CAP. LXXIV. Come si scoperse che messer Bernabò era vivo, e ’l trattato tenea del castello di Bologna.
Essendo tanto stata la fama di non sapere novelle di messer Bernabò, che li più affermavano che morto fosse per molti indizi e congetture che ciò parevano mostrare, esso in questi giorni lavorava alla coperta colla lima sorda, nulla dimostranza dando di sè, ma piuttosto ampiando la fama della morte sua, e cercava trattato, lo quale ordinato avea con uno Spagnuolo e due suoi famigli, a’ quali in grande confidanza il legato di Spagna avea accomandato la guardia del castello della porta che va verso Modena di Bologna: costui per ingordo boccone di danari per tornarsi ricco a casa l’avea promesso a messer Bernabò, e di ciò era stato il motore a messer Bernabò messer Giovanni da Bileggio mentre che là era in prigione, anzi che mandato fosse ad Ancona, e dovea averlo la notte di san Bartolommeo d’agosto: e scopersesi questo trattato per un ragazzino che venne al castellano di notte, e fu preso. Per questa cagione messer Bernabò venne in persona a Parma con duemila barbute non sapendosi la cagione nè il perchè, se non che scoperto il tradimento si tornò alla caccia, e il castellano con gli altri che gli erano consenzienti in Bologna furono attanagliati e impiccati.
CAP. LXXV. Come si scoperse in Perugia una gran congiura di notabili cittadini per mutare stato e reggimento.
Erano nella città di Perugia in questi tempi molti e molti cittadini, e gentili uomini e popolari di buone e antiche famiglie d’animo guelfo, le quali quasi del tutto erano schiusi dagli ufici e governo della città, reggendosi la terra per popolani mezzani e minuti, sotto la guida e consiglio della famiglia de’ Michelotti e di Leggieri d’Andreotto, il quale a quel tempo era il da più, e il maggiore cittadino di Perugia, e il più creduto dal popolo, e molte altre famiglie di buoni popolari e uomini singolari da molto che teneano con loro sotto il nome e titolo di Raspanti. Quelli ch’allora s’appellavano i mali contenti, e mossi e sollecitati con ammirabile astuzia da uno Tribaldino di Manfredino spirito malizioso, sagacissimo e inquieto, le cui operazioni dipoi scoperte li feciono dai suoi cittadini meritare il nome del secondo Catilina; e forse non indegnamente, perocchè facendo comparazione da città a città, non era minore quella di Tribaldino verso di sè, che quella di Catilina verso di sè. La congiura fu per lui lungamente guidata tanto copertamente e cautamente, che niuno segno se ne potè vedere nè scorgere per i reggenti, e infra l’altre sagaci cautele, che ne usò molte, fu questa, che per li parenti e amici ch’avea intra i reggenti sovente facea falsamente muovere che trattato v’era nella terra, il quale criato era, e trovato non vero, il perchè spesseggiando ai priori e a’ camarlinghi di Perugia in cui stava il tutto del reggimento, era venuto a rincrescimento e a niente che si ragionasse di trattato, nè prestavano orecchi nè davano fede: e ciò fece il malvagio traditore, perchè quando il vero trattato venisse in campo senza prendere avviso il governo della città, più certamente e più liberamente avesse l’effetto suo. Quelli cui ’l malvagio uomo trasse in congiura furono questi: messer Averardo di...... da Montesperello, messer Guido dalla Cornia, messer Alessandro....... messer Giovanni di....... da Montemellino, messer Niccolò di...... delle Mecche, messer Tivieri di...... da Montemellino, tutti cavalieri, Colaccio di Cucco de’ Baglioni, Francesco di messer Rinuccio da...... detto il Zeppa, Francesco di messer Andrea e Iacopo di messer Guido da Montemellino, Piero di Neri delle Mecche, Erculano di........ Mattiolo di....... e....... detto lo Squatrano, con altri simili in numero di più di quarantacinque gentili uomini e popolani, con seguito d’altri novantaquattro che ne furono condannati, ed oltre a quattrocento altri cittadini, i quali per non fare troppo gran fascio furono lasciati addietro. Costoro aveano fatto loro capitani Colaccio di Cucco de’ Baglioni, il Zeppa di messer Rinuccio e Mattiolo di...... e nelle loro mani aveano giurato. Costoro a un giorno preso doveano correre la piazza, e pigliare il palagio de’ priori e delle signorie, perocchè come detto è pensavano per le beffe de’ trattati non veri trovare i priori addormentati: per la città a’ loro seguaci dispersi in vari luoghi deveano fare infocare case per tenere alla bada de’ fuochi i cittadini, doveano uccidere i priori e’ camarlinghi, e qualunque innanzi loro si parasse senza riguardo d’amico o di parente. Messer Averardo dovea stare di fuori a sollecitare i loro lavoratori, e amici del contado e le loro amistà, e a ribellare delle castella. E per certo il sollecito reo uomo seguendo lo stile di Catilina avea dato ordine, che se Dio non avesse posto il rimedio a tanto pericolo, per certo la città ne venia in desolazione e tirannia. Esso Signore che tutto vede puose nel cuore a messer Tivieri da Montemellino, uno de’ principali congiurati, che lo revelasse, acciocchè tanto pericolo e male non fosse; il quale essendo quasi vicino a Leggieri d’Andreotto, sotto sicurtà della sua persona senza domandare altro merito gli rivelò il fatto, il quale di presente n’andò in palagio de’ signori, e quivi con loro, e co’ camarlinghi, e con gli altri dello stato si mise a’ ripari. Fu preso messer Niccolò delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con quattro loro masnadieri di nome, e con sette altri mascalzoni, gli altri congiurati tutti si dierono alla fuga. Seguette, che il dì di santo Michel Agnolo si fece l’adunanza generale, che noi diciamo parlamento, nella quale si determinò, che i detti cavalieri, gentili uomini e popolani, insino nel numero di quarantacinque, fossono condannati per traditori e rubelli del comune di Perugia infino...... e che altri novanta secondo loro gravezze di loro colpe fossono condannati di danari, e alcuni a stare a’ confini; gli altri per meno male passati furono sotto silenzio. Più vi si provvide, che Tribaldino guidatore e ordinatore del male, con messer Averardo, e con alquanti degli altri più focosi principali fossono dipinti ad eternam rei memoriam colle mitere in capo in piè della piazza nella faccia del casamento del maggior sindaco: e così seguitò, che messer Niccola delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con i quattro masnadieri furono decapitati, e i sette mascalzoni furono appesi; gli altri tutti ebbono bando come nell’adunanza era ordinato, e così furono dipinti quelli che doveano esser dipinti. Bollendo e ribollendo ragionevolmente la città in questo stato dubbioso e sospetto, come il male venne agli orecchi del nostro comune tantosto vi mandò ambasciadori con cento uomini di cavallo. I Pisani domandato licenza di mandarvi cento cavalieri per lo nostro contado, e liberamente ottenuto, anche vi mandarono loro ambasciadori con la detta gente, i quali co’ nostri insieme assai temperarono l’animo voglioso e crucciato debitamente de’ Perugini.
CAP. LXXVI. Come in questi giorni in Pisa ebbe gelosia di loro stato, e della difensione che saviamente ne presono.
In questi medesimi dì all’entrata d’ottobre, essendo Piero Gambacorti in Firenze, rotti i confini i quali avea a Vinegia, alquanti artefici e certi mercatanti pisani, che per lo partimento che i Fiorentini aveano fatto di Pisa e per loro cagioni, anzi quasi tutti i mercatanti forestieri che trafficavano co’ Fiorentini, e i reggenti che n’erano stati cagione udivano e sentivano costoro e molti altri di ciò rammaricare, dicendo, come al tempo de’ Gambacorti godeano la pace co’ Fiorentini, e’ guadagni del porto, e delle mercatanzie e dell’arti, e che loro era faltato e il procaccio e ’l guadagno; o che questa fosse la cagione, o che di loro sentissono alcuno trattato con Piero Gambacorti, ventidue ne presono, e a quattro de’ mercatanti feciono tagliare la testa; li altri si riserbarono in prigione, e a molti diedono i confini.
CAP. LXXVII. Come i Sanesi sotto la rotta fede ebbono la signoria di Montalcino.
In questo mese d’ottobre del detto anno, Giovanni d’Agnolino Bottoni con centocinquanta cavalieri e ottocento pedoni cavalcò improvviso sopra Montalcino per rimettervi gli usciti ch’erano suoi amici, e questo fece con ordine d’alcuno trattato ch’avea nella terra, ma i terrazzani presti alla difesa tolsono ardire di muoversi dentro a chi n’avea sentimento. Vedendo Giovanni che ’l trattato ordinato non gli venia fatto, per ricoprire sua intenzione si stava loro intorno. I terrazzani, che erano ubbidienti e in pace co’ Sanesi, maravigliandosi di questa novità mandarono a Giovanni di fuori a sapere perchè facea questo, e quello volea da loro: il savio e accorto disse, che volea che fossono in accordo col comune di Siena: i semplici terrazzani, sentendosi amici e ubbidienti al comune di Siena, elessono ventiquattro della loro terra i maggiori e più potenti che v’erano, e mandaronli per ambasciadori a Siena. Giovanni avvisò l’uficio de’ signori, come era tempo d’avere libera la signoria di quella terra, avendo appo loro li ventiquattro ambasciadori ch’erano il tutto della terra, ed egli essendo là con forza d’arme, la quale si fè accrescere, diceva di strignerli e tenerli in paura. Gli ambasciadori giunti a Siena, e fatta la riverenza, e sposta la loro ambasciata, ebbono per risposta, che non si partirebbono da Siena, che Montalcino sarebbe libero alla guardia de’ Sanesi; la cosa non potè avere contradizione, e però convenne ch’avessono libero Montalcino, e avuto, rimandarono indietro i ventiquattro ambasciadori sani e salvi, e smisurata festa in Siena se ne fece.
CAP. LXXVIII. Come i Turchi presono la città di Dometico ch’era dell’imperadore di Costantinopoli.
Del mese di novembre del detto anno, un grande signore de’ Turchi di Boccadave, sentendo l’imperadore di Costantinopoli giovane, e in discordia co’ suoi per la ragione già detta di Mega Domestico cui egli perseguitava, e altre volte essendo suo balio avea occupato l’imperio, accolse di suoi Turchi grande esercito, e vennesene ad assedio alla nobile e antica città oggi chiamata Dometico, la quale siede tra Costantinopoli e Salonicco, presso a quattro giornate a Costantinopoli, la quale appresso Costantinopoli solea essere sedia imperiale. I cittadini sentendo che Orcam con grande quantità di Turchi venia loro addosso, e non vedendo onde potesse a loro venire soccorso, inviliti (come è la volontà di Dio per la loro contumacia contro a santa Chiesa) abbandonarono la città forte e difendevole per lungo tempo, e abbondevole a sostenere sua vita. Orcam trovandola abbandonata v’entrò dentro co’ suoi Turchi, e misevi gente ad abitare e alla guardia con vittoria senza fatica, e si ritornò in suo paese con gran vergogna e vitupero e abbassamento dell’imperio di Romania.