In questi giorni, certi d’una casa di Forlì che si nomava di Capo di Ferro, i quali il legato avea rimessi in Forlì, con altri loro amici e congiurati cercarono di mettere una notte in Forlì la gente di messer Bernabò ch’era in Lugo. Il trattato si scoperse, e furono presi venticinque cittadini, e trovati colpevoli, due di quelli di Capo di Ferro ed altri due del mese di gennaio furono decapitati, e dodici di loro seguito mandati a’ confini. La terra si rassicurò con sollecita guardia. Seguendo simili cose e’ pare, che quando il verno non lascia campeggiare la sfrenata rabbia degl’Italiani, non resti di procurare scandali e commuzioni. I Perugini in questi dì trovarono certi loro grandi che voleano rompere il popolo, e mutare il reggimento di quella città, e furono tanto e sì potenti, che scoperto il fatto non s’ardì a fare punizione. In Siena fu sospetto di mutamento di stato, e lungamente se ne stette in gelosia e in guardia. In Volterra fu il simigliante, e con gli ambasciadori del comune di Firenze si quetò la materia dello scandalo. In Bologna in questo verno si scoperse un altro trattato, che alcuni cercavano con messer Bernabò, de’ quali erano due de’ Bianchi caporali, non sapendo l’uno dell’altro. Ed avendo il podestà condannati Giovanni e Federigo de’ Bianchi nella persona per questo tradimento, e mandandoli alla giustizia con due altri, il legato fece liberare Giovanni ch’era meno colpevole, e Federigo e’ compagni furono decapitati. I Perugini, con trattato ch’aveano con certi loro sbanditi ch’erano al soldo del signore di Cortona, il doveano fare uccidere: il fatto scoperto, i traditori furono presi, e fattone quello che meritavano.

CAP. XXX. Come il grande siniscalco fu ricevuto nel Regno, e quello ne seguì.

Per inzigamento di messer Giannotto dello Stendardo, e di messer Ramondo dal Balzo e de’ seguaci loro, allora governatore del re, messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco al giudicio de’ cortigiani parea in poca grazia del re, e giunto in Napoli, e scavalcato al castello del re, convenne che quel giorno col seguente solo a solo col re dimorasse, e con lui a quelle cose che nel Regno erano a fare diede il modo, e lo re lo fè suo luogotenente, e per suo decreto e a’ baroni e a’ popolani comandamento fece, che ubbidito fosse come la persona sua. Quindi a pochi dì fatto suo apparecchiamento, colla gente del comune di Firenze e quella potè avere del paese cavalcò in Puglia verso la compagnia, e misesi nelle terre vicine alla frontiera loro, e li comimciò forte a ristrignere di loro gualdane.

CAP. XXXI. D’un segno nuovo ch’apparse in cielo sopra la città di Firenze.

A dì 9 di febbraio detto anno, alle quattro ore di notte, in aire apparve sopra la città di Firenze un vapore grosso infocato di tale aspetto, che a molti parve che fosse fuoco appresso nella città vicino a loro vista, e per tanto cominciarono a gridare al fuoco, e le campane della chiesa di santo Romeo sonarono a stormo, e lungamente, come è usanza di sonare per lo fuoco; per lo quale romore molti cittadini si levaro da dormire, e vedendo ch’erano vapori incesi nell’arie uscirono delle case, e andarono a’ luoghi aperti, e vidono il tempo sereno, e il lume della luna, e di qua e di là dal vapore sua larghezza rosseggiante a guisa di fuoco per spazio di miglio, e sua lunghezza di quattro, e il suo montare alto del basso tanto era, che le stelle si mostravano in esso come faville di fuoco; e levatosi in distanza alcuna di sopra a Firenze valicò Fiesole, tenendo forma di ponte da Montemorello a Fiesole, e poi con assai lento andamento trapassò nel Mugello, e in un’ora e mezzo consumato si mostrò a coloro che di Firenze n’aveano aspetto. Di tal segno niuna altra influenza si vide da farne menzione, se altra per più lunghezza di giorni non dimostrasse, se non alcuno secco, che danno fè assai alle terre sottili di nostre montagne per tutto nostro paese.

CAP. XXXII. Dimostramento di smisurato amore di padre a figliuolo.

E’ ne parrebbe degno di riprensione lasciando in dimenticanza un caso occorso in questo tempo, perchè ci pare esempio di mirabile carità intra padre e figliuolo, ed e’ converso, tutto che apparito sia in uomini di bassa condizione. Nel contado di Firenze e comune della Scarperia, villa di santa Agata, uno garzoncello nome Iacopo di Piero, sprovvedutamente uccise un suo compagno, e ciò fatto, lo manifestò al padre, il qual turbato gli disse, che subito si partisse, e si riducesse in luogo salvo, e così fece. Il malifizio fu portato alla signoria, e incolpato e preso ne fu il padre del garzone, il quale tormentato, per non accusare il figliuolo confessò sè avere commesso il peccato all’uficiale della Scarperia, e mandato a Firenze al podestà, confessando questo medesimo e raffermando, fu condannato nel capo. Il figliuolo, che segretamente era venuto a Firenze per vedere che fine avesse, vedendo il padre innocente andare a morire per lo difetto suo, mosso da smisurato amore da figliuolo a padre, diliberato di morire perchè il padre campasse, il quale liberamente vedea andare alla morte per campare lui, con molte lagrime si rappresentò alla signoria, dicendo: Io sono veramente colui che commessi il peccato; io sono colui che ne debbo portare la pena, e non per me questo mio padre innocente, che è tanto acceso di carità verso di me perchè io campi, che soffera di morire per me. L’uficiale udito il garzone, quasi stupefatto ritenne e sostenne l’esecuzione che si facea del padre, e trovato la verità del fatto, il padre fu liberato, e il figliuolo, per la necessità della corte, a dì 6 di marzo con pietose lagrime a chiunque l’udirono o vidono fu decapitato. E certo se stato fosse commesso il malificio senza malizia e casualmente, tanto atto di pietà a un benigno signore credere si dee ch’arebbe meritato perdono almeno della vita.

CAP. XXXIII. Contrario esempio d’incredibile crudeltà di madre.

Avvegnachè quello che segue appresso alla narrata pietà di padre e figliuolo dopo i sei mesi occorresse, per collazione del bene col male, volendo operare la sfrenata lussuria operatrice d’incredibile crudeltà di madre contra figliuolo, contra la forma di nostro ordine giugneremo i tempi lontani. All’entrata d’agosto detto anno, nella città di Perugia, una donna di legnaggio non basso avendo avuto d’un onorevole popolano suo marito un figliuolo di buono aspetto, morto il padre, dopo certo tempo la donna giovane si rimaritò a un altro cittadino dabbene, il quale amava il figliastro quanto che figliuolo, sì per l’ubbidienza, sì per l’industria, sì per li buoni costumi vedea in lui, il quale era d’età di dieci anni. La madre per disordinata concupiscenza fu presa dell’amore d’un altro giovane perugino assai accorto e dabbene, e lui pensò d’avere per marito, e godersi con lui e sua dote, ch’era grande, e l’eredità del figliuolo, ch’era maggiore, e altro successore non avea che lei. E con l’adultero tenuto trattato diedono certo ordine alla morte del figliuolo, che lo dovea la notte strangolare, ed ella dovea avvelenare il marito; e dato l’ordine, la madre empia mandò il figliuolo a casa l’amico con certe cose, e gli comandò non si partisse da lui se non lo spacciasse; giunto il fanciullo al buono uomo, e datogli quello che gli mandava la madre, con molta purità con istanza gli domandava d’essere spacciato: vedendo l’uomo la semplicità del fanciullo, glie ne venne pietà e cordoglio, e gli disse: Vattene a tua madre, che tempo non è a quello ch’ella vuole. Vedendo la madre tornato il fanciullo si turbò forte, e lo domandò perchè non l’avea spacciato, e il fanciullo le fè la risposta. La sfacciata meretrice rimandò il figliuolo, e gli comandò, che non tornasse a lei, ma tanto stesse, ch’egli fosse spacciato di ciò che ragionato avea con lui.

Il fanciullo ubbidiente alla madre tornò all’amico di lei, e con molte preghiere lo richiedea, che fare dovesse quello che la madre gli avea imposto; ed egli molto più intenerito, quasi lacrimando gli disse: Di’ a tua madre, che non istia a mia fidanza, ch’io nol voglio fare: e il figliuolo tornato alla crudelissima madre le disse quello che gli era stato detto. La bestiale scellerata ciò udito, in esso stante comandò al figliuolo ch’andasse nella cella, ed ella gli tenne dietro, dicendo: Quello che non ha voluto fare egli farò io; e con le diaboliche mani segò la gola al figliuolo, e quivi lo lasciò morto. Poco il marito tornò in casa, e domandò la madre del figliuolo: la donna presa l’astuzia del serpente con fronte audace gli rispose: Ben lo sai tu, va’ nella cella e vedrailo. Il marito ignorante e puro scese al luogo, e trovò il fanciullo morto, il perchè e’ venne meno, e forte sbaì, e perdè la favella: la moglie lo serrò dentro, e levato il pianto, traendo guai incominciò a gridare, e dire, che il traditore del marito le avea morto il figliuolo per godere la sua eredità; e tratta la vicinanza a romore, ella squarciandosi il viso e’ capelli mai non lasciò aprire l’uscio della cella infino che la famiglia della signoria non venne, la quale apersono l’uscio, e trovarono il malificio, e a furore ne menarono il marito, il quale tormentato confessò sè aver fatto il malificio, e la cagione per godere l’eredità del figliastro. E apparecchiandosi la signoria a farne aspra giustizia, all’amico della pessima donna venne compassione di tanto male, e del sangue innocente sparto e che spargere si dovea, e del fallo suo presa sicurtà da’ signori manifestò la verità del fatto, e la donna venuta in giudicio, senza alcuno tormento confessò la sua iniquitade, e condannata alla tanaglia, e più a esserle levate le carni a pezzo con i rasoi, fece terribile esempio all’altre. Questo peccato tanto enorme forse meritava silenzio di penna, per l’orrore d’udire tra’ cristiani sì alto e sì sfacciato male, conchiudendolo con un verso di Giovenale poeta, che dice: Fortem animum praestant rebus quas turpiter audent, parlando delle femmine che da sè hanno scacciata la pudicizia e la vergogna, il quale in volgare suona: Forte animo prestano alle cose che sozzamente ardiscono di fare.