CAP. XXXIV. Delle compagnie ch’entrarono in Provenza per conturbare i paesani e la corte di Roma.

Avvegnachè grave cosa fosse alla corte di Roma la presura che una compagnia avea fatto di Santo Spirito sul Rodano di sopra a Avignone otto leghe, nondimeno altre compagnie sommosse di Guascogna del reame di Francia del mese di gennaio, febbraio e marzo, fuggendo la pace, la carestia e la mortalità, in poco tempo l’una appresso l’altra vennono in Provenza; e l’una che si nomava la Compagnia bianca, venne appresso a Avignone a trenta miglia, e teneva mercato d’avere danari dal papa, e di levare quella di Santo Spirito, che per cagione ch’avea il Rodano di sopra in sua signoria gravava la corte, non lasciando uscire la vittuaglia di Borgogna; e appresso un’altra di Guascogna e di Spagna partita dalla guerra di quello di Focì e d’Armignacca, che lungamente aveano accolta gente per guerreggiare insieme. Per questa tempesta che conturbava i paesi d’intorno e il papa e i cardinali erano in grave travaglio, e la corte il dì e la notte sotto l’arme, e con molte gravezze di fortificare la città di muri, di fossi, e di steccati, e di cittadinesca guardia, e lo re di Francia non avea podere di liberare le sue terre dalle loro mani non che d’aiutare la Chiesa: e in queste tribolazioni stette Avignone come assediata lungamente, e non vi si potea entrare nè uscire con sicurtà, e l’arti, e’ mestieri, e le mercatanzie tutte v’erano perdute, e la carestia d’ogni bene vi montò in sommo grado. Il papa richiese Franceschi, Provenzali, Guasconi e Catalani che lo atassono dalle compagnie; catuno chiedeva danari per fare l’impresa, e la Chiesa non si fidava d’accogliervi più gente d’arme che v’avesse: e così in tribolazione grande stette lungamente, infino che per operazione del marchese di Monferrato col danaio della Chiesa, come al tempo innanzi diviseremo, vi si mise rimedio. Daremo ora sosta a queste compagnie e a’ fatti della corte, per ritornare all’altre novità che in questo tempo occorsono alla nostra città di Firenze.

CAP. XXXV. Come per comperare gli onori del comune alquanti che li venderono ne furono condannati

Rade volte occorse che i cittadini sieno condannati per baratteria, non perchè sovente non caggino in tale errore, ma per la negligenza de’ rettori, che passano il vizio a chiusi occhi: e perchè l’eccesso che scrivemo fu tanto palese a tutti i cittadini, il rettore a cui la cognizione s’appartenea di ciò non potè senza sua evidente vergogna passare non ne conoscesse. Dalla morte di Carlo duca di Calavria in qua, per ordinazione e costume di nostro comune osservata, e che è di tre anni in tre anni, del mese di gennaio e di febbraio si fa lo squittino solenne de’ cittadini degni dell’onore del comune, sì del priorato come de’ dodici, e gonfalonieri ed altri ufici. Avvenne nel 1360, che certi de’ collegi per danari trassono a essere del numero degli squittinatori certi pochi degni per loro antichità o virtù, il perchè finito lo squittino, e scoperta la cattività, tali de’ collegi trovarono colpevoli dall’esecutore degli ordinamenti della giustizia furono condannati per baratteria, chi in libbre duemila, e chi in mille, e pur tale pena puose freno al disonesto peccato.

CAP. XXXVI. Come i fatti di Francia verso il primo tempo procedeano.

Tornato il re di Francia, trovò il reame assai rotto e mal disposto, e poco era ubbidito, e da sè nullo vigore avea di potere riducere le cose al consueto e primo loro corso, e gastigare non potea chi fallasse, e per questo gli uomini d’arme s’accostarono insieme a contristare le provincie del reame: e intra l’altre tribolazioni, nel pieno del verno, la contessa la quale fu moglie del sire di Ricorti, a cui lo re di Francia avea fatto tagliare la testa quando tornò per ricomperarsi dal re d’Inghilterra, ch’era suo prigione, preso cuore e animo virile fece raccolta di Spagnuoli, di Guasconi, e di Normandi, e dicea di volere dal re ammenda; e certo assai di male e dammaggio avrebbono fatto al reame, se la fame che strignea il paese non l’avesse vietato: questa poi con grossa compagnia trascorse in Proenza, la quale compagnia poi passò in Lombardia. Il conte d’Armignacca e quello di Focì manteneano guerra in Tolosana e nelle loro terre, l’uno contro all’altro, il perchè troppo ne conturbavano il reame; il re reprimere non potea i falli de’ suoi baroni, nè porre ordine in suo reame.

CAP. XXXVII. Come fu guasta la bastita che ’l cardinale di Spagna facea fare in sul canale della Pegola.

Nell’entrata di marzo del detto anno, il legato per tenere sicuro il cammino e ’l canale dalla Pegola a Bologna facea fare con grande studio una bastita in sul canale, ed era quasi che compiuta. I cavalieri di messer Bernabò ch’erano in Lugo, intorno di ottocento barbute, una notte si mossono, e vennono alla bastita, e sì improvviso a coloro che la guardavano che vi entrarono dentro, e mortine assai il resto presono, e rubato quella parte stimarono di portarne il resto arsono con la bastita, e senza contasto alcuno della preda, e’ prigioni ne menarono a Lugo. Della qual cosa a’ Bolognesi parve rimanere in male stato, per tema che quel cammino non fosse loro tolto, e per tal tema costretti rimisono mano a rifare la detta bastita, e a custodirla con più cauta e sollecita guardia, e poco appresso l’ebbono fatta e afforzata per modo non ne temeano. Lasceremo alquanto le tempeste de’ cristiani, per dar luogo un poco a quelle degl’infedeli che apparirono in questi tempi.

CAP. XXXVIII. Della grande pestilenza che percosse i saracini.

In questo anno pestilenza di febbri fu in Damasco e al Cairo tanto fuori di modo, che senza niuno riparo quasi generalmente ogni gente uccidea; il perchè si credette, che le provincie di là rimanessono disolate e senza abitatore, e se guari tempo fosse durata avvenia. I morti furono tanti, che stimare numero certo o vicino non si potè. La cagione onde mosse, a Dio solo, o cui lo rivela, è manifesta. La naturale necessità, la quale surge dall’influenza de’ cieli e delle stelle, dà luogo alla necessità soluta, che procede dalla sua volontà.