CAP. XXXV. Di novità di Perugia per detta cagione.
Venuta la novella a Perugia come la loro oste con vergogna s’era levata, e Cortona s’era fornita, il popolo si levò a romore e presono l’arme, e averebbono morto Leggiere d’Andreotto loro cittadino, e motore di questa guerra e capitano dell’oste, perch’egli avea abbandonato a’ Sanesi il campo dall’Orsaia, se non ch’e’ si partì, e cessò il furore; e racquetato il bollore, egli, come molto pratico e astuto, fece mostrare a’ rettori del comune, come per lo migliore s’erano ridotti in più salvo luogo; e andando di notte ad alcuni suoi confidenti de’ rettori, tanto adornò sue parole, che le sapea ben dire, e tanta suasione fece di larghe promesse da sè e da’ conestabili de’ cavalieri di far tosto la vendetta, e di recare onore al comune de’ loro nemici, che fu rimandato nell’oste da capo con più cavalieri, e con maggiore forza di masnadieri e d’altro popolo. E per fornire questo, atandoli lo sdegno già conceputo de’ Perugini contro a’ Sanesi, catuno si sforzò a servire il comune di danari, e accolta gente d’arme, chiamarono per capitano di guerra Smeduccio da Sanseverino, con grande animo di volersi vendicare de’ Sanesi. Lasceremo alquanto questa materia de’ due comuni, che catuno si provvede, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.
CAP. XXXVI. Di una gran festa fe’ bandire il re d’Inghilterra.
Il re Adoardo d’Inghilterra avendo fatta concordia, e lasciato di prigione il re David di Scozia suo cognato, si pensò di volere fare pace col re di Francia, la quale avesse principale movimento dalla sua persona. E per fare questo, fece bandire in Francia, in Fiandra, in Brabante, in Irlanda, nella Magna, in Iscozia e altri reami, una solenne festa di cavalieri della Tavola rotonda alla Sangiorgio d’aprile del detto anno; facendo ogni maniera di gente sicura in suo reame, e offerendo arme, cavalli, e arnesi a ogni cavaliere che alla festa venisse, e appresso le spese a chi fare non le potesse; e ancora a tutta gente d’arme per loro, e chi per loro servigi venisse, ogni cosa che loro bisognasse per loro vita, e per far prove di loro cavallerie. Perchè molta gente, udito il bando, si mise in assetto per esservi al tempo, chi per mostrare di sua virtù, chi per vedere.
CAP. XXXVII. Come l’armata del comune di Firenze venne a Porto pisano.
Addietro narrato avemo il malvagio movimento de’ Pisani per levare la franchigia a’ Fiorentini di loro mercatanzie, e come per la detta cagione i Fiorentini del tutto partirono da Pisa, e gli altri mercatanti forestieri che con loro trafficavano, aveano fatto porto e Talamone; e come i Pisani per levare il detto porto, con favore di messer Simone Boccanegra doge di Genova amico de’ Pisani, perchè l’aveano ricevuto e favoreggiato quando fu sposto doge, con otto galee impedivano il mare, il perchè mercatanzie nè uscire nè entrare poteano in Talamone. I Fiorentini di ciò aontati pativano disagio e dannaggio, piuttosto che riconciliarsi co’ Pisani, essendo di ciò richiesti e per li Pisani e per lo detto doge di Genova a loro richiesta, offerendo ogni franchigia e ogni vantaggio ch’e’ Fiorentini volessono domandare. Onde seguitò, che i Fiorentini pertinacemente seguitando, e perseverando nel loro proponimento, non avendo al gran costo rispetto ma all’onore del comune, segretamente feciono armare in Provenza dieci galee, e quattro nel Regno, le quali dieci galee, a dì 18 del mese di marzo detto anno, si mossono di Provenza cariche, e se ne vennono levate l’insegne del comune di Firenze in Porto pisano, e ivi stettono per alquanti giorni, facendo fare la grida sotto piccolo nolo, che chi volesse mandare mercatanzie a Talamone in sulle galee del comune di Firenze le potesse sicuramente caricare, e ’l simile feciono in Foce; e d’indi si partirono, e scaricarono a Talamone; onde molte barche e legni v’apportarono con roba d’ogni parte, vedendo il mare sicuro. Le quattro galee del Regno in questi medesimi dì vennono da Napoli, e incontrarono una galea e uno legno di Pisani cariche di mercatanzia ch’andavano a Corneto, e presonle, e fecionle scaricare a Talamone senza fare loro altro danno; d’indi se n’andarono a Porto pisano per lo modo dell’altre, e appresso in Provenza a caricare. Appresso di questo i Fiorentini lungamente ritennero cinque galee provenzali, che stettono a guardia del mare il più sopra Porto pisano, sicchè ogni legno e ogni barca liberamente caricava a Talamone. I Pisani avendo fatta la loro pruova, e rimasi beffati di loro pensiero, con loro usata astuzia mandarono il bando, che ogni uomo potesse liberamente navicare a Talamone colle sue mercatanzie; nè già per questo i Fiorentini non lasciarono le loro galee della guardia. Avemo questa materia forse più stesa che non richieda al fatto del nostro trattato, ma la novità del fatto ci scusi; sì perchè è la prima armata che mai nostro comune facesse in mare, e sì per mostrare il fermo proponimento del nostro comune; il quale nè la disordinata spesa, che in poco tempo passò i sessantamila fiorini, nè danno, nè sconcio di mercatanti, nè le grandi profferte de’ Pisani e d’altri per loro, muovere di sua perseveranza poterono. L’animo del nostro comune si vide netto e intero per fare de’ loro errori ricredenti i Pisani, dimostrando, che senza loro e il loro porto i Fiorentini potevano fare; e appresso conobbono, che niuna altra guerra tanto danno e abbassamento poteva loro fare, quanto quella che si cominciava a praticare: ancora perchè sottilmente cercando, quanto allo stato de’ detti due comuni, la materia ha più dentro che non mostra di fuori, e però pensiamo d’essere scusati se di ciò avessimo soperchio parlato.
CAP. XXXVIII. Come il popolo di Parigi cominciò scandalo.
Il governamento del reame di Francia, come è detto addietro, era ridotto a tre stati, cioè prelati, baroni, e borgesi, i quali tenevano il consiglio, e diliberavano quello voleano che nel reame si facesse, e il Delfino vi consentiva. Durando il detto ordine, del mese di marzo detto anno, avendo il proposto di Parigi con suoi confidenti presa baldanza dell’abbacinato popolo per lo tagliamento fatto de’ consiglieri del Delfino, avendo nel suo segreto il trattato col re di Navarra, si sforzava con astuzia mostrare a’ borgesi di Parigi, che per questi fatti s’intendea più a singulare profitto che a comune bene, e che la pace e l’accordo del re d’Inghilterra se ne dilungava, e che il re loro signore n’era tradito. E sotto questo dimostramento col favore del popolo ruppe quell’ordine, e recò il governamento di Parigi alle mani de’ borgesi, schiudendone prima i baroni, e poscia i prelati. E per esempio di costoro così feciono l’altre ville di Piccardia, ed altre provincie del reame. E qui cominciò l’odio da’ gentili uomini al popolo, che poi fece grande novità nel reame, come appresso si potrà trovare. Il Delfino di ciò mal contento, e non potendo riparare, si partì da Parigi, e andossene ad Orliense.
CAP. XXXIX. Come i Perugini tornarono a oste a Cortona.
Tornando alla nuova guerra de’ Perugini e’ Sanesi, ed essendo molto faticato il comune di Firenze per suoi ambasciadori a Perugia per mettere accordo e pace tra loro, disponendosi i Sanesi liberamente alla volontà del comune di Firenze, i Perugini per loro alterigia mai si vollono dichinare ad alcuno accordo, parendo loro ch’e’ Sanesi gli avessono troppo oltraggiati; non volendosi ricordare dell’ingiuria loro fatta di Montepulciano, e d’altre cose ond’eglino aveano assai villaneggiati i Sanesi, e però ne’ loro consigli usarono atti e parole non belle contro gli ambasciadori del comune di Firenze, non lasciandogli dire, sufolando, e picchiando le panche quando faceano loro diceria; e nella città i loro famigli udivano ontose e vituperose parole sovente dall’indiscreto popolo minuto. Ma per l’affezione ch’aveva il nostro comune a quello, e al mettere pace tra’ suoi vicini, ogni cosa faceva dolcemente comportare. E stando ne’ detti ragionamenti male intesi, i Perugini accolsono gente d’arme e tornarono a Cortona, e fortificato ch’ebbono e rinfrescato l’assedio, a dì 8 d’aprile valicarono in su quello di Montepulciano con milleottocento barbute e grande popolo, e posono loro campo a Greggiano. I Sanesi con loro cavalleria si stavano in Torrita con milleseicento barbute, e masnadieri e popolo assai, e nella terra e nelle circustanze assai erano sicuri, se poca provvedenza e matta baldanza non li avesse sconci, come appresso diviseremo.