CAP. LIV. D’un gran fuoco che s’apprese nella città di Bruggia.

In questo mese di maggio del detto anno, nella città di Bruggia in Fiandra s’apprese il fuoco in alcuna casa, il quale cominciò ad ardere quelle ch’erano vicine, e a forte a montare con l’aiuto del vento, e delle case di legname ch’erano atte e disposte a riceverlo, e avvalorò per sì fatto modo, che niuno rimedio mettere vi si potea per operazione o ingegno d’uomini, che nella città non consumasse oltre a quattromila case, con grandissimo danno de’ cittadini: e in questi giorni medesimi il fuoco gran danno fece nella villa di Ganto e di Melina in Brabante.

CAP. LV. Delle compagnie d’oltramonti.

Appare che la penna non si possa passare senza fare memoria delle compagnie, che maravigliosa cosa è il vederne e udirne tante creare l’una appresso dell’altra in flagello de’ cristiani, poco osservatori di loro legge o fede. La moglie che fu del siri di Ricorti accolse da millecinquecento cavalieri di diverse lingue per volere fare guerra in suo paese, poi fu tirata dalla compagnia, e in persona con la sua gente venne in servigio della Chiesa e del marchese di Monferrato in Piemonte, e quivi lasciò con gli altri la sua compagnia a guerreggiare. E appresso a questa scese in Provenza un’altra gran compagnia d’Inghilesi, Guasconi e Normandi, e un’altra se n’adunò in questi tempi medesimi presso Avignone di Spagnuoli, Navarresi e altra gente, e questa venne sopra la città d’Arli, e corse voce che venia a petizione del Delfino, che si dicea che volea essere re d’Arli, ma non fu vero, per loro procaccio venne la compagnia, e una seguiva il Petetto Meschino Alvernazzo, che poi crebbe, e fece grave danno al re di Francia. Il paese di Provenza di là da Rodano e di qua, e ’l Venisì e la corte di Roma ne stava in continova tribolazione.

CAP. LVI. Come Francesco Ordelaffi si levò da Forlì, e andonne a oste a Rimini.

Essendo Francesco Ordelaffi stato d’intorno a Forlì, e fatto il guasto come a lui piacque, del mese di giugno del detto anno si levò da Forlì, e con duemila barbute e cinquecento Ungari si puose presso alle porti di Rimini, e fermò il campo a Santa Giustina, ardendo e guastando le ville d’intorno, e facendo gran preda, e poi si rivolse dall’altra parte e valicò il fiume, e cavalcò infino agli antiporti di Rimini, e tutto menò a fiamma il paese, facendo oltraggio e onta a’ Malatesti volontariamente, senza trovare chi gli facesse resistenza alcuna.

CAP. LVII. Come i Fiorentini manteneano Bologna per la strada dell’Alpe.

I Fiorentini erano stati molto sollecitati dal legato, poichè perdè la speranza del re d’Ungheria, che prendessono la difesa di Bologna, e non pure il legato, ma i signori di Lombardia, e i guelfi di Romagna e della Marca continovamente per loro segreti ambasciadori glie ne sollecitavano, mostrando che Bologna non potea più durare, che convenia che venisse alle mani di messer Bernabò, perocchè ’l suo contado era tutto consumato, e in podere de’ nemici infino alle porte d’ogni lato. E mostravano, come che venuta ella fosse a messer Bernabò, che Firenze sarebbe in pericolo, e male da potersi difendere da lui, allegando il verso di Orazio, il quale dice: Nam tua res agitur, paries cum proximus ardet: in volgare suona: Quando il pariete prossimo a te arde il fatto tuo si fa: soggiugnendo, che la pace e la guerra stanno nella volontà del potente tiranno, che ben sa a tempo con trovare le cagioni; per la qual cosa molte volte ne fu grande controversia intra i nostri cittadini ne’ segreti consigli, ma al tutto si sostenne che si mantenesse la pace promessa fedelmente, non ostante il pericolo che se ne stimava, e ancora l’autorità di santa Chiesa, che d’ogni cosa liberava con giustizia il nostro comune. È vero che per i discreti cittadini si stimava, che fatta l’impresa tutto il carico sarebbe lasciato a’ Fiorentini, e non potendola i Fiorentini liberare, cadevano in maggiore pericolo, consumato l’avere alla loro difesa: non dimeno per savio e diritto consiglio, non facendo contro a’ capitoli e ordine della pace, il comune intese con sollecitudine a sostenere la vita a’ cittadini di Bologna aprendo la strada dell’Alpe, e levando ogni divieto, per la qual cosa tanto grano, biada, olio e carne andavano di continovo in Bologna, ch’ella se ne reggea, e mantenea assai convenevolemente senza grande carestia. E gli Ubaldini non aveano ardire d’impedire i Fiorentini, e i Bolognesi per loro distretto facevano campo a Caburaccio; e per questo modo avendo Bologna perdute tutte le strade e canali, per questa strada si nutricò lungamente. E tanto era l’abbondanza a quel tempo ch’avea il contado di Firenze che poco rincarò ogni cosa, e se questo spaccio non fosse occorso, a niente sarebbe stato il grano e ’l biado e l’olio in quell’anno. Se non fossono nati quattro leoni, due maschi e due femmine, il dì di san Barnaba, passato mi sarei del non iscriverlo.

CAP. LVIII. Come l’oste di messer Bernabò volle rompere la strada da Firenze, e ricevette danno.

Messer Giovanni da Bileggio, valoroso e savio cavaliere milanese, e molto amato da messer Bernabò, era in quel tempo capitano generale della gente del Biscione sopra Bologna e di quella di Romagna, il quale avendo alla città tolte tutte le strade, e vedendo che rimaso non gli era altro sostegno che la strada dell’Alpe che venia a Firenze, si pensò di romperla, e ordinò una cavalcata a Pianoro. Il capitano di Bologna, che era Malatesta Ungaro, sentì il fatto, e mise la notte gente fuori, i quali si misono in aguato, e venendo i nemici uscirono loro addosso, ed ebbono vittoria di quella gente, ch’erano dugento barbute, che pochi ne camparono che non fossono o morti o presi, per la qual cosa il capitano dell’oste prese sdegno, e ordinò di strignersi più alla terra, e di fare correre fino alle porte d’ogni parte, e a mezzo il mese di giugno lasciate fornite l’altre bastite si mise innanzi con l’oste, e puosesi al Ponte maiore in sulla strada tra Bologna e Imola, e ivi fermò il campo presso alla città un miglio.