CAP. XLIX. Come il legato procurava aiuto contro messer Bernabò.

Il legato del papa, tornato senza niuna speranza d’aiuto dal re d’Ungheria, pur tanto s’aoperò, che ’l detto re scrisse e fece comandamento agli Ungheri ch’erano al servigio di messer Bernabò, che se ne partissono, e assai furono quelli che l’ubbidirono. Anche tanto operò con l’imperadore, che egli mandò comandando a messer Bernabò che si dovesse rimanere di fare guerra contro la Chiesa a Bologna, e quegli che fè il detto comandamento fu messer Giovanni da.... ed assegnogli termine infra i venti dì seguenti, com’era determinato per l’imperadore, e se questo non facesse fra il termine gli significò, com’egli il privava d’ogni onore, e dignità e privilegio che avesse dall’imperio; ma per tutto questo messer Bernabò non si rimanea dell’impresa, ma a suo potere continuo fortificava la guerra, dicendo: Io voglio Bologna mi. E questo fu del mese di maggio a’ 12 dì del detto anno. E in questo medesimo tempo per apostolica sentenza messer Bernabò fu condannato per eretico e contumace a santa Chiesa, e per tutta Italia in dì solenni fu da’ prelati scomunicato in presenza de’ popoli, ma di questo poco si curò, sollecitando per ogni modo pure di volere Bologna.

CAP. L. Come la compagnia d’Anichino di Bongardo ch’era nel Regno si rassottigliò e venne al niente.

Del mese d’aprile erano nella compagnia d’Anichino di Bongardo in Puglia gli Ungari tanto moltiplicati, che passavano il numero di tremila. Il re loro avendo di questo sentore loro mandò comandando, che non fossono contro i suoi consorti, per la qual cosa s’accordarono col re Luigi una gran parte, e partironsi dalla compagnia de’ Tedeschi, e promisono di dare vinta o cacciata la compagnia del Regno per trentasei migliaia di fiorini d’oro, de’ quali si convennono col re: e seguitando il gran siniscalco ridussono Anichino co’ suoi Tedeschi in Basilicata, e ridussonli in Atella terra tolta per loro al duca di Durazzo, e ivi li assediarono, stando d’intorno alle frontiere; e durando il giuoco lungamente, molti se ne tornarono nella Marca e nella Romagna, e gli altri rimasono al servigio del re, e senza cacciare o vincere la compagnia catuno consumava i paesani.

CAP. LI. Come i Sanesi ebbono Santafiore.

In questi dì, del mese di maggio del detto anno, i Sanesi avendo molto assottigliati e annullati i conti di Santafiore, in fine di questo mese medesimo ebbono Santafiore a patti.

CAP. LII. Come i Fiorentini comperarono il castello di Cerbaia.

Il comune di Firenze avea dato bando a Niccolò d’Aghinolfo de’ conti Alberti conte di Cerbaia perchè avea morto un popolare di Firenze; e vedendo che la Cerbaia era una chiave forte alla guardia del suo contado da quella parte, gli venne voglia d’avere quel castello, e fece trattato di comperarlo; il conte per uscire di bando, ed essere cittadino popolano di Firenze, e considerando che a tenere quella fortezza gli era non meno di spesa che d’entrata, e sempre ne vivea in gelosia, ne domandò per prezzo fiorini settemila d’oro, e ’l comune si fermò a sei, e ’l conte non vi si volle arrecare, e però si mise alla difesa, ed il comune, come contro a suo sbandito, a dì 21 di maggio vi pose l’assedio. Il conte vedendosi ribellato il fratello carnale, e collegato co’ Fiorentini e fattosi loro accomandato, vedendosi mal parato, l’ultimo dì di maggio diede il castello liberamente a’ Fiorentini, e rimisesi alla misericordia del comune: il comune lo ribandì, e fecelo suo popolare, e per via di diritta compera solennemente fattone le carte per ser Piero di ser Grifo notaio delle riformagioni, glie ne diè contanti fiorini seimiladugento d’oro, e fu descritto il castello di Cerbaia in possessione e contado del comune di Firenze, e tutti i fedeli dalla fedeltà furono liberati, e fatti contadini di Firenze.

CAP. LIII. Come il capitano già di Forlì, e messer Giovanni Manfredi si puosono tra Imola e Faenza.

Come messer Francesco Ordelaffi fu fatto capitano di messer Bernabò, e messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi collegato con lui s’intesono insieme, e puosonsi a campo tra Imola e Faenza per attendere l’avvenimento di quello ch’aveano trattato con uno più stretto e confidente famiglio ch’avesse messer Ramberto signore d’Imola, il quale per grandi promesse ricevute avea promesso d’uccidere il suo signore, ma come a Dio piacque il trattato si scoperse, e il famiglio fu preso, e negli occhi de’ nemici impiccato a’ merli delle mura della città; e incontanente l’oste ch’attendea l’omicidio si partì e tornò a Lugo: e poco appresso del detto mese di maggio cavalcarono sopra Forlì, e guastarono e predarono intorno e nel paese quello che poterono senza trovare contasto.