CAP. XXV. D’un singolare accidente ch’avvenne in questi paesi.
Essendo dal cominciamento del verno continovato fino al gennaio un’aria sottilissima, chiara e serena, e mantenuta senza ravvolgimento di nuvoli o di venti, oltre all’usato natural modo, per sperienza del fatto si conobbe, che da questa aria venne un’influenza, che poco meno che tutti i corpi umani della città, e del contado e distretto di Firenze, e delle circustanti vicinanze fece infreddare, e durare il freddo avvelenato ne’ corpi assai più lungamente che l’usato modo. E per dieta o per altri argomenti ch’e’ medici facessono o sapessono trovare, non poteano avacciare la liberagione, nè da quello liberare le loro persone, e molti dopo la lunga malattia ne morivano; e vegnendo appresso la primavera, molti morirono di subitana morte. Dissesi per gli astrolaghi, che fu per influenza di costellazioni, altri per troppa sottigliezza d’aria nel tempo della vernata.
CAP. XXVI. Come in Firenze nacque una fanciulla mostruosa.
A dì 4 di febbraio anno detto nacque in Firenze al Poggio de’ Magnoli una fanciulla portata sette mesi nel ventre della madre, la quale avea sei dita in ciascuna mano e in catuno piede, e i piedi rivolti in su verso le gambe, senza naso, e senza il labbro di sopra, e con quattro denti canini lunghi da ogni parte della bocca due, uno di sopra e uno di sotto; il viso avea tutto piano, e gli occhi senza ciglia: e vivette dalla domenica a vespro al lunedì vegnente alla detta ora, e più sarebbe vivuta se avesse potuto prendere il latte.
CAP. XXVII. Come i Sanesi si scopersono nemici de’ Perugini.
Il comune di Siena aspettando, e vedendo ch’e’ Fiorentini non rimoveano i Perugini della impresa di Cortona, avendo il signore di Cortona singulare amistà co’ Sanesi, gli avea richiesti d’aiuto; e i Sanesi gravandosi de’ Perugini ch’atavano contro a loro quelli di Montepulciano, furono contenti d’avere cagione di atare i Cortonesi. E in prima cercarono per più riprese di mettere masnadieri di furto nella città, e per la sollecita e buona guardia de’ Perugini non venne fatto, anzi ne furon presi e morti, ch’aggiunse a’ Sanesi maggiore sdegno. E trovandosi già scoperti da’ Perugini per queste cavalcate, conobbono che in palese conveniva fare l’impresa incominciata, se non ne volevano rimanere vituperati. Cercarono in prima avanzare, se fare il potessono, e tennero in prima due trattati, l’uno in Chiusi, e l’altro in Sarteano; e accolta gente a cavallo e a piè cavalcarono prima a Chiusi, credendovisi entrare, ma la guardia v’era buona, sicchè i loro amici non ebbono ardire di muoversi, e con vergogna si tornarono addietro. Appresso cavalcarono a Sarteano, e anche con disonore, scoperti al tutto nemici de’ Perugini, si tornarono in Siena.
CAP. XXVIII. Come i Sanesi misono cavalieri in Cortona alla guardia.
Fatto questo cominciamento per li Sanesi senza alcuno acquisto, intendendosi con gli assediati, sentirono da loro, come tra la bastita della Pieve a quella dall’Orsaia avea gran campo voto in mezzo, per lo quale avvisatamente si potea fare passare della gente; incontanente i Sanesi elessono cento cavalieri ben montati, e cinquanta Ungheri con alquanti masnadieri scorti e destri, e con buona condotta li feciono cavalcare una notte per modo, che giunti la mattina per tempo al luogo tra le due bastite, senz’essere scoperti, stretti insieme si misono a passare, e senza ricevere impedimento entrarono in Cortona, ricevuti dal signore e da tutti i cittadini a gran festa, come gente ch’aveano gran bisogno d’aiuto e di soccorso; e immantinente misono l’insegna del comune di Siena nel cospetto de’ Perugini in sulla torre della porta maestra, e appresso cominciarono a uscire fuori a loro posta, e dare noia e danno a quelli del campo, e a ricevere e a mettere roba nella città, di che eglino aveano bisogno, e massimamente strame e legne, che di vittuaglia erano assai bene abbondanti. Per questa novità i Perugini si vidono al tutto entrati in guerra co’ Sanesi, e’ Sanesi co’ Perugini, e però catuno si mise in provvisione; e’ Sanesi con maggiore sollecitudine feciono provvisione d’avere danari in comune; ed essendo uno Anichino di Bongardo Tedesco fatto capo d’una nuova compagnia che si levava, ed erano già accolti insieme più di milledugento barbute, mandaronlo a conducere con tutta sua cavalleria. Lasceremo alquanto al presente le novità di Toscana per dare parte a quelle di Francia, che prima ci offrono con non minore ammirazione di lieve materia sformato avvenimento.
CAP. XXIX. La cagione che mosse i borgesi di Parigi a nuovo stato.
Essendo in alcuna cospirazione segreta di trattato il proposto de’ mercatanti di Parigi col re di Navarra, favoreggiato occultamente dal re d’Inghilterra, prese ardire, e ’l caso gli apparecchiò la materia acconcia al suo proponimento. Uno borgese di Parigi vendè al Delfino di Vienna, primogenito del re di Francia, due suoi destrieri, e ’l Delfino comandò a un suo tesoriere che ’l pagasse: il borgese andò molte volte al tesoriere per farsi pagare; il tesoriere il menava per parole; e parendo essere al borgese disperato de’ suoi danari, si turbò col tesoriere, e dissegli, che s’e’ non pagasse, che ’l comperrebbe di suo corpo: il tesoriere altiero e presuntuoso non si curò del pagamento nè delle minacce del borgese. Avvenne, che valicando del mese di febbraio anno detto il tesoriere per una ruga di Parigi, si scontrò nel borgese, il quale gli attenne la promessa; e ucciselo; e fuggissi in franchigia. La novella corse al Delfino e al suo consiglio; i quali di presente a forza il feciono trarre di franchigia; e impenderlo per la gola. Per questo il proposto di Parigi montato in furore per lo male reggimento del consiglio del Delfino, prese compagnia di certi borgesi di suo seguito, e crebbegli ardimento del favore si sentiva in segreto del re di Navarra, e che comunemente il Delfino e ’l suo consiglio erano odiati da tutta maniera di gente; e con meno di ottanta borgesi armati copertamente, in quel furore se n’andò al palagio reale ov’era il Delfino e’ suoi consiglieri; e innanzi vi giugnessono, trovarono nella via un avvocato ch’era del consiglio del Delfino, e di presente l’uccisono; e seguendo loro viaggio, giunsono al palagio; il portiere non volea lasciare entrare altro che ’l proposto con pochi, ma entrato dentro il proposto con alcuni compagni, costrinsono i portieri, e misono dentro gli altri compagni, e di brigata se n’andarono dov’era il Delfino con due de’ suoi consiglieri, per cui più si reggea e governava, e l’uno era il conestabile di Chiaramonte, e l’altro il conestabile di Campagna; il proposto nella presenza del Delfino li fece uccidere a ghiado. Il Delfino impaurito si gittò ginocchione innanzi al proposto, pregandolo che nol facesse morire; il proposto non sostenne che egli stesse a basso, ma levollo su facendoli reverenza, e dicendo, come l’aveano per loro signore, ma aveano in odio coloro che per loro malizia gli davano consigli; e acciocchè non fosse offeso nel furore della gente già commossa, li misono in capo un cappuccio di loro assisa, e menaronlo con loro in una parte di Parigi che si chiama Grieve, e ivi lo feciono giurare che di questo fatto non renderebbe loro per alcuno tempo mal merito, e che si reggerebbe per consiglio de’ borgesi; e fatta la promessa, e fermata col suo saramento, il rimisono nel suo primo stato. Divolgata questa cosa per tutta la città di Parigi, i borgesi lieti s’allegrarono insieme in gran parte, sommovendo l’uno l’altro, e prestavano il saramento come s’ordinò per lo rettore, a mantenere il loro novello stato e la loro usurpata franchigia.