Vedendosi manifesto per ogni qualunque intendente, che la legge fatta in favore della parte, tutto ch’ad altro fine fosse principiata, era in sè utile e buona ma male praticata, e che coloro che ne doveano secondo il proponimento di coloro che l’aveano creata essere disfatti n’erano sormontati e aggranditi, e che la città n’era in molte parti stracciata e divisa, e di male talento piena ne stava in tremore e sospesa, e’ rimedi sufficienti al male non si vedeano, e se si vedeano erano posti a silenzio, il perchè quasi per una boce comune forte si dubitava di cittadinesca commozione. Ed era per certo da dubitare, come l’esperienza poco appresso ne fè manifesto, perocchè tale mala disposizione conosciuta da certi cittadini mal sofferenti e d’animo grande, e che mal contenti viveano, massimamente veggendo alzare troppo i loro avversari, e da certi che per ammunizione erano a loro parere contra ragione offesi, ed eranne poco pazienti, loro diede audacia e materia di cercare novità, e gli mosse a congiura, e in una a cercare de’ modi e delle vie da levare dello stato coloro i quali per loro nemici teneano. Costoro loro capo feciono Bartolommeo di messer Alamanno de’ Medici, uomo animoso troppo, e che si sarebbe messo a ogni gran pericolo per abbattere gli avversari suoi; al quale parendo che il tempo abile a ciò fare fosse venuto, riscaldato e sollecitato da Niccolò di Bartolo del Buono, e da Domenico di Donato Bandini, i quali erano stati ammuniti e levati dagli ufici e onori del comune come sospetti della parte, non perchè fossono, ma per operazione di chi gli avea con quel bastone voluti fare ricomperare, ristrettosi con loro, cominciarono segretamente a cercare de’ modi e delle vie da pervenire all’intento loro: e così cercando, trovarono che Uberto d’Ubaldino di messer Uguccione Infangati, uomo cupido e vago di novitadi, e atto assai a dovere e potere cercare, e avendo rispetto al male disposto e intrigato stato della città, come per quella scritta avemo di sopra comprendere si può, per suo proprio movimento, e senza averne con alcuno conferito, sotto la speranza d’avere il seguito de’ malcontenti, de’ quali allora il numero era grandissimo ogni ora che gli avesse richiesti, avea tenuto trattato con uno Bernarduolo Rozzo Milanese, il quale era cameriero di messer Giovanni da Oleggio de’ Visconti per allora signore di Bologna, e stato era suo tesoriere, uomo sagace, astuto e d’animo grande, il quale entrato n’era in ragionamento col detto messer Giovanni, mostrandoli per assai belle e apparenti ragioni come se volea il potea fare signore di Firenze. Il tiranno giusta il costume de’ tiranni vi prestò l’orecchie, ma infra il tempo per necessario caso occorse ch’esso tiranno per lo migliore suo s’accordò con la Chiesa, e rendè Bologna a messer Egidio d’Albonazio di Spagna cardinale e legato di santa Chiesa nelle parti d’Italia, il perchè il trattato cominciato per messer Bernarduolo Rozzo si rimase. I predetti Bartolommeo, Niccolò, e Domenico avendo segretamente odorato che per Uberto si cercava rivoltura di stato, e che per tanto verificando il titolo e nome della famiglia sua s’era Infangato, tutto che il modo e le persone con cui trattava non sapessono, conoscendolo uomo sufficiente e atto a fornire delle intenzioni loro, e di quello che loro andava per l’animo, e stimando che per l’errore già commesso per lui loro dovesse essere fedele, lo tirarono ne’ loro segreti consigli, e intorno a loro impresa gli dierono faccenda e pensiero, con dirli cercasse consiglio e aiuto pronto col quale loro intenzione potessono fornire. Parendo a Uberto che i suoi vecchi pensieri fossono di nuovo appoggiati e di consiglio e di forza, senza ai suddetti niuna coscienza farne col detto Bernarduolo Rozzo ricominciò il vecchio trattato, parendoli avere migliorato condizione, offerendoli al servigio sufficiente seguito a fornire il cominciato trattato con lui, e diedeli certe scritture di sua testa compilate, dove soscritto apparea non piccolo numero di cittadini e grandi e popolani, e de’ maggiori e de’ mezzani e de’ minori, tutti persone e da nome e da fatti. Il detto Bernarduolo, parendoli avere in mano la detta cosa per fornita, di tanta audacia e presunzione fu, che avendo cercato questa faccenda con messer Giovanni da Oleggio, e veggendo che sua intenzione gli era faltata per lo dare che fatto avea di Bologna a santa Chiesa, fu di tanta audacia e presunzione, che sentendo il cardinale di Spagna uomo d’alto animo, fattivo e cupido di fama mondana, e desideroso oltre a modo di temporali signorie, e per tanto quasi senza considerazione, e per tanto di grandi imprese lo richiese, mostrandoli, che senza niuno dubbio con poca spesa e fatica potea essere signore di Firenze. Il legato, tutto fosse cupido e animoso, era savio e temperato, e conoscea che fallandoli l’impresa potea essere il suo disfacimento, e promessa credenza di tutto, il trasse fuori di pensiero de’ fatti suoi; poi come detto è di sopra a uno degli ambasciadori fiorentini il detto cardinale in genere revelò che trattato era in Firenze. Nè però ristette Bernarduolo di cercare, e seguendo la via cominciata, portò il trattato a messer Bernabò, il quale mostrò d’averlo caro e accetto, ma come signore di grande sentimento e pratico delle baratte del mondo, non parendoli che la cosa dovesse avere effetto, secondo l’offerte che gli erano fatte dava e toglieva parole e tenea in tranquillo, mettendo per lunga via la mena, e per simile il detto Uberto dicea ai detti Bartolommeo e i compagni che cercava cose ch’anderebbono a loro intenzione, ma che per ancora non avea tanto che loro niente effettualmente ne potesse dire.
CAP. XXV. Come si scoperse il trattato che era in Firenze, e certi ne furono puniti.
Mentre le dette cose si cercavano per Bernarduolo, parendo ai detti tre Bartolommeo, Niccolò e Domenico, che ogni piccolo indugio loro fosse pericoloso, poichè incominciato aveano, e temendo che lunghezza di tempo non impedisse, e scoprisse quello che intendeano di fare, sollecitavano continovamente, e un’ora non si lasciavano fuggire di mano, pensando dì e notte de’ modi come loro proponimento potessono fornire, intra i quali uno loro ne cadde nell’animo, il quale poi si conobbe sufficiente a muovere scandalo grande e pericoloso, ma non a terminare secondo il concetto dell’animo loro; e per mandarlo ad esecuzione. I detti caporali con inventivi modi e argomenti sottili e sagaci trassono in loro congiura e trattato messer Pino di messer Giovanni de’ Rossi, Niccolò di Guido da Sanmontana de’ Frescobaldi, Pelliccia di Bindo Sassi de’ Gherardini, Beltramo di Bartolommeo de’ Pazzi, Pazzino di messer Apardo Donati, Andrea di Pacchio degli Adimari, Luca Fei, Andrea di Tello dell’Ischia (questi ultimi due per molti si tenne che senza colpa fossono messi nel ballo) e frate Cristofano di Nuccio de’ monaci di Settimo, il quale era stato lungo tempo alla guardia della camera dell’arme, e quindi per alcuno procaccio d’altrui era stato rimosso: di molti altri si disse, ma non si trovò esser vero, e se fu, si tacque, e ammorzò per lo migliore, e per fuggire disordinato fascio, ma agl’intendenti parve, non essendo matti i detti nominati di sopra, sì grande tentamento dovesse avere maggiore appoggio e sequela e nel numero. La motiva loro fu più per odio e nimistà speziale che vogliosamente portavano a certa famiglia di popolari grandi e in comune, e per levarli di stato e cacciarli, che per zelo che avessono alla repubblica o ad altri loro cittadini. L’ordine per i detti dato a fornire loro impresa fu di questa maniera, che l’ultimo dì di dicembre frate Cristofano, che per le reliquie del vecchio uficio che gli era stato levato ancora liberamente usava l’entrata e l’uscita del palagio de’ priori, ed era signore delle chiavi, dovea segretamente mettere quattro fanti in sulla torre del palagio de’ signori, e rinchiuderli in una camera che v’è, e non s’usava, e poi di notte dovea aprire lo sportello della porta del palagio di verso tramontana, che non s’usava, e mettere quetamente per quella ottanta fanti, e riporli ivi di presso nella camera dove si riducono gli uficiali delle castella, ch’allora non vi stava persona, e la seguente mattina, quando escono i signori vecchi ed entrano i nuovi, rimanendo dentro un fante solo che serra la porta, mentre che le dicerie e solennità a tali atti usati si fanno, i detti ottanta fanti doveano uscire della detta camera, e uccidere o prendere il detto portiere, e serrare la porta, e salire sul corridoio del palagio, e con le pietre percuotere chiunque fosse sulla ringhiera, e i fanti della torre doveano sonare le campane a stormo, e in quell’ora si doveano muovere i detti congiurati col seguito loro, stimando che molti cittadini offesi e malcontenti, e quelli che stavano indubbio dello stato loro traessono a loro, e gli dovessono seguire; con volere che per altro ordine si governasse la terra, della quale s’immaginavano essere principali e maestri, com’erano principali della matta impresa, con mostrare di volere che a neuno fosse fatto oltraggio o torto. Il pensiere loro fu riputato da molti folle, perchè non avendo altro braccio, rimaneano in podestà del furore del popolo, se non avesse consentito al loro movimento. Altri stimavano, che essendo il popolo confastidiato come detto avemo, e per natura mobile e vago di novità, e che scorrere si lascia quando è scommosso là dove non possono i savi stimare, che loro pensiero potesse avere effetto: ma Dio che è guardia de’ semplici e innocenti, e che talora per rispetto loro tempera l’ira sua contra i rei, perchè il caso parea come suole fare, o per fortuna o per privati odii contra loro straboccare, volle si scoprisse il trattato, e fu in questo modo. Detto avemo come il legato sotto parole generali avea fatto sentire come nella città era trattato, ma d’esso non avea dato indizio veruno; e stando per questo i governatori e i cittadini di Firenze nel tenebroso sospetto, Bernarduolo Rozzo, che vedea suo ragionamento tornato in fummo, pensò di fare civanza, e trarre vantaggio delle fatiche che avea ordinato in male operare, e venuto a Santa Gonda, mandò per uno suo amico della casa degli Antellesi, e a lui disse, che quando il comune di Firenze gli volesse dare venticinque migliaia di fiorini, ch’egli manifesterebbe il trattato, e chi lo conducea. Ciò sentito per i signori, e tenuto segreto consiglio, per trarre il popolo di periglio, e di sospezione e paura, diliberarono gli fosse dati danari, e alla promessa d’essi s’obbligarono i signori, e’ collegi, e’ richiesti, e se ne fè scrittura obbligatoria con saramento, e il pagamento se ne dovea fare in Siena, manifestato ch’avesse in forma bastevole la verità del fatto. Anzi che fosse il detto ragionamento fornito, o fattone esecuzione, fu noto a Bartolommeo che ’l fatto si venia a scoprire, non perchè il detto Bernarduolo il sopraddetto processo e ordine sapesse, ma che per quello che tenuto avea con Uberto Infangati sapea i nomi di coloro che sapea che teneano al suo, si manifestò e aprì a Salvestro suo fratello, e quello che occultato avea, e a lui e a’ suoi consorti palesò. Salvestro udito il voglioso e poco savio movimento del fratello, per ricoverare l’onore suo e della casa sua, che per la detta impresa potea cadere in sospicione, e per trarre il fratello di pericolo e d’abominio, con certi dello stato discreti e fidati, e alla famiglia sua, di presente ne fu a’ signori, e da loro prese sicurtà per Bartolommeo, dicendo, che da lui avrebbono tanto, che potrebbono trarre di sospetto e di paura il comune, il quale quasi per lusinghe tirato nel trattato, con infingere di non sapere se non la corteccia, dissono a’ signori, che se avessono Niccolò e Domenico di Donato Bandini che ne saprebbono il tutto, come da’ caporali e guide del trattato; di che i signori di subito mandarono per loro in forma e in modo, che se si fossono voluti cessare non aveano il podere, e quelli per loro prima esaminati li dierono al podestà. Gli altri congiurati sentito questo si cessarono subitamente; e i detti presi confessato il loro eccesso furono dicapitati: gli altri nomati, eccetto il detto Bartolommeo, furono per lo potestà senza vituperevole titolo condannati nella persona. Il detto Bernarduolo Rozzo, avendo per la detta sua operazione certificato il comune che ’l suo palesare il trattato era per vendere la vita di molti cittadini, e non per palesare il suddetto trattato, del quale niente sapea, fu di tanta presunzione e ardire, che sotto la promessa di dare al comune scritta di mano propria de’ congiurati, alla quale erano sottoscritti molti cittadini di loro propria mano, e suggellato di loro proprio suggello, domandò ed ebbe fidanza di venire a Firenze, e a’ signori la detta scritta diede, la quale si trovò essere di mano d’Uberto Infangati, fittamente e coloratamente composta, secondo che fuori n’uscì la boce, se vera fu, o no. Ragunato il consiglio, coram omnibus la scritta fu arsa senza altrimenti farne dimostrazione. A Bernarduolo Rozzo furono donati cinquecento fiorini d’oro, e tratto del nostro contado dato gli fu il congio. La legge, ch’era stata in gran parte cagione e materia di tanto male, e peggio per l’avvenire promettea, per tutto ciò ammendata non fu, nè regolata nè aggiustata in niuna sua parte.
CAP. XXVI. Come si comperò Montecolloreto, e la giurisdizione di Montegemmoli dell’Alpe per lo comune di Firenze.
Ottaviano e Giovacchino figliuoli di Maghinardo e Albizzo degli Ubaldini, essendo male in accordo co’ figliuoli di Vanni di Susinana, e con gli altri Ubaldini teneano Montecolloreto, e possedeano l’Alpi con millecinquecento fedeli e’ fitti perpetui, e costoro cercavano di volere vendere Montecolloreto e l’Alpe, e le ragioni ch’aveano in Montegemmoli, e in Cornacchiaia e nell’altre villette dell’Alpe al comune di Firenze per loro vantaggio, e dispetto de’ loro consorti. Il comune intendea alla compera. Gli altri Ubaldini che si teneano avere ragione nell’edificio di Montecolloreto mandarono a Firenze a contradire la vendita. La cosa stette lungamente in dibattito, infine il comune comperò la proprietà da coloro che teneano Montecolloreto, e tutta l’Alpe, e la giurisdizione ch’aveano i figliuoli di Maghinardo, e comperò tutti i fitti perpetui ch’aveano nell’Alpe, sicchè il paese e gli uomini rimasono liberi del comune di Firenze, e i detti Ottaviano, Giovacchino, e Albizzo, e tutti i loro congiunti e loro famiglie furono fatti per riformagione del comune, a dì 30 di dicembre del detto anno, cittadini e popolari di Firenze, e fatte le carte della detta vendita per ser Piero di ser Grifo delle riformagioni, ed ebbono contanti fiorini seimila d’oro, com’elli furono in concordia e in patto d’avere dal comune di Firenze. L’Alpe fu recata a contado, e gli uomini liberi da’ fitti perpetui.
CAP. XXVII. Come una compagnia creata novellamente prese Santo Spirito.
Finite le guerre, e fatta la pace fra i due re d’Inghilterra e di Francia, tornato il re Giovanni in Francia, e intendendo dolcemente a rassettare il reame, fece gridare per tutto suo reame che tutta mala gente si dovesse partire, e sgombrare il suo reame sotto gravi pene; e per tale cagione diverse compagnie s’adunarono, le quali l’una dopo l’altra poi trassono ad Avignone. Sicchè dove speranza era che il re liberasse la Chiesa seguitò il contrario, e più si credette per tutti che i paesi si posassono, e s’intendesse a’ mestieri e alle mercatanzie, ma incontanente seguitò in Parigi e nel paese di Francia grandissima carestia e mortalità, e coloro ch’erano usi in guerra, e più atti alle prede e alle rapine ch’alle mercatanzie e mestiere, udito il grido e il comandamento del re in diverse parti s’accolsono insieme per modo di compagnia, e feciono diversi capitani, e chi vernò in un paese e chi in un altro alle spese de’ paesani, conturbando le provincie; e un’accolta si fece verso Lione sopra Rodano, in grasso e abbondante paese, e ivi stettono senza contasto, e dimorati alquanto nel paese, si misono verso Lione per valicare in Provenza: il vicario di Lione coll’aiuto de paesani occuparono i passi, che sono stretti e forti, e non gli lasciarono passare; e vedendosi la compagnia impedire, un’altra volta maliziosamente si strinsono sopra Lione, ove tutta la forza della città e delle vicinanze trassono alle difese, e i capitani della compagnia aveano fatto eletta di mille barbute, e ordinato quando la gente traesse a loro che prendessono un altro cammino per l’alpe della Ricodana, e così fatto fu senza trovare chi loro contradicesse, e tra il giorno e la notte appresso l’alpe passarono, che di mala via furono oltre a miglia quaranta, e alla dimane si trovarono nel piano presso a Santo Spirito in sul Rodano, e quivi per lo freddo sostenuto la notte con fuochi si ristorarono, e a’ loro cavalli provvidono e a loro di vivanda per riprendere forza della gran fatica che la notte per lo gran cammino aveano sostenuta; e ciò fatto, montati a cavallo si dirizzarono a Santo Spirito, dove trovarono la gente sprovveduta, e nullo resistente s’entrarono nel borgo. La rocca si tenea per uno castellano lucchese, e quella col castellano presono: e perchè il fatto fu incredibile per la fortezza del luogo, molti pensarono che fatto fosse per ordinamento del Delfino, e perchè il castellano fu lasciato e poi ripreso ad Avignone, stimossi che il papa il sentisse, e per lo meno male lo si tacesse. I terrazzani da bene uomini e donne si ridussono nella chiesa ch’è forte, e aspettando il soccorso de’ vicari circostanti e dal re di Francia per spazio di sei dì, si patteggiarono di dare fiorini seimila d’oro, salvo l’avere e le persone: i danari furono pagati, ma i patti non furono attesi, che tutti furono rubati, e molte femmine giovani ritenute al servigio della compagnia. Santo Spirito è vicino ad Avignone a otto leghe di piano. E il nobile ponte sopra il Rodano di presente occupato fu per quelli della compagnia, d’onde aveano libera l’entrata nel Venisì, e poteano a loro piacere cavalcare fino ad Avignone: per tale cagione il papa e i cardinali ebbono gran paura, e la città tutta prese l’arme serrate le botteghe, e solo s’intendea a fare steccati e bertesche sì alla città e sì al gran palagio del papa, e a provvedersi di vittuaglia, e con soldati s’attendea a buona guardia, e di dì e di notte. E oltre a questa provvisione il papa bandì la croce sopra la compagnia, credendo subito avere gran concorso di gente d’arme e da piè e da cavallo, e nullo si trovò che la prendesse, onde lentamente cominciò a fare gente di soldo, e fè capitani il cardinale d’Ostia con certi altri prelati, e li mandò nel Venisì a fornire le castella della frontiera contro i nemici perchè non potessono stendere nè verso Avignone nè verso la Provenza, massimamente perchè sentiva che la compagnia era per avere maggior forza in corto tempo da quelli che rimasi erano di là da Lione. Al modo delle guerre de’ prelati la boce fu grande, e la difesa fu piccola quando alla compagnia parve il tempo da valicare, ma per allora essendo pochi, ed avendo roba assai, gran tempo stettono senza fare cavalcate, e il ponte afforzarono in forma, che le navi che veniano di Borgogna ad Avignone con vittuaglia non poteano passare, onde la corte sostenne grave carestia. Lasceremo per ora questa materia la quale ebbe lungo processo, e seguiteremo le cose d’Italia, che nel tempo richieggiono il luogo debito loro.
CAP. XXVIII. Come tornati gli Ungari e messer Galeotto da Parma si misono a Lugo.
Tornati gli Ungari del Parmigiano, il legato, perchè non gravassono dentro i Bolognesi, gli mandò sopra Lugo, dando boce di volere rivolgere un fiumicello che corre verso Castello san Piero sopra Lugo; e per fare la mostra apparente ragunò maestri paesani a ciò fare, e niuno effetto ne seguì. Stando gli Ungari a campo a Lugo messer Galeotto cavalcò sopra Castelfranco, e mancandogli i soldi pagati per lo legato agli Ungari e ai soldati, si partirono del detto mese di gennaio e da Lugo e da Castelfranco, e di loro una parte dal Biscione prese soldo, ed entrò in Lugo a fare guerra contro al legato, e alquanti il legato se ne ritenne. Mille o più a piano passo si dirizzarono in Romagna, e quindi nella Marca vivendo a legge di compagnia, e parte di loro s’aggiunse alla compagnia del Regno. Poco appresso il legato s’accordò con quelli ch’erano passati nella Marca, e di febbraio gli fece tornare sopra Lugo, per rattenere quelli ch’erano in Lugo dal conturbare la Romagna, ma poco tempo là durarono per la povertà del legato, ch’avea l’animo grande e la fonda vota.