.
Sentendo il capitano dell’oste da Bologna come delle tre castella rebellate al legato le due si teneano aspettando soccorso, mandò Anichino di Bongardo Tedesco con millecinquecento barbute e con mille masnadieri per soccorrerli, e per prendere luogo nella Marca, e impacciare il legato sì di là che non potesse soccorrere Bologna, e chiaramente gli venia fatto, se Anichino fosse stato leale, perocchè senza contasto entrò in Romagna, e fu a Rimini, e messer Pandolfo e l’oste del legato per paura si partì dall’assedio del castello: ma come che la cosa s’andasse, e’ non volle andare più oltre, e d’allora innanzi fece delle cose che tornarono a gran beneficio dell’impresa del legato, e a onta e vergogna di messer Bernabò, come seguendo nostra materia nel principio del decimo libro racconteremo. Tornossi addietro Anichino, e le castella s’arrenderono al legato e furono disfatte, all’uscita d’agosto detto anno.
CAP. CXII. Ancora dello stato del tempo e della moria dell’anguinaia.
Questo anno fu singolare di continovo sereno tutta la state e di notabile caldo, ed ebbe secondo il lungo tempo secco e caldo comunale ricolta di grano e di vino, e degli altri frutti della terra, ma la moría fu grandissima in molte parti occidentali, come narrato di sopra avemo, e l’Italia ebbe molti infermi di lunghe malattie, ed assai morti; e generale infermità di vaiuolo fu nella state di fanciulli e ne’ garzoni, ed eziandio negli uomini e femmine di maggiori etadi, ch’era cosa di stupore e fastidiosa a vedere.
CAP. CXIII. Come i Pisani arsono un castello de’ Pistoiesi.
In questi dì i Pisani con dugento barbute e mille fanti cavalcarono sopra i Pistoiesi, e presono e arsono un loro castello nella montagna, nel quale nella veritade si riparava gente di mala condizione, e che faceano danno ai loro distrettuali. Male ne parve ai Fiorentini, ma fu sì piccola cosa, che per lo meno male s’infinsono di non lo vedere.