CAP. XXX. Della pace del re d’Ungheria a’ Veneziani.

Avendo i Veneziani consumato il tempo della matta follía, la quale a torto aveano sostenuta per molti anni contro al re d’Ungheria con molto loro danno, si disposono di comune consentimento che dal re si procacciasse buona e fedele pace; e per poterla avere, liberamente il comune si rimesse in lui, acconci di fare tutti i suoi comandamenti delle terre d’Istria, e di Schiavonia e di Dalmazia, che per loro si possedeano, e che oltre a questo gli fosse offerto ogni ammenda di danari e d’altre cose ch’alla sua signoria piacesse di volere da’ Veneziani; e fatti de’ maggiori della loro città solenni ambasciadori, con pieno mandato alle predette cose li mandarono al re; il quale sentendo la liberalità di quel comune, graziosamente li ricevette; e udita l’ambasciata, come magnanimo signore, disse, ch’era contento di riavere tutte le terre del suo reame, e che quelle si levassono al tutto del titolo del loro doge, sicchè mai per innanzi nè ’l doge nè ’l comune se ne titolasse; e quando questo fosse fatto, intendea co’ Veneziani avere buona pace. Ammenda di danari, disse, che non volea, perocch’e’ non era cupido nè bisognoso di pecunia, ma volea per ammenda e per titolo d’amicizia, che quando e’ richiedesse il comune di Vinegia, fosse tenuto di darli armate a sua volontà ogni volta che le domandasse infino in ventiquattro galee alle spese del re. E come egli divisò, di buona volontà tutto fu accettato, e promesso di fare fedelmente per autorità degli ambasciadori, e ferma la pace; e incontanente feciono rendere il castello di Giadra, e tutte le terre che teneano in Schiavonia, e in Dalmazia e in Istria che al re s’apparteneano, e dentro vi misono la gente del re d’Ungheria, e del titolo del doge le levarono tutte; e il re, del mese di febbraio anno detto, mandò suoi ambasciadori, i quali restituirono al comune di Vinegia Colligrano, e tutte le castella che gli Ungheri teneano in Trevigiana, e con grande allegrezza e festa de’ Veneziani feciono pubblicare e bandire la pace; e fu in patto, che tutti i gentili uomini di Trevigiana rimanessono in pace col comune di Vinegia, e liberi possessori delle loro tenute e castella. E fatto solenne onore agli ambasciadori del re, feciono per loro decreto in consiglio che di niuna materia di guerra si dovesse ragionare, e che catuno si dirizzasse al navicare e a fare mercatanzia. Costoro straccati della guerra conobbono il beneficio della pace; il nostro comune infastidito di troppo tranquillo stato, cercò materia di grande turbamento della cittadinanza, come appresso racconteremo.

CAP. XXXI. Come da prima in città di Firenze furono accusati certi cittadini per ghibellini.

Essendo entrati nuovi capitani di parte guelfa, messer Simone de’ Bardi, e messer Uguccione Buondelmonti, Migliore Guadagni, e Massaiozzo Raffacani, e de’ quali non v’era ma’ ma’ uno ch’avesse stato in comune, e tutti erano animosi ad accendere e suscitare lo scandalo incominciato pe’ loro precessori; e però furono in concordia di cominciare l’esecuzione dell’iniqua legge, e accolsono al palagio della parte certi eletti d’industria, uomini affocati nella volontà d’abbattere i cittadini de’ loro ufici, e de’ loro stati e onori per invidia, sotto titolo di dichiararli ghibellini o non veri guelfi. E per adempire la sfrenata volontà, misono e nominarono per ghibellini catuno cui e’ voleano a’ loro segreti squittini, e ivi furono nominati grandi e popolari di molte case e famiglie delle maggiori, e migliori e più stanti della città di Firenze, antichi cittadini e amatori del loro comune e di parte guelfa: e recati al partito tra così discreto collegio, chiunque aveva più boci di essere ghibellino, o non vero guelfo, insaccavano in cedole, per trarli fuori a parte a parte, e accusarli e farli condannare, eziandio che di nazione e d’operazione si trovassono nella verità essere veri e diritti guelfi; e nel primo squittino insaccarono da settanta cittadini di nome e di stato, come detto è. Dopo questi levato il saggio dell’accuse, dovevano insaccare degli altri, perocchè lungamente vi si penava a farli; e bollendo già tutta la città di questa perversa operazione, e parendo a catuno buono cittadino male stare, si cominciarono a destare, e a richiedere gli amici, e a pregare i capitani; e i capitani vedendo la commozione, cominciarono a tentare, e a reprimersi della loro opinione contro a’ potenti, cui già avevano insaccati per accusare. Ma per dare cominciamento al fatto, elessono cinque cittadini, de’ quali pensarono avere minore resistenza; nondimeno accolsono prima alla parte d’auzzetti di loro seguito più di dugento uomini: e formata loro accusa di quattro, di cui si poteva alcuna cosa sospicciare ne’ libri della parte, benchè certo non fosse, acciocchè ’l loro cominciamento con alcuno verisimile atasse la corrotta intenzione, a dì otto di marzo andarono i capitani in persona colla compagnia de’ sopraddetti richiesti al potestà, e disonestamente, e fuori d’ogni consuetudine, accusarono per ghibellino Neri di Giuntino Alamanni, e Mannetto Mazzetti, Giovanni di Lapaccio Girolami di porta santa Maria, e Giovanni Bianciardi cambiatore: catuno aveva avuti lievi ufici per lo tempo passato; ex abrutto gli feciono condannare, e certi altri feciono rinunziare all’uficio, in che erano de’ cinque della mercatanzia. A niuno potè valere alcuna scusa. E avendo i capitani cominciata in parte la loro esecuzione, cominciarono a essere temuti e ridottati da tutti i cittadini, e chi non si sentiva ben forte, dava opera con preghiere e con servigi, con doni e con danari di riparare alla sua fortuna, ch’era nelle mani de’ capitani della parte guelfa. E per seguire i detti capitani il loro prospero cominciamento, e sventurato e reo alla comunanza, a dì 5 d’aprile anni 1358, avendo animo di fare più e maggiore fascio, ma ristretti dal mormorio del popolo, e della infamia che già correa di loro, si ristrinsono, e fedirono nel molle, lasciando degli squittinati, e facendo ad arbitrio, n’accusarono altri otto; ciò furono, Domenico di Lapo Bandini, Mazza Ramaglianti, Cambio Nucci speziale, Giovanni Rizza, Piero di Lippo Bonagrazia, Iacopo del Vigna, Christofano di Francesco Cosi, e Michele Lapi; e tutti gli feciono condannare, senz’essere uditi a ragione, in libbre cinquecento per uno. E a dì 21 del detto mese, avendo fatto nuovo squittino, e avvolti ne’ loro sacelli grandissima quantità di buoni e di cari cittadini, e di quelli delle maggiori case popolari di Firenze di catuno quartiere, ch’a nominarle non sarebbe onesto, ed essendo per rivelazione del loro segreto squittino già noto a tutti, la città tutta si doleva, e grave infamia si spandea diversamente, non senza scandalo, che l’uno biasimava, e l’altro lodava la mala operazione, ma in genero tutti i buoni uomini guelfi biasimavano la legge sopra ciò fatta, e la esecuzione che ne seguitava; e per questo abbassarono ancora la loro furia i capitani. Ma volendo pur fare male, anche rifedirono nel molle: e lasciandoli squittinati, ciascuno accusò il suo cui e’ volle: ed essendo senza colpa d’aver preso uficio, e da potersi con giustizia difendere, feciono condannare Niccolò di Bartolo del Buono, Simone Bertini, Sandro de’ Portinari, e Giovanni Mattei. Lasceremo ora addietro alcune altre cose che prima occorsono che quello ch’al presente seguita, per congiugnere a questa materia alcuna temperanza di rimedio fatto per bene, che poi s’usò in male, com’è usanza, non del comune, ma degl’iniqui cittadini.

CAP. XXXII. Come a’ capitani della parte furono aggiunti due compagnia

Al presente occorre a scrivere cosa incredibile e vera. Questa nuova seduzione dell’iniqua legge fatta sotto il titolo della parte, generalmente spiacea a tutti i buoni e cari cittadini, veri e diritti guelfi, e più la sconcia esecuzione che se ne facea, e tutti diceano, che a ciò si mettesse consiglio e rimedio, ch’e’ cittadini non vivessono in tanta sospiccione di loro stato. Molti consigli se ne teneano, e niuno modo vi sapeano trovare, per non dirogare al nome della parte; e coloro che entravano agli ufici de’ collegi, e agli altri maggiori, ch’erano più sospetti, coloro erano quelli che più parlavano, e che più si mostravano zelanti a mantenere la legge e la sua esecuzione insino che la pietra cadeva sopra loro. Ma vedendo il genero de’ cittadini essere caduti sprovvedutamente sotto il giogo della malvagia legge, e non potendovi per via diretta riparare, e vedendo così i guelfi come i ghibellini, ma troppo più i guelfi, che l’onore e lo stato potea essere tolto a catuno, quando a tre uomini capitani di parte paresse, e conoscendo che tutti i più malivoli uomini di Firenze erano poco dinanzi stati insaccati per capitani, priori e consiglieri di parte senza alcuno divieto, per riparare in parte, ove non si potea riparare in tutto, a tanto male, i priori ch’erano allora, di subito e segretamente ordinarono co’ loro collegi una petizione, e fu di presente vinta in consiglio, che a’ capitani di parte guelfa s’aggiugnessono due popolani, e che niuna cosa si potesse diliberare per li capitani, se tre popolari non fossono in concordia; e dove i grandi doveano essere cavalieri, s’allargò ad ogni grande, acciocchè l’uficio non continovasse in pochi grandi; e misono a tutti divieto un anno, e che gli squittini della parte si dovessono rifare di nuovo, e annullare tutti i fatti; e questa riformagione fu ferma per li consigli a dì 24 d’aprile 1358. E avvegnachè questo non fosse opportuno rimedio, fu alcuno freno all’ordinato male, e molti per questo intervallo ebbono tempo da potere rimediare a’ fatti loro; nondimeno coloro ch’aveano l’animo e la mente sollicita a rimanere col bastone della parte, per potere premere gli altri cittadini, argomentarono a nuovi squittinì, e in questo e in altre cose feciono tanto, ch’ogni uficio accresceva nuovo scandalo nella cittadinanza, come leggendo per li tempi si potrà trovare.

CAP. XXXIII. Come i Sanesi uscirono fuori per soccorrere Cortona.

Tornando a’ fatti di Cortona, i Sanesi ch’aveano presa la difesa, e soldata la compagnia d’Anichino in Lombardia, e fattala valicare a Siena, e con alquanti loro soldati, a dì 18 del mese di marzo 1357, uscirono fuori con milleottocento barbute, e con gran popolo di soldo e del loro contado per andare a soccorrere Cortona, ch’era al tutto circondata e stretta da’ battifolli de’ Perugini; e andaronsene in su quello di Montepulciano, e ivi stettono quattro dì. E in questo tempo i Perugini per recarsi più al sicuro, sentendosi presso l’oste de’ Sanesi, arsono il battifolle da Camuccia; e quelli di Cortona, sentendosi presso il soccorso, e ch’e’ Perugini per tema aveano arsa la bastita da Camuccia, presono ardire, e subitamente popolo e cavalieri uscirono di Cortona, e assalirono il battifolle ch’era ad Alti sopra la città, e quello combatterono sì aspramente, che per forza il vinsono, e molti de’ difenditori uccisono e presono, gli altri si salvarono fuggendo al battifolle di Mezzacosta, e all’Orsaia. In questi medesimi dì messer Andrea Salimbeni, che guardava la rocca di Castiglioncello oltre al Noro, avea promesso di darla a’ Perugini per fiorini tredicimila d’oro, i Perugini vi cavalcarono, e per lo trattato entrarono nel castello; il traditore per paura de’ consorti, o per altra provvisione de’ Sanesi, non volle dare la rocca a’ Perugini, onde poco appresso se ne partirono, e’ Sanesi ne presono la guardia, e trassonla di mano a messer Andrea.

CAP. XXXIV. Come si levò l’oste da Cortona.

I capitani dell’oste de’ Sanesi avendo fatto vista di valicare a Cortona contro all’oste de’ Perugini per la via dall’Olmo d’Arezzo, avendo innanzi segretamente provveduto loro cammino, subitamente si misono per lo contado d’Orvieto, e cavalcando sollecitamente, prima furono al ponte Cavaliere in sulle Chiane di là dal Castello della Pieve ed ebbonlo passato, ch’e’ Perugini se n’avvedessono; ed entrati in su quello di Perugia, entrarono senza contasto in uno castelletto de’ Perugini chiamato Piegaia; e nel borgo arsono alquante case, e valicarono innanzi alle taverne di Bertuccio, e di là se ne vennono a Panicale sopra il lago; e benchè potessono fare assai danno per lo paese, se ne temperarono, per non accrescere materia di maggiore odio co’ Perugini. Essendo l’oste de’ Sanesi appressata, senza mezzo delle Chiane o di fiumari, e bene in concio per combattere, e’ Perugini mal provveduti da riceverli alla battaglia e alla loro difensione, presono partito di partirsi dall’assedio di Cortona per lo meno reo; e in quella notte fortificarono il battifolle da Mezzacosta, e arrosonvi gente alla guardia, e tutti gli altri battifolli abbandonarono, e partironsi da campo popolo e cavalieri assai vergognosamente, e ridussonsi in certe loro castella più vicine. La gente de’ Sanesi scesono la mattina in sul piano del lago, e colle schiere fatte se ne vennono all’Orsaia, e non trovandovi i nemici, si posarono quivi il sabato santo a dì 30 di marzo 1358, e in Cortona misono quella gente a cavallo e a piè che vollono con ogni altro fornimento compiutamente; e appresso il dì della Pasqua si tornarono all’Olmo, e appresso se ne vennero a Torrita in su il loro terreno, sani e salvi senza alcuno contasto. E per questo modo fu libera Cortona dall’arroganza de’ Perugini per le mani de’ Sanesi.