CAP. XX. Come messer Bernabò fece combattere Castro.
Come poco innanzi narrammo, messer Bernabò signore di Milano avea lungamente tenuti assediati nel castello di Castro in sul Milanese mille cavalieri, e cinquecento masnadieri di quelli della compagnia, con speranza d’averli per forza e di farli impiccare. E avendo fatto ordinare sua gente alla battaglia, non essendo il castello forte, da ogni parte il fece assalire con aspra e stretta battaglia; e avvegnachè ’l luogo fosse debole alla loro difesa, la necessità di difendere catuno la vita, diede loro smisurata sollecitudine e forza alla difesa, e combatterono sì aspramente contro alla moltitudine de’ loro nemici, che per forza gli ributtarono addietro della battaglia, e con danno di molti morti e d’assai magagnati si ritornarono addietro al campo loro, ch’era intorno al casale. Avendo l’altra parte della compagnia ch’era in Vercelli sentito il pericolo de’ loro compagni, mandarono ad avvisarli della giornata, che verrebbeno col loro sforzo per levarli di là, acciocch’elli stessono apparecchiati. E incontanente, improvviso alla gente de’ signori di Milano, del mese di dicembre anno detto, con duemila barbute bene in concio se ne vennero in sul contado di Milano dall’una delle parti del casale: e trovando in concio i loro compagni ch’erano in Castro, con bella schiera fatta s’uscirono del casale, e aggiunsonsi co’ loro compagni, per modo che la gente del tiranno non ebbe ardire di muoversi contro a loro. E in questo modo senza niuno assalto si ridussono, con vergogna de’ signori di Milano, sani e salvi in Vercellese.
CAP. XXI. Come si cominciò a trattare pace da’ collegati a’ Visconti.
Dibattuta lungamente la guerra tra’ signori di Milano e gli altri Lombardi collegati, e le cose molto imbarrate da ogni parte, non ostante che in molte cose la fortuna avesse prosperato gli allegati, e vergognata l’altra parte, tant’era la forza de’ signori di Milano di danari e di gente d’arme, che solo sostenendo consumava gli allegati, e della perdita delle genti e delle terre piccole non si curavano, e continovo ogni mese aveano fornite e ricresciute le loro masnade, mostrando maggiore forza l’un dì che l’altro, tenendo l’oste sopra Mantova, e facendo cavalcare sopra i Lombardi, tormentandoli dopo le sconfitte ricevute più che prima. Il signore di Mantova, toccandogli la guerra più nel vivo, mandò messer Feltrino da Gonzaga a’ collegati per riprendere il trattato della pace co’ signori di Milano, e fece dare speranza a’ signori di Milano di dar loro la città di Reggio, e per questo diedono udienza al trattato del mese di gennaio del detto anno. Ma innanzi che ’l trattato avesse effetto, altre cose avvennono tra loro, le quali prima ci verranno a raccontare.
CAP. XXII. Come i Perugini puosono cinque battifolli a Cortona.
Tornando a’ fatti di Cortona, trovando coloro ch’allora reggevano il comune di Perugia, che l’impresa non era stata ben fatta, e ch’e’ Fiorentini glie ne riprendeano, e molti altri loro buoni cittadini, per non avere vergogna dell’impresa, poichè fatta l’aveano, e il popolo minuto, che allora reggea la città, se ne mostrò tanto infocato, che incontanente crebbono gente d’arme da piè e da cavallo, per fornire il contradio di quello che erano pregati da’ Fiorentini. E già però i Fiorentini per troppo amore che portavano a quel comune, e per vergogna che ricevessono di loro promessa non vollono tramettersi contro a’ Perugini per difesa de’ Cortonesi, com’e’ poteano a loro vantaggio, altro che con parole, onde da’ savi uomini furono assai biasimati. E’ Perugini vedendo che ’l comune di Firenze non volea prendere la guardia di Cortona, come e’ dovea e potea fare, presono più baldanza, e rinforzarono l’oste di molta gente, e chiusono la città d’assedio con cinque battifolli, per modo che non vi si poteva entrare nè uscire senza grande pericolo; e questo fu all’entrata del mese di gennaio del detto anno. Gli assediati erano male forniti di gente forestiera alla difesa, e a’ cittadini convenia fare la guardia grande di dì e di notte che gli affliggea molto, e questo dava grande speranza a’ Perugini di venire a’ loro intendimenti; e ’l signore ne stava in grande gelosia, temendo de’ suoi cittadini, ma i cittadini per singolare odio che portavano a’ Perugini, temendo di venire alla loro suggezione, rassicurarono il signore, e strinsonsi con lui, e ordinarono la guardia volontaria e buona alla difesa della città, e cominciarono a trattare de’ loro rimedi.
CAP. XXIII. Come i Trevigiani furono rotti dagli Ungheri.
Lavorandosi il terreno de’ Trevigiani per gli Ungheri, come già è detto, trovandosi in Trevigi una franca masnada di cavalieri e di masnadieri, avendo pensato di fare una grande e utile preda, ed essendo i lavoratori pe’ campi sotto la guardia degli Ungheri operando la terra senza paura, non temendo de’ Trevigiani, i cavalieri ch’erano in Trevigi, con certi Veneziani e Trevigiani a cavallo, e con tutti i masnadieri a piè, una mattina innanzi al dì uscirono della terra cinquecento cavalieri, e altrettanti masnadieri e gran popolo, e cavalcarono il paese, e raccolsono grandissima preda di bestiame grosso e minuto, e d’uomini. Gli Ungheri sentirono il romore, e come gente apparecchiata di loro cavalli e che non s’hanno a vestire arme, di tutte le castella d’attorno trassono a pochi e ad assai insieme, e cominciarono da ogni parte a impedire colle loro saette i nemici, e non gli lasciavano cavalcare innanzi alla loro ritratta. E tenendoli per questo modo, l’altra moltitudine degli Ungheri traeva e cresceva loro addosso sempre saettando, uccidendo e fedendo de’ cavalli e degli uomini; e perchè contro a loro si movessono i cavalieri, e’ si voltavano, e fuggivano, e ritornavano prestamente. E non valendo a’ Trevigiani il combattere e ’l lanciare, che a mano a mano n’aveano più addosso, convenne loro per forza abbandonare la preda, e intendere a campare le persone; ma non lo poterono fare sì interamente, che de’ loro non rimanessono trecento tra morti e presi, a cavallo e a piè. E d’allora innanzi di Trevigi non uscì più gente per vantaggio che fosse loro mostrato di fuori, e’ Veneziani con più appetito procacciavano l’accordo della pace col re d’Ungheria.
CAP. XXIV. Cominciamenti di nuovi scandali nella città di Firenze.
Era la città di Firenze in questi tempi in grande tranquillità e pace dentro, e di fuori non avea nemici, e con tutti i comuni e signori d’Italia era in amicizia, non avendo contro ad alcuno voluto pigliare parte, e con tutti quelli ch’aveano guerra travagliatosi della pace, e la novità del porto di Talamone non inducea guerra. La città dentro per l’ordine de’ divieti delle famiglie de’ popolani, quando alcuno era tratto agli ufici de’ collegi, aveva fatto venire il reggimento del comune in molte genti d’ogni ragione, e ’l più in artefici minuti, e in singulari e nuovi cittadini, e a costoro quasi non toccava divieto perchè non erano di consorteria, sicchè frequentemente ritornavano agli ufici, e’ grandi e potenti cittadini delle gran famiglie vi tornavano di rado. Ancora poca distinzione si faceva per uno comune buono stato degli uomini: e chi era senza vergogna, a’ tempi che s’insaccavano per squittino generale gli uomini all’uficio del priorato, si provvedea dinanzi con gli amici, e colle preghiere, e con doni, e con spessi conviti; e per questo modo più indegni e illiciti uomini si ritrovavano agli ufici, che virtuosi e degni. Nondimeno la cittadinanza era più unita al comune bene, e le sette aveano meno luogo, e i nuovi e piccoli cittadini negli ufici non aveano ardire di far male nella infanzia de’ loro magistrati. Nondimeno in grande fallo e pericoloso correa la repubblica di non riparare a’ manifesti falli che si commettevano negli squittini, come detto è. Ma certi uomini grandi e popolari avvedendosi dell’errore del comune, con grave e sagace malizia, e a fine reo di divenire tirannelli, s’avvisarono insieme, e quello che si dovea, e potea racconciare con ordine di buona legge e onesta al fare degli squittini, convertirono sotto il titolo della parte guelfa, dicendo, ch’e’ ghibellini occupavano gli ufici, e che se i guelfi non riparassono a questo, poteano pensare di perdere tosto loro stato e la franchigia del comune, la cui franchigia mantenea la libertà in Italia. E di vero la parte guelfa è fondamento e rocca ferma e stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per modo che se alcuno guelfo divien tiranno, convien per forza ch’e’ diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduta la sperienza; sicchè grande beneficio del nostro comune è a mantenere e accrescere la parte guelfa. Costoro, avendo conceputa la malizia, e conferita con certi delle grandi famiglie, dicendo, che quello che intendeano fare sarebbe materia al comune d’abbreviare i divieti, presono conforto e favore di venire alla loro intenzione. E succedendo all’uficio del capitanato della parte de’ caporali che la coperta iniquità aveano conceputa, per potere con loro seguito avere a tutti i cittadini guelfi e ghibellini il bastone sopra capo, e potere le loro spezialità sotto il detto bastone in comune e in diviso adempiere; ed essendo allora per consueto ordine due cavalieri de’ grandi e due popolani capitani, raccozzò la fortuna certi cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua condizione, messer Guelfo Gherardini, messer Geri de’ Pazzi, Tommaso di Serontino Brancacci, Simone di ser Giovanni Siminetti, cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua condizione. I grandi astuti e cupidi d’uficio, e d’avere poveri, dispetti e detratti degli onori del comune per non sapere usare la virtù col senno; gli altri popolari erano conferenti a’ grandi nelle predette cose, fuori che negli ufici usurpati più per procaccio che per virtù. Costoro tutti in concordia traendo non al bisogno, o al beneficio del comune o della parte, ma a quel fine che già è detto, ordinarono una petizione, che in sustanza contenne, che quale cittadino o contadino di Firenze, ghibellino o non vero guelfo, avesse avuto per addietro, o avesse per innanzi alcuno uficio del comune di Firenze, potesse essere accusato palesemente e occultamente, non nominando eziandio l’accusatore; e che approvandosi l’accusa per sei testimoni di pubblica fama, che l’accusato fesse ghibellino o non vero guelfo, essendo i testimoni approvati per uomini degni da potere portare testimonianza, per li capitani della parte, e per li consoli delle loro arti, dovesse l’accusato e provato, com’è detto, essere condannato ad arbitrio della signoria ch’avesse l’accusa innanzi, nella testa o in quantità di moneta, ch’almeno fosse libbre cinquecento di fiorini piccioli, e rimosso da ogni uficio e onore del comune; e ch’e’ testimoni non potessono essere riprovati di falso. E portata l’iniqua petizione per li detti capitani a’ signori e a’ collegi, ed esaminata, parendo loro ch’ella fosse iniqua e ingiusta, non la vollono ammettere nè diliberare tra loro. Per la qual cosa i capitani gli abominavano contro alla parte, e di loro seguaci raunarono più di dugento cittadini scelti a loro modo, e con essi sotto il titolo della difensione di parte guelfa, a cui niuno s’opponeva, andarono con grande baldanza a’ priori e al consiglio, e dissono, ch’e’ non si partirebbono di là, che la petizione sarebbe diliberata, e così convenne che si facesse; e vinta fu a dì 15 di gennaio anno detto. E avuta la petizione alla loro malvagia intenzione, di presente si racchiusono insieme nel palagio della parte, e per loro squittini feciono capitani, e priori, e consiglieri di parte di loro seguito per molti anni, con assai pubblica, sfacciata, e disonesta spezialtà, e sotto falso nome di parte guelfa trovando modo di distruggere e d’abbassare il giusto e santo nome di quella, ebbono podere di fare ogni cosa secondo il loro disordinato appetito. Della qual cosa seguitò subitamente grande inquietazione del tranquillo e buono stato del comune, e tutti i cittadini disposti a volere fare i fatti loro, e non concorrenti alla sconcia setta, stavano sospesi di loro stato e di loro onore: e comune turbazione ne cadde tra’ cittadini, e appresso ne seguitarono sconce ingiurie e gravi pericoli alla nostra città, come leggendo innanzi pe’ tempi si potrà comprendere.