CAP. LXIX. Di fuoco che senza rimedio arse in Roma san Giovanni Laterano.

Egli è da dolere a tutti i cristiani quello che ora sono per narrare della nobile e venerabile chiesa di san Giovanni Laterano di Roma, e ciò pare piuttosto ammirabile che degno di fede. Uno maestro ricopriva il tetto della nave maggiore della detta chiesa, la quale essendo coperta di piombo conveniva che con ferri roventi le congiunture delle piastre si congiugnessero per ammendare i difetti, ed avendo il maestro il fuoco acceso di carboni sopra il tetto, per sinistro avvenimento un poco di carbone cadde, e come che si entrasse, senza avvedersene il maestro si posò sopra una trave, e quella incese, e appresso con quella tutto l’altro edifizio senza potere essere atato a spegnere, non che grande popolo non vi traesse con ogni argomento, ma quasi come fosse volontà di Dio tutta la nave della chiesa, e tutte l’altre parti di quella, e tutte le cappelle con quella di Sancta Sanctorum arse, che nulla vi restò fuori che le mura, con danno inestimabile del costo di tale e tanto edificio: è vero che le reliquie di Sancta Sanctorum si camparono; e ciò avvenne del mese d’agosto del detto anno. Giugnendo fuoco a fuoco, in questo medesimo tempo nelle contrade di Bossina fuoco cadde da cielo, e arse gran paese senza riparo nessuno.

CAP. LXX. Del maritaggio del duca di Guales primogenito del re d’Inghilterra.

Contato avemo addietro le prodezze e grandi valentrie del duca di Guales primogenito del famoso re Adoardo d’Inghilterra, a cui vivendo la corona succedè. Costui in questi giorni si tolse per moglie una sua consobrina contessa di Chienne, la quale era di tempo, e vedova di due mariti di piccoli baronaggi, e aveva fatti più figliuoli. La maraviglia che di ciò prese chiunque sapea suo alto stato, vita e condizione, ce n’ha fatto qui fare nota, forse con iscusa alcuna.

CAP. LXXI. Come papa Innocenzio riformò santa Chiesa de’ cardinali morti per la morìa.

Erano morti in pochi dì nella corte di Roma il vicecancelliere di Preneste, il cardinale Bianco, quello d’Ostia e di Velletri, quello di Calamagna, messer Andrea da Todi detto il cardinale di Firenze, il cardinale della Torre, e quello che fu generale de’ frati minori, e un altro. Il papa volendo riformare santa Chiesa di cardinali, nel tempo delle digiune del mese di settembre dello anno ne fece altri otto: il cancelliere di Francia, l’arcivescovo di Ravenna assente, che poi morì in cammino, ed era Caorsino, l’abate di Clugnì Borgognone, il vescovo di Nemorsi Francesco, l’arcivescovo di Carcassone nipote del papa, messer Guglielmo suo referendario ch’era di Limosi, il figliuolo di messer Pietro da san Marcello, e l’arcivescovo d’Aques in Guascogna, tutti oltramontani, e niuno ne fece Italiano, dimostrando che di visitare la cattedra di san Piero a Roma era strano al tutto del desiderio e appetito degl’Italiani.

CAP. LXXII. Come il re Buscialim della Bellamarina fu morto, e delle rivolture di Granata.

Regnando Buscialim in Fessa, ed essendo tornato al regno con l’aiuto del re di Castella, certi caporali cristiani e mori del detto re si levarono senza cagione debita contro al re, e uccisonlo, dicendo, che loro non dava loro soldi, ma il vero fu, che morire lo feciono perchè egli era troppo amico del re di Castella, e la cagione si prese, perocchè avendo il re di Castella guerra col re di Granata, mosse Maomet cacciato dal detto re di Granata, che dovea essere re egli, a ritornare nel paese, e il re Buscialim a petizione di quello di Castella avea scritto a tutti i rettori delle sue terre ch’avea in Ispagna, che ubbidissono il detto Maomet come la sua persona, della qual cosa turbati i Mori uccisono il loro re Buscialim; e morto costui, feciono re un Busciente, ch’era in prigione fratello del detto re, ma non era di sana mente, e però altri governava il reame, e costoro incontanente contramandarono a’ balii delle terre di Spagna, che non lasciassono entrare Maomet in loro terre. E poco appresso, del mese di novembre del detto anno, quelli di Fessa, vedendosi avere il re smemoriato, mandarono ambasciadori a Sibilia a un giovane della casa reale di Bellamarina, il quale si stava a Sibilia con un altro suo fratello minore assai poveramente: gli ambasciadori lo addomandarono, il re di Castella li fece armare una galea e menarlo a Setta, e di là per terra il condussono a Fessa, e in ogni parte fu ricevuto per loro re, e l’altro ch’era mentecatto fu rimesso in prigione: e allora il re di Castella fece pace co’ Mori, e con il loro novello re ritenne grande amistà, e da lui ricevette ricchi doni.

CAP. LXXIII. Come la compagnia spagnuola ch’era nel vescovado d’Arli prese Vascona, e poi ne furono cacciati.

In questi dì la compagnia degli Spagnuoli ch’era in Provenza per una notte feciono una lunga cavalcata ed entrarono in Venisì, e improvviso a quelli di Vascona entrarono nella città, e uomini e femmine con arnesi con grandissimo danno e di cittadini e di forestieri recarono in preda; e intendendo così fornito a volersi partire, ma i paesani d’ogni parte sopravvennono prestamente loro addosso, e furono tanti, che per forza vinsono la compagnia, e con gran danno d’essa racquistarono la preda, e cacciaronli del paese.