CAP. XLIV. Della morte del duca di Lancastro cugino del re d’Inghilterra.
Egli è strano al nostro trattato fare memoria della naturale morte d’uomo, ma considerando l’altezza della superbia umana con la fragilità di quella recata alla mente degli uomini, non può passare senza alcuno frutto. Il conte d’Aui duca di Lancastro, cugino carnale del valente re Adoardo d’Inghilterra, avendo lungo tempo fatte grandi e notevoli cose d’arme, essendo sopra i Franceschi stato venticinque anni grave flagello, e riposata la guerra in pace con grande sua fama e onore, a dì 22 del mese di marzo gli anni Domini 1360 lasciò l’arroganze delle guerre, e le fallaci fatiche del mondo con la sua morte, lasciando senza ereda maschio due figliuole femmine ne’ suoi baronaggi.
CAP. XLV. Come riuscì l’impresa del re d’Ungheria, dove la speranza del legato di Spagna si riposava.
La Chiesa avea richiesto il re d’Ungheria al soccorso di Bologna, ed il re avea dato speranza alla Chiesa di fare l’impresa con la sua persona, e mandati però suoi ambasciadori a corte per fermare i patti, de’ quali per diversi modi si sparse la fama in Italia, in prima che dovea avere titolo dalla Chiesa e dall’imperio, e danari assai dal papa, che le terre ch’acquistasse fossono sue: l’altra boce era, che ’l papa il dovesse assolvere del saramento si dicea ch’avea fatto di fare il passaggio d’oltremare, e che dovea dispensare che la moglie, la quale apparve per infino a qui sterile, si rinchiudesse in un munistero di sua volontà, ch’egli potesse avere anche un’altra moglie, acciocchè ’l reame non rimanesse senza successione di sua generazione, e che di questo il legato avea dal papa piena legazione: verisimile e non senza grande cagione il legato andò a lui in Sagravia del mese di maggio del detto anno. Il re in quei giorni avea fatto bandire generale oste per tutto suo reame, per titolo di porre confini al suo regno, per lo quale tutti i baroni e popoli lo debbono servire, e credettesi che ciò fosse per intendere al servigio della Chiesa; ma come che la cosa s’andasse gli ambasciadori di messer Bernabò erano a lui, e ricevuti avea doni da parte di messer Bernabò. E però, o perchè non avesse dalla Chiesa quello che volesse, o avesse promesso al tiranno di non venire contro a lui, la vista fu ch’egli intendea d’andare con la sua gente per l’oste già bandita in altra parte; e quello che rispondesse al legato non si potè per parole comprendere, ma l’effetto si dimostrò per opere, che senza alcuno aiuto il legato del detto mese di maggio si ritornò ad Ancona, perduta la speranza del soccorso di Bologna, in grave pericolo di quella città, cresciuta la baldanza e l’oste dei suoi avversari.
CAP. XLVI. Della pestilenza dell’anguinaia ricominciata in diversi paesi del mondo, e di sua operazione.
In Inghilterra d’aprile e di maggio si cominciò, e seguitò di giugno e più innanzi, la pestilenza dell’anguinaia usata, e fuvvi tale e tanta, che nella città di Londra il dì di san Giovanni e il seguente morirono più di milledugento cristiani, e in prima e poi per tutta l’isola. Gran fracasso fece per simile nel reame di Francia; nella Provenza trafisse ogni maniera di gente. Avignone corruppe in forma che non vi campava persona: morironvi nove cardinali, e più di settanta prelati e gran cherici, e popolo innumerabile. E di maggio e giugno si stese e percosse la Lombardia, e prima Como e Pavia, con tanta roina, che quasi le recò in desolazione. In Milano mise il capo, dove altra volta non era stata, e tirò a terra il popolo quasi affatto, con grande orrore e spavento di chi rimanea. Vinegia toccò in più riprese, e tolsele oltre a ventimila viventi. La Romagna oppressò forte e assai quasi per tutte sue terre, ma più l’una che l’altra, e nell’entrata del verno cominciò a restare in Lombardia, e a gravare la Marca, e la città d’Agobbio forte premette. L’isola della Maiolica perdè oltre alle tre parti degli abitanti. Nè lasciò l’Alpi degli Ubaldini senza macolo per molti de’ luoghi suoi. E molti paesi del mondo in uno tempo erano di questa pestilenza corrotti, nè già quelli a cui parea che Dio perdonasse non ritornavano a lui per contrizione, partendosi dalle iniquitadi e dalle prave operazioni ostinate, e come le bestie del macello, veggendo l’altre nelle mani del beccaio col coltello svenare, saltavano liete nella pastura, quasi come a loro non dovesse toccare, ma più dimenticando gli uomini il giudicio divino si davano sfacciatamente alle rapine, alle guerre, e al mantenere compagnie contra ogni uomo, alle ingiurie de’ prossimi, e alla dissoluta vita, e a’ mali guadagni assai più che negli altri tempi, corrompendo la speranza della misericordia di Dio per lo male ingegno delle perverse menti; e ciò per manifesta sperienza si vide in tutte le parti del mondo dove la detta pestilenza mostrò il giudicio di Dio.
CAP. XLVII. Come per la fama delle compagnie che scendevano in Piemonte i signori di Milano si provvidono alla difesa.
Messer Galeazzo Visconti sentendo che il marchese di Monferrato venia in Piemonte con le compagnie tratte di Provenza del mese d’aprile del detto anno, e sapendo ch’ell’erano per poco tempo provvedute di soldi, e che già la mortalità era tra loro, e cominciata nel Piemonte, provvide di gente d’arme tutte le sue terre e le loro frontiere per fare buona guardia, e sostenere l’impeto de’ nemici, senza mettersi a partito di battaglia; e però messer Bernabò ritrasse della gente ch’avea a Lugo e a Castelfranco sopra Bologna la maggiore parte per dare favore al fratello, pensando straccare quella gente, come in parte venne loro fatto, con piccolo danno di loro distretto, come appresso si potrà nel suo tempo vedere. Nondimeno tra per lo riparo del Piemonte, e del fare la guerra a Bologna, continovo si fornivano di gente d’arme, non curandosi della grande spesa, perocchè bene la poteano comportare a quella stagione.
CAP. XLVIII. Come messer Bernabò venne sopra Bologna, e assediò e prese Pimaccio.
All’uscita del mese d’aprile del detto anno, messer Bernabò accolse gente, li più cittadini di sue terre, e con duemila cavalieri in persona venne da Milano a Castelfranco dov’era il forte di sua gente, e di nuovo fece combattere il castello di Pimaccio per due riprese, e appresso il fece assediare intorno, e a dì 9 di maggio per patto ebbe la terra, e la rocca si tenne. Di là poi si partì lasciando fornita la terra, e la rocca assediata, e con la gente sua cavalcò a Panicale presso di Bologna facendo danno assai; e del detto mese di maggio ebbe la rocca di Pimaccio, e andossene a Lugo, e l’accomandò a messer Francesco degli Ordelaffi, e diegli gente d’arme, con che egli guerreggiasse Bologna da quella parte e la Romagna; e fornite l’altre terre, e confortati gli amici suoi a fare guerra, e lasciato il marchese Francesco al ponte del Reno a campo, con milledugento cavalieri si tornò a Milano, e la sua gente ebbe fatta forte e ben guernita di tutto all’entrata di giugno la bastita dal ponte del Reno.