Essendo di Giulianese entrata la compagnia nel distretto del duca di Durazzo, avendo difetto di pane, e mostrandolo maggiore, quelli di Castello san Martino essendo molto forniti di vittuaglia, per ingordigia del prezzo i villani di quello cominciarono a vendere il pane un gigliato. La gente d’arme maliziosa e cauta, veggendo i villani allargarsi all’esca del danaio, mandavano a uno e a due nel castello insieme con le mani piene di gigliati a comperare del pane, ed eglino si stanziavano di fuori senza fare alcuna guerra al paese; onde avvenne, che dimesticata la gente matta e avara, per potere vendere più del pane lasciarono entrare nel castello degli uomini della compagnia, i quali dato segno a quelli di fuori furono di subito alla porta, e con quelli d’entro cominciarono la mischia, e cacciarono le guardie dalla porta, e misono dentro la compagnia, facendo per ciò sussidio grande al loro stremo bisogno, ch’erano nel dicembre, e per loro non trovavano pane nè strame per i cavalli, e nel castello abbondantemente ne trovarono, e pertanto gran parte del verno vi dimorarono sovente cavalcando il paese, e riducendosi all’ostellagione senza costo loro con le prede faceano nel paese.

CAP. XX. Come il re d’Araona diè per moglie la figliuola a don Federigo di Cicilia.

Del mese di novembre detto anno, lo re d’Araona diliberò di dare per moglie a don Federigo figliuolo di don Piero di Cicilia la figliuola, e a dì 27 di dicembre seguente giunse nell’isola di Cicilia con quattordici galee ben armate, e fatto porto a Cattania, dove il giovane re facea suo dimoro, ricevuta la donna con quella festa che far le potè secondo il suo povero stato la disposò; e pensandosi che le galee de’ Catalani facessono guerra a Messina e all’altre terre del re Luigi, senza arresto alcuno fornita la festa delle nozze se ne ritornarono in Catalogna.

CAP. XXI. Come messer Bernabò si provvedde per avere gente, nuova per guerreggiare Bologna.

Messer Bernabò mostrò di non curarsi dell’avvenimento degli Ungheri e de’ Tedeschi che alquanto del verno stettono sopra le terre sue, anzi scrisse al legato parole di scherno, volendo mostrare, che quello che fatto avea tornerebbe tosto in sua confusione. E a certi suoi confidenti mostrò un grandissimo tesoro accolto di nuovo senza toccare quello della camera sua, il quale passava il numero di secento migliaia di fiorini, i quali affermava sè avere diputati per vincere la gara di Bologna. E per ciò cominciare e con danari e con doni mandò il conte di Lando in Alamagna a sommuovere baroni e cavalieri a sua provvisione per averli al primo tempo; il quale trovando che per l’imperadore e per lo doge d’Osteric, e per lo marchese di Brandisborgo, e per gli altri principi d’Alamagna fatto era comandamento, che niuno arme prendesse contro a santa Chiesa, del mese d’aprile seguente tornò con dieci bandiere di ribaldi, i quali per non avere che perdere non curarono i comandamenti de’ loro signori, golando il soldo di messer Bernabò. Ora nel processo nostro per lo verno dando sosta all’altre fortune ci si apparecchia a narrare cosa spiacevole alla nostra città di Firenze, e all’altre città a lei vicine.

CAP. XXII. Come messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco del Regno venne in Firenze, e della novità che per sua venuta ne seguio.

Messer Niccola Acciaiuoli fatto per lo legato conte di Romagna e del suo segreto consiglio, sollicitato dal re Luigi co’ comandamenti, e da’ Fiorentini e dagli altri comuni di Toscana procacciava aiuto contro alla compagnia d’Anichino; onde egli fatto vececonte in Romagna, e provveduto d’uficiali alle terre commesse al suo governo per santa Chiesa, a dì 9 di dicembre venne a Firenze, dove da’ parenti e dagli amici, e dagli altri cittadini discreti e da bene a grande onore fu ricevuto. Lo suo dimoro e portamento nella città era onesto e di bella maniera, mettendo ogni dì tavola cortesemente, e senza alcuna burbanza, chiamando i cittadini, e i grandi, e i popolari alla mensa, onorandoli successivamente: e così stando in Firenze, con ogni onesta sollecitudine che potea procacciava di fornire il comandamento del suo signore, e richiedeva sovente con riverenza i suoi signori priori e collegi d’aiuto, e simile in spezialità gli altri cittadini che in ciò gli prestassono favore. E in questo stante novità occorsono nella nostra città, che tutta la terra puosono in confusione, come nel seguente capitolo diremo.

CAP. XXIII. Come per sospetto nato nella città di Firenze di messer Niccola indegnamente egli ne ricevette vergogna.

Anichino di Bongardo, com’è di sopra scritto, e con sua compagnia era passato nel regno di Puglia, con animo d’offendere il re Luigi a suo podere, il quale sollecitamente si dava a’ ripari, il perchè il gran siniscalco n’era venuto a Firenze per avere aiuto, e promessa avea avuta d’avere trecento cavalieri; or come piacque alla fortuna occorse, ch’al nuovo priorato, che trar si dovea per legge di comune, far si dovea lo squittino nuovo de’ priori e collegi, e fallare non potea che stando messer Niccola a Firenze o vicino non fosse priore, perocchè nelle borse vecchie niuno v’era rimaso se non egli, e delle nuove trarre non si potea se non si votasse le vecchie, ed egli a ogni nuovo priorato era tratto, e rimesso per assenza: il caso che parea appensato, e l’uomo per la grandezza sua nella città per tema di tirannia verisimilmente sospetto, con assai colorata credenza facendo i governatori della città fortemente sospettare, e mormorio n’era tra loro, il quale per lo procaccio si stendea nel volgo, e se ne parlava e in piazza e a’ ridotti, ma per quello che veramente sentimmo l’animo del nobile cavaliere della detta intenzione era tutto rimoto, e per tanto per quetare il mormorio sollecitava d’avere la gente dell’arme che il comune gli avea promessa, e proposto s’era al tutto nell’animo che se necessario caso l’avesse ritenuto di renunziare l’uficio. Occorse in quei giorni, che licenziandosi i nostri ambasciadori dal legato di Spagna, il quale come di sopra è scritto presa avea la signoria di Bologna, ed egli avendo l’uno di loro conosciuto per uomo grave e intendente e d’autorità, e a cui molta fede era data nel suo comune, avanti che a loro desse il congio, quel tale segretamente chiamò nella camera sua, e datali la credenza, prima gli rivelò come certamente sentia che in Firenze era trattato e congiura per sovvertere lo stato loro. Il discreto e accorto ambasciadore gli rispuose, che tale credenza tenendola a lui era pericoloso, e simile al suo comune, e che per tanto a lui piacesse che a’ suoi signori il potesse manifestare, non domandando come savio più oltre, per non avere materia d’abominare i suoi cittadini, senza i quali non pensava ragionevolmente potere essere trattato. Lo cardinale non glie n’aperse più, ma gli concedette licenza che di quello che detto gli avea ne facesse fede a’ signori suoi come gli avea domandato. Per la rivelazione di costui generale e oscura il sospetto preso di messer Niccola crebbe a maraviglia, e in tanto, che senza niuno intervallo di tempo provvisione si fè, la quale in effetto contenne, che niuno ch’avesse giurisdizione di sangue, o sotto sè città o castella non potesse essere all’uficio del priorato: ma per non fare più vergogna al valente cavaliere trovandosi egli alla tratta de’ nuovi priori, affrettarono di dare la gente promessa perchè avesse onesta cagione di partirsi, il quale avendo ricevuto la gente, al modo del buono Scipione Affricano per liberare dal sospetto la patria e sè da vergogna, con la gente datagli di presente prese viaggio, e giunto a Siena, e appresso a Perugia, loro in nome del re Luigi richiese d’aiuto, e altro che belle parole non ne potè riportare. In questo fortunoso ravviluppamento assai per li savi non odiosi si comprese della magnanimità del gran siniscalco, perocchè nè in atto nè in parole in lui veruno turbamento si vide o sentì, ma piuttosto tranquillità d’animo, quasi come se ciò s’avesse recato a onore che in tanta città fosse preso che tanto animo avesse: e tutto che per lo trattato che poco appresso si scoperse si manifestasse l’innocenza sua e purità d’animo, non di meno la legge rimase, e fu riputata utile e buona, perchè si dirizzava a conservamento di libertà, la quale in questo mondo certano è riputata la più cara cosa che sia.

CAP. XXIV. Come si scoperse congiura di certi cittadini di Firenze, e trattato per sovvertere lo stato che reggea.