Essendo l’impresa di Bologna barattata nelle mani di messer Bernabò per altro modo che non istimava, e ripiena d’Ungheri la Lombardia, il comune di Firenze avvisando che tempo fosse atto a trovare via d’accordo, mandò di novembre di detto anno a smuovere il legato a lasciare trovare modo alla concordia, lo quale trovarono in vista e nelle parole bene disposto, e però andarono a Milano a messer Bernabò, e cercato più volte di poterli parlare, non poterono da lui in Milano avere udienza, perocchè la notte innanzi mattutino messer Bernabò era a cavallo e andava alla caccia, e la sera tornava tardi, e non dava udienza, perchè convenne che la notte il seguitassono sponendo loro ambasciata, e cavalcando forte il signore senza arrestarsi, e non di meno parea desse speranza al trovare de’ modi; e così seguì più dì senza avere udienza altro che cavalcando, sopravenne quello, che il legato trattò co’ suoi Ungheri, come appresso diviseremo; per la qual cosa sdegnato messer Bernabò non volle più udire da quella volta innanzi gli ambasciadori di Firenze, e senza onore si ritornarono al loro comune.

CAP. XV. Come il legato mandò gli Ungari sopra la città di Parma.

Il valente legato conoscendo l’animo di messer Bernabò niuna fede prendea di lui, e avendo lungamente dimostrato discordia con gli Ungheri come narrato avemo, e sentendo inverso Reggio mille barbute casse da messer Bernabò, con l’aiuto di messer Feltrino da Gonzaga per certa provvisione le condusse, e improvviso a tutti in una notte fece pagare per certo tempo gli Ungari ch’avea cassi e quelli ch’avea condotti, e mostrando d’andarsene gli Ungari di verso Ferrara, avendo avuta la licenza del passo, si rivolsono, e valicarono Modena e Reggio, e furono prima in sul Parmigiano, ch’alcuna novella n’avessono avuta i paesani, e per questo improvviso corso feciono di bestiame grosso e minuto preda senza misura. E appresso agli Ungari vi mandò il legato messer Galeotto con mille barbute, e a lui feciono capo l’altre mille condotte a Reggio per modo di compagnia, valicarono la Fossata, e poi il fiume della Parma, e stettono in larga preda più di venticinque dì, perocchè per comandamenti di messer Bernabò il paese non era lasciato sgombrare. La stanza e la ritornata fu senza contasto, e a Bologna si ritornarono a dì 11 di dicembre, con fama d’avere avuti danari da messer Bernabò; per la qual cosa il capitano degli Ungari tornato poi in Ungheria dal suo signore fu messo in prigione.

CAP. XVI. Della presura del conte da Riano.

Il re Luigi avendo sentito come Anichino di Bongardo con la sua compagnia s’avviava nel Regno, o che ’l conte da Riano gli fosse di ciò infamato, o ch’egli avesse sospetto di lui, lo fece mettere in prigione, con minacce di farli torre la persona. Il conte si sentia senza colpa, e non temea, confidandosi nella verità, e nel grande parentado che avea con i maggiori baroni del Regno, i quali riprendeano il re di quella presura, per la quale non piccola dissensione era nel reame, e per l’aspetto della compagnia, e ancora perchè il duca di Durazzo non si fidava del re; e il gran siniscalco si stava a Bologna, e mostrava non curarsi di ritornare nel Regno, accortosi che ’l re avea troppa fede data ai baroni ch’erano a lui in contradio. Lo re non era sano, e il prenze perduto per le donne e per lo vino dalla cintura in su, e per queste cagioni il re sollecitava con lettere il gran siniscalco che tornasse a lui, ed egli sostenea per soccorrere al tempo del gran bisogno, e per fare ricredenti gli avversari suoi, come poscia addivenne.

CAP. XVII. Come la compagnia d’Anichino sostenne fame all’entrata del Regno.

Anichino di Bongardo con la sua compagnia essendo valicato nel Regno, tentato l’andare all’Aquila, e trovato i passi forniti alla difesa, fu costretto arrestarsi del mese di novembre, essendo i passi stretti e male agiati di vittuaglia, verso Lanciano, per la qual cosa soffersono gran fame e assalto a’ passi da’ paesani, onde in quel luogo perderono circa a ottocento tra cavalieri ungari e masnadieri; e non potendo in quel paese acquistare se non fame, presono la via di verso la Puglia, e all’entrata di dicembre furono in Giulianese: le terre trovarono afforzate e sgombro il paese, sicchè poco di preda vi poterono avanzare, nondimeno gli Ungari e i soldati cassi nel paese di là seguivano la compagnia sentendosi entrare nel Regno, e accrescevanle forza.

CAP. XVIII. Come messer Cane Signore rimandò la moglie che fu di messer Cane Grande al marchese di Brandisborgo.

Morto messer Gran Cane dal fratello, e tornato messer Cane Signore in Verona, presa la signoria dopo il lamento fatto della morte del marito, la donna che fu di messer Gran Cane sirocchia del marchese di Brandisborgo con disonesta fama di messer Cane Signore lungamente contro suo volere fu ritenuta in Verona. E in quei giorni addivenne, ch’a un parlamento fatto dai principi d’Alamagna con l’imperadore, il marchese di Brandisborgo si dolse dell’oltraggio fatto alla sirocchia per messer Cane Signore; onde dall’imperadore e dagli altri principi d’Alamagna fu confortato ch’attendesse a vendicare sua ingiuria, promessogli fu in ciò loro aiuto. Come ciò pervenne agli orecchi di messer Cane Signore cagione gli fu di rendere la donna, la quale rimandò del mese di novembre detto anno con quello onore e con quella compagnia ch’a lui piacque infino fuori de’ suoi confini, e quivi trovato di sua gente che gli si faceano incontro la lasciarono, udendo minacce grandi contro al signore loro. Il detto duca fece partire di suo paese tutti i sudditi del signore di Verona, e a tutti vietare le fiumane e’ passi come a suoi nimici.

CAP. XIX. Come la compagnia d’Anichino di Bongardo prese Castello san Martino.