CAP. XXXIX. Come fu morto il soldano di Babilonia, e rifattone un altro, il quale uccise molti de’ suoi baroni.
Avvenne innanzi poco a questa mortalità, ch’essendo il soldano di Babilonia uscito a campo contro a quelli che rubellati gli s’erano, i baroni che con lui erano, qual cosa si fosse la cagione, s’intesono insieme alla morte sua, ed egli non prendendosi guardia di loro nel campo l’uccisono, e tornarsene al Cairo, e quivi un suo fratello feciono soldano; il quale presa la signoria, e confermato nel regno, non seguendo la volontà de’ suoi ammiragli, sentì che contro a lui s’erano congiurati per farlo morire, onde esso si provvedea di buona guardia, e niente mostrava di sentire contro a loro, ma l’un dì trovava cagione contra l’uno, e facealo morire, e l’altro dì contra l’altro facea il simile, e per questa via in pochi mesi la maggior parte fece morire, e nella fine la volta toccò a lui, e morto fu per le mani de’ suoi ammiragli del mese di febbraio detto anno, e feciono soldano un suo fratello piccolo, e rimaso di dodici l’ultimo, perchè non si potea traslatare il regno in altri senza gran confusione di tutti i sudditi suoi.
CAP. XL. Come un signore de’ Turchi trattò di fare uccidere l’imperadore di Costantinopoli.
Lo signore di Boccadave possente tra i Turchi, ed ai Greci vicino, avendo molte volte tentato con palese guerra di vincere Costantinopoli, e non ne possendo avere suo intendimento, cercò con doni larghi e con impromesse grandi fatte a certi Greci costantinopoletani, i quali erano della setta di Mega Domestico cacciati dall’imperadore, a modo tirannesco di farlo uccidere, pensando che morto lui per la inimicizia ch’avea nella provincia, e per molte terre ch’avea acquistate sopra l’imperio, d’essere del tutto signore; ma come piacque a Dio si scoperse il trattato, e quale de’ traditori fuggì, e quale rimase o preso o morto, ma non di manco la città ne rimase in mala disposizione. Il Turco nondimeno tenendo Gallipoli e altre terre vicine, con suoi legni in mare e con i suoi Turchi per terra tribolava e consumava il paese, senza trovarsi per i Greci alcun riparo fuori che delle mura. E in questi medesimi giorni il signore d’Altoluogo in Turchia si guerreggiava con un suo zio, e l’altro signore della Palata si guerreggiava col fratello; e portante guerre e divisioni de’ Turchi i paesi loro erano rotti e in grande tribolazione, e per questa cagione i Greci aveano minore persecuzione da loro; e più ciò fu materia al re di Cipro di fare l’impresa sopra loro con onore e vittoria grande, come a suo tempo racconteremo.
CAP. XLI. Come il legato si partì di Bologna per andare al re d’Ungheria.
Tornando alle italiane fortune, il legato di Spagna, uomo savissimo e pratico delle mondane volture, vedendosi per allora e a tempo senza potenza da resistere a messer Bernabò, e povero di danari, e veggendo la poca gente d’arme ch’avea alla difesa, conoscendo che il tiranno suo avversario era di sue entrate abbondante, e di quello che gravava i sudditi suoi, il perchè non si curava di mantenere la guerra, e per continovare la guerra gli parea essere certo di vincere Bologna, e perciò mantenea a Castelfranco e a Priemilcuore, a Pimaccio, e a Lugo tanta gente a cavallo e a piè, che con le loro cavalcate teneano sì assediata Bologna di verso la Lombardia e la Romagna, che poca roba vi potea dentro entrare, e di verso l’Alpe facea agli Ubaldini rompere le strade, perchè al legato ne parea essere a mal partito, e a’ cittadini a peggiore: e vedendo ch’a petizione di santa Chiesa niuno tiranno, comune o signore italiano si volea scoprire ad atare Bologna contro a messer Bernabò, avendo la Chiesa lungamente trattato col re d’Ungheria, il quale s’affermava che farebbe l’impresa con la persona, al primo tempo parve al legato d’uscire di Bologna sotto scusa d’andare a lui, e nel vero e’ non si fidava potervi stare con suo onore, nè senza grave pericolo. E però contro la volontà de’ cittadini prese d’andare al re, promettendo di tornarvi del mese di maggio prossimo, e a dì 17 di marzo se ne partì facendo la via d’Ancona, e là soggiornato alquanto mandò al re d’Ungheria, come seguendo nostro trattato diviseremo. In Bologna lasciò messer Malatesta e messer Galeotto suo figliuolo capitani de’ soldati e de’ cittadini alla guardia.
CAP. XLII. Della ribellione fatta per messer Giovanni di messer Riccardo Manfredi al legato.
Isidoro nelle sue etimologie afferma, che per la differenza e natura varia de’ climati i Greci per natura sono lievi, i Romani gravi, gli Affricani astuti e maliziosi, e gl’Italiani feroci e d’agro consiglio. Questo vedemo nella piccola provincia di Toscana, dove sono i Sanesi reputati lievi per natura, i Pisani astuti e maliziosi, i Perugini feroci e d’agro consiglio, i Fiorentini gravi, tardi, e concitati, e così per natura i Romagnuoli hanno corta la fede: e pertanto per antico proverbio si dice, che il Romagnuolo porta la fede in grembo: e però non è da maravigliare quando i tiranni di Romagna mancano di fede, conciosiachè sieno tiranni e Romagnuoli: i tiranni per paura di loro stato, e cupidi ancora di più signoria, usano e fanno arte di tradimenti. Messer Giovanni figliuolo naturale di messer Manfredi di Faenza avendo pace col legato, vide suo vantaggio per le promesse di messer Bernabò, e rubellossi alla Chiesa, e cominciò a fare guerra e da Bagnacavallo, e da Salervolo, e da altre sue tenute a Faenza e ad altre terre della Chiesa di Romagna, e avuta cavalieri da messer Bernabò ch’erano a Lugo, cavalcò a Porto Cesenatico, dove trovò molta mercatanzia, le case arse e ’l porto, e la mercatanzia e grossa e sottile e’ prigioni ne menarono in preda, e in quel porto peggiorò i cittadini di Firenze oltre a dodicimila fiorini d’oro di loro mercatanzie, e senza impedimento alcuno si tornò a Bagnacavallo. Per questa rebellione i suoi palagi di Faenza furono disfatti.
CAP. XLIII. Come il marchese di Monferrato trasse delle compagnie da Avignone per conducere in Piemonte.
Essendo lungamente la Provenza di là dal Rodano, e ’l Venisì, e la Provenza di qua dal Rodano, e la corte di Roma stata in grandissime persecuzioni delle compagnie addietro narrate, e tenuto il papa con loro per le mani di più baroni trattati di trarli del paese senza avere effetto, in fine il valente marchese di Monferrato, per la guerra ch’avea co’ signori di Milano, essendo molto amato dai buoni uomini d’arme, e favoreggiato co’ danari della Chiesa, in prima s’accordò con la compagnia ch’era a’ Mongiulieri, Inghilesi, Guasconi e Normandi, con la donna del siri di Ricorti: ed avendo fatto questo accordo del mese di marzo, non tennono il patto, ma sotto la sicurtà del trattato passarono il Rodano, e mutarono pastura; e un’altra maggiore compagnia valicò nel Venisì, e consumando il paese infino al maggio. Cominciata la fame e la mortalità in quelle provincie, la compagnia di Santo Spirito, avuto dal papa trentamila fiorini con patto di seguire il marchese lasciata la terra, e l’altra che ’l marchese con danari della Chiesa avea prima patteggiata s’accozzarono a volere passare in Piemonte, e non meno per fuggire la pestilenza e ’l paese, che per servire la Chiesa e il marchese, con tutto che più di centomila fiorini costasse al papa la spesa di levarlisi d’intorno. E spandendosi di ciò la boce per la Provenza, una gran parte se n’avviò a Marsilia, e credendosi entrare nella terra e non potendo, e non avendo da’ Marsiliesi il mercato, arsono i borghi della città, e feciono assai danno nel paese, e poi s’addirizzarono verso Nizza, e a parte a parte valicarono seguendo il marchese nel Piemonte, non senza grave danno de’ Provenzali. E nondimeno essendo di Provenza partiti da seimila cavalli, ne rimasono due altre compagnie, una di quà una di là dal Rodano, lungamente a vivere di preda e di rapina sopra i paesani, e teneano la corte in paura e in travaglio. Lasceremo delle compagnie, e torneremo ad altre più degne cose di nostra memoria.